A Gaza la guerra ha cambiato nome
di Ruwaida AmerIl Cairo. Da quando è scoppiata la guerra c’è una sola cosa che la gente di Gaza vuole: che finisca. Me lo dicevano di persona quelli che incontravo quando ero ancora lì, me lo raccontano ora tutti quelli con cui tutti i giorni parlo al telefono qui dal Cairo, per primi i miei familiari. Quando è arrivato l’accordo per il cessate il fuoco – il 10 ottobre del 2025 – la gente ha festeggiato, convinta che avrebbe posto fine alle sofferenze, agli sfollamenti, alla ricerca di cibo e acqua, agli anni di istruzione persi dagli studenti. Da quel momento, l’interesse per le notizie su Gaza è diminuito e la questione è diventata secondaria sui canali televisivi e sui giornali: forse il mondo ha pensato che la vita fosse migliorata e le sofferenze fossero finite. Ma non è così: a Gaza la guerra prosegue e la situazione è peggiorata sotto le spoglie di un cessate il fuoco.
Il Cairo. Da quando è scoppiata la guerra c’è una sola cosa che la gente di Gaza vuole: che finisca. Me lo dicevano di persona quelli che incontravo quando ero ancora lì, me lo raccontano ora tutti quelli con cui tutti i giorni parlo al telefono qui dal Cairo, per primi i miei familiari. Quando è arrivato l’accordo per il cessate il fuoco – il 10 ottobre del 2025 – la gente ha festeggiato, convinta che avrebbe posto fine alle sofferenze, agli sfollamenti, alla ricerca di cibo e acqua, agli anni di istruzione persi dagli studenti. Da quel momento, l’interesse per le notizie su Gaza è diminuito e la questione è diventata secondaria sui canali televisivi e sui giornali: forse il mondo ha pensato che la vita fosse migliorata e le sofferenze fossero finite. Ma non è così: a Gaza la guerra prosegue e la situazione è peggiorata sotto le spoglie di un cessate il fuoco.
Spostarsi ancora
Prima di tutto c’è la “linea gialla”, la zona sotto controllo di Israele: chiunque si avvicini viene ucciso, bambini compresi. Chi viveva in quelle aree non può tornare a casa: è il caso della mia famiglia. Abitavamo nella zona di Al-Fakhari, vicino all’Ospedale europeo, ma la nostra casa è stata demolita e lì ora ci sono gli israeliani. La mia famiglia è ancora sfollata a Ovest di Khan Younis, dove si trova in condizioni difficili. Ma neanche lì è sicuro: i continui ordini di evacuazione emessi dall’esercito israeliano costringono i miei fratelli, mio padre e tutti gli altri a spostarsi ancora. E poi c’è la questione della linea gialla: i soldati mettono blocchi di cemento di quel colore in aree vicine ai quartieri residenziali che non rientravano nella zona loro assegnata con il cessate il fuoco, espandendo in questo modo l’area che controllano. Salem Awad, 35 anni, di Deir al-Balah, mi racconta: «Ci siamo svegliati al suono di persone che gridavano a proposito di un cubo giallo che l’esercito israeliano aveva posizionato: questa è un’area verde che non rientra nella zona da loro controllata, ma parlare con gli israeliani è impossibile. Ora qui è giallo. E io sono stata costretta a fuggire con i miei tre figli».
Uno dopo l’altro
Dal 2008 abbiamo vissuto guerre una dopo l’altra e ci siamo abituati a pensare che un cessate il fuoco significhi la fine dei bombardamenti e delle esplosioni. Ma questa volta è diverso: da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco, i bombardamenti non si sono fermati. Quasi ogni giorno vengono presi di mira luoghi diversi e nessuno sa dove si trovino le zone sicure: tende, auto, appartamenti e assembramenti di civili sono nel mirino, al punto che il terrore accompagna tutti. Anche chi, come me, ha lasciato Gaza. Seguire le notizie ogni giorno, momento per momento, capire i luoghi colpiti dai bombardamenti e dai vari attacchi, mi ha causato un grande stress mentale: cerco di tenere traccia della mia famiglia durante tutta la giornata. Raccomando loro di non spostarsi troppo, di mantenere un contatto costante per sapere dove si trova ciascuno, e di non andare in zone lontane. Li chiamo decine di volte al giorno e mi preoccupo quando non hanno connessione a Internet o copertura telefonica. Parlo con mia sorella Sahar, che ha due figli, per sapere cosa fa durante il giorno e dove si trovano mio padre e mio fratello. Si lamenta del rumore dei bombardamenti e delle continue esplosioni: ha sempre molta paura per i bambini.
