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In Cisgiordania la strada è bloccata

Il cancello che delimita l’ingresso alla città vecchia di Hebron viene chiuso regolarmente durante le festività musulmane. Photo by Wisam Hashlamoun/Anadolu via Getty Images 

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Mille cancelli per bloccare villaggi e città palestinesi: li ha costruiti Israele in Cisgiordania. Il risultato? Un’annessione sempre più veloce. Che le elezioni del 27 ottobre difficilmente cambierà, come dimostrano le violenze degli ultimi giorni. Riguarda anche noi. Ecco perché. Reportage
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Beit Jala (Cisgiordania). A Beit Jala è diventato il posto degli appuntamenti. «Ci vediamo al cancello. Capisco che sia paradossale incontrarsi davanti alla barriera che ti tiene in gabbia. Ma per noi è una cosa normale. Del resto, tutto gira intorno al cancello: se è aperto si passa. Se è chiuso si deve tornare indietro e cercare una strada alternativa o restare a casa. Quindi meglio vedersi direttamente lì». È così ovunque, da queste parti: non solo in questo villaggio alle porte di Betlemme e non solo per Kamal Mukarker, insegnante, attivista, padre di quattro figli e (in tempi migliori) guida turistica. Per raggiungere la scuola dove insegna o i turisti che lo aspettano deve passare dal cancello giallo che ci mostra. Se è chiuso, le probabilità che la sua giornata di lavoro sia persa sono altissime. È diventata una distesa di cancelli gialli, la Cisgiordania: in particolare all’interno dell’area C, quella che secondo gli Accordi di Oslo avrebbe dovuto diventare il cuore dello Stat…

Beit Jala (Cisgiordania). A Beit Jala è diventato il posto degli appuntamenti. «Ci vediamo al cancello. Capisco che sia paradossale incontrarsi davanti alla barriera che ti tiene in gabbia. Ma per noi è una cosa normale. Del resto, tutto gira intorno al cancello: se è aperto si passa. Se è chiuso si deve tornare indietro e cercare una strada alternativa o restare a casa. Quindi meglio vedersi direttamente lì». È così ovunque, da queste parti: non solo in questo villaggio alle porte di Betlemme e non solo per Kamal Mukarker, insegnante, attivista, padre di quattro figli e (in tempi migliori) guida turistica. Per raggiungere la scuola dove insegna o i turisti che lo aspettano deve passare dal cancello giallo che ci mostra. Se è chiuso, le probabilità che la sua giornata di lavoro sia persa sono altissime. È diventata una distesa di cancelli gialli, la Cisgiordania: in particolare all’interno dell’area C, quella che secondo gli Accordi di Oslo avrebbe dovuto diventare il cuore dello Stato palestinese. E di cui oggi, a 33 anni di distanza da quei giorni di speranza, Israele non controlla soltanto la sicurezza (come prevedeva, e anche in modo transitorio, l’Accordo) ma sempre più le terre, allontanandone i palestinesi. Con colonie che assomigliano a città, fattorie che occupano ogni collina e – appunto – cancelli gialli: tutte cose illegali secondo le Nazioni Unite e la maggior parte della comunità internazionale. Tutte cose che, nei quasi tre anni dal 7 ottobre 2023 a oggi si sono moltiplicate a dismisura, imponendo sulla Cisgiordania quello che il ministro delle Finanze ed esponente dell’estrema destra Bezalel Smotrich definisce «un cambiamento del Dna».

Il sistema

Barriere e varchi fanno parte del paesaggio della Cisgiordania da decenni. Il più famoso è il muro di separazione che Israele ha costruito dal 2002 per rispondere all’ondata di violenza della Seconda Intifada: 730 chilometri di cemento armato, telecamere e filo spinato che hanno contribuito a fermare gli attacchi terroristici, ma allo stesso tempo hanno tolto terre (solo il 15 per cento è costruito su quello che sarebbe il confine riconosciuto) e libertà di movimento a tre milioni di palestinesi. I cancelli sono la novità degli ultimi tre anni.

Non che prima non ci fossero, solo che adesso sono ovunque: 927 erano ad aprile 2026 gli ostacoli (cancelli, check point fissi, barriere) costruiti sulle strade della Cisgiordania secondo l’ufficio per le emergenze delle Nazioni Unite (Ocha), la maggior parte sorti nel 2025.