Emergenza topi
Durante la guerra, tutti i medici chiedevano un cessate il fuoco e l’apertura dei valichi per consentire l’ingresso delle attrezzature mediche e dei medicinali necessari a salvare la vita di migliaia di pazienti. Quando è stato annunciato il cessate il fuoco tutti erano convinti che le sofferenze sarebbero finite, che ci sarebbe stata la libertà di viaggiare per curarsi, che le attrezzature mediche e i medicinali sarebbero entrati e che sarebbe iniziata la ricostruzione degli ospedali distrutti. Nulla di tutto ciò è avvenuto.Gaza da tre anni è inquinatissima: non ci sono fogne, non c’è nulla che funzioni. Il risultato è la moltiplicazione di roditori e insetti nelle tende e la mancanza di medicinali e insetticidi per controllarli. I topi attaccano in particolare i bambini.
Quando la sera chiamo la mia famiglia, vedo mio padre con una bomboletta che spruzza il contenuto sul pavimento, sulla biancheria da letto, sul suo corpo, su quello di mio fratello e su quello dei miei nipoti. Gli chiedo cosa sia, e lui risponde: «Non lo so. Mi hanno detto che questo uccide zanzare e pulci. Non riusciamo a stare fermi un attimo senza essere tutti irritati dalle punture».Li osservo attraverso la telecamera, con le lacrime che mi salgono agli occhi. Poi appare mio nipote Adam, di cinque anni: «Guarda il mio corpo, zia. Ho protuberanze e bozzi di un colore strano dappertutto», mi dice. Mi mostra rigonfiamenti e piaghe causati dalle punture di insetti. Anche mia sorella ha lo stesso problema. Le dico di andare da un medico o in ospedale, ma lei risponde che non ci sono cure adeguate. Ne ha provate due per Adam, ma le sue condizioni non sono migliorate.
Un’amica di mia madre ha il cancro: prima della guerra era nella fase finale della chemioterapia. Durante la guerra, la malattia si è diffusa in tutto il corpo: per lei non è disponibile alcuna cura. «È da oltre un mese che aspetto una chiamata dal medico per iniziare il trattamento, ma ormai rischio la morte». Si chiama Rawya Sharafi: in condizioni simili alle sue ci sono migliaia di persone.Non va meglio ai bambini: non ci sono né scuole né centri educativi. Mancano attrezzature didattiche, materiali e cancelleria, che sono inoltre molto costosi. Sono riuscita ad aprire un centro educativo nel campo di Khan Younis: sto cercando di salvare i bambini – i miei alunni di tre anni fa e altri – dall’ignoranza in cui sono stati costretti, ma ho enormi difficoltà nell’ottenere il materiale per studi e lezioni. Non basta: mancano spazi dedicati ai bambini e penne e quaderni hanno prezzi esorbitanti. Ciononostante, stiamo cercando di sostenerli e di aiutarli a superare questa fase estremamente pericolosa. Per un’insegnante come me tutto questo è desolante: le scuole sono distrutte o piene di sfollati, non esistono parchi giochi, né giardini.
Di ricostruzione non si parla: e, anche quando un giorno ci sarà, forse, chi ricostruirà questi bambini? Chi pagherà il danno di una generazione che avrebbe potuto aiutare Gaza, farla crescere, e che invece è stata distrutta dalla guerra insieme alle sue scuole? E poi...Non so cosa altro devo raccontarvi della mia Gaza oggi. Posso dirvi che nel mezzo di questo cessate il fuoco che non c’è, persone di tutte le età percorrono centinaia di metri per procurarsi acqua sufficiente per poche ore soltanto. Che poi era quello