All’apparenza rappresentano un ostacolo meno grande del muro, nei fatti non è così. «Comportano un serio rischio di limitazioni alla circolazione quando sono chiusi, compromettendo ulteriormente l’accesso a servizi, luoghi di lavoro e arterie stradali principali», sostiene ancora l’Ocha. Hagit Ofran, veterana di Peace Now, storica ong israeliana, spiega meglio il concetto, mappe alla mano. «Controllano praticamente tutte le vie d’accesso ai villaggi e alle città palestinesi. Quando sono aperti, macchine e persone possono circolare senza problemi. Ma quando sono abbassati, non si sa per quale motivo, né per quanto tempo, la via di ingresso e di uscita da quel villaggio è bloccata e l’area è isolata dal resto del mondo. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori». Come a Sinjil, nei pressi di Ramallah, dove l’esercito israeliano ha eretto una barriera di filo spinato tutto intorno al villaggio, per proteggere i coloni che hanno occupato le zone vicine, costringendo i residenti in pochi ettari di terreno e tagliandoli fuori dalle aree coltivabili. Oggi un’unica strada controlla l’accesso alle case di ottomila persone: all’inizio, neanche a dirlo, c’è un cancello giallo. Interrogato sulla questione, l’Idf risponde che la gestione dei cancelli risponde a criteri di sicurezza. Quale che sia la spiegazione ufficiale, il risultato è un sistema che sul territorio crea bolle isolate l’una dall’altra – come quella di Sinjil o quella di Beit Jala – e del tutto dipendenti dal controllo israeliano. All’interno di queste bolle – sempre più, vista la progressiva cacciata dal territorio delle comunità beduine – vive la popolazione palestinese. Al di fuori, nonostante quello che dicono le mappe internazionali, di fatto si è già in territorio israeliano. «È un’annessione sul terreno senza annessione ufficiale», spiega un altro veterano israeliano della lotta all’occupazione, Avi Tatarsky dell’ong Ir Amin. Vicino e lontanoLa presa di possesso dei Territori palestinesi non è una novità in Cisgiordania: l’allargamento delle zone controllate da Israele è stato portato avanti da tutti i governi dopo Oslo, compresi quelli di sinistra. Ora però è diverso: lo scopo non è solo allargarsi, ma rendere impossibile con i fatti la nascita di uno Stato. Quella delle bolle è la politica di questo governo israeliano da quando si è insediato, nel dicembre del 2022, con un’accelerazione rapidissima dal 7 ottobre 2023. Al netto delle roboanti promesse di annessione della Cisgiordania dei ministri di estrema destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, l’esecutivo sa bene che la comunità internazionale – compresi gli Stati Uniti – non permetterebbe mai a Israele di prendersi in modo ufficiale la regione: e così il processo prende un’altra strada. Quella delle bolle appunto. «Interrompere la continuità territoriale palestinese è l’obiettivo di questo governo dal primo giorno – insiste Tatarsky – il 7 ottobre ai loro occhi è stato un’occasione unica di realizzarlo». I cancelli possono essere chiusi tramite un sistema a distanza, senza nessuno che li controlli se non telecamere e droni. Ma nella maggior parte dei casi a sorvegliarli ci sono tre o quattro militari: da soli bloccano migliaia di persone.

Le conseguenze dell’odio

È ciò che accade quando, in una calda domenica di primavera, arriviamo a Taybeh, l’unico villaggio completamente cristiano rimasto in Cisgiordania. Ci sono le cresime, dovrebbe essere un giorno di festa, con gli invitati arrivati da tutta la regione. Si trasforma in un incubo: alle 9.30 il cancello giallo sulla strada principale di ingresso alla città è chiuso, e subito si forma una lunga fila di auto che aspettano per entrare. Nelle macchine nessuno chiede perché, nessuno si scompone: tutti sanno che non ci sono persone da cui esigere spiegazioni. Solo le app e i gruppi WhatsApp per avvisare di prendere un’altra strada: troppo tardi, nel nostro caso. Il cancello si alza dopo un’ora di attesa: in chiesa arriviamo in ritardo, come la maggior parte degli invitati. Così va da queste parti. E in fondo abbiamo aspettato solo un’ora. «Oggi era una cerimonia. Ma per noi è la vita», racconta Roland Bassir, titolare della fabbrica di cemento che è il pilastro dell’economia di Taybeh. «Ho perso clienti perché i camion sono rimasti bloccati per giorni e sono rimasto indietro con il lavoro perché i materiali di cui avevo bisogno non potevano entrare. Se il cancello è chiuso non sai mai per quanto tempo». Uno stillicidio quotidiano che a volte uccide: come è accaduto ad Ahmad Ziad, tre mesi. Era il 9 luglio quando il neonato si è sentito male nel campo rifugiati di Deir ‘Ammar , a Nord di Ramallah: l’ambulanza arrivata per portarlo in ospedale ha trovato il cancello di accesso al campo chiuso. I soldati hanno impedito alla famiglia di passare a piedi, obbligandola a una lunga deviazione attraverso i campi. Il bambino è morto poco dopo aver raggiunto il veicolo. Un episodio estremo: ma sono storie come questa, assieme all’impossibilità di raggiungere una scuola, un posto di lavoro, un appuntamento senza sottostare all’arbitrarietà di un cancello chiuso a spingere sempre più famiglie ad andare via, in cerca di una vita normale. Senza barriere.

Domani

Perché raccontare questa storia ora? I motivi sono tanti. Il primo e più evidente è quello che hanno spiegato in un recente report le ong israeliane Peace Now e Kerem Novot: fra il 2023 e il 2025 in Cisgiordania sono stati costruiti 185 nuovi insediamenti, autorizzate 40 mila abitazioni, costruiti 223 chilometri di strade a uso degli israeliani, stanziati 244 milioni di shekel (equivalenti a circa 71 milioni di euro), espulse 118 comunità palestinesi. Potrebbe bastare questo per dire che non si può restare indifferenti: ma c'è di più.Il 27 ottobre Israele va alle urne. Nella campagna elettorale in corso in queste settimane nessuno o quasi sta parlando di quello che accade in Cisgiordania. Qualche mese fa, quando Yair Golan – il leader dei Democratici, la formazione che oggi rappresenta la sinistra – ha accennato all’ipotesi della necessità, un giorno, di arrivare a un accordo con i palestinesi, è stato sommerso dalle critiche. Oggi pronuncia parole ambigue: sempre meglio del silenzio di Gadi Eisenkot, Yair Lapid e Naftali Bennett, i principali esponenti del fronte anti-Netanyahu. E allora? «Allora la palla è nel vostro campo. Dell’Europa, del mondo. Perché solo se capirà che il prezzo per proseguire questa politica è troppo alto, soltanto se ci saranno sanzioni, esclusioni, conseguenze, il prossimo governo israeliano, qualunque sia, invertirà la rotta. Altrimenti, continuare a parlare di pace e di due Stati non avrà più nessun senso», conclude l’attivista Tatarsky.

Sul Venerdì del 31 luglio 2026

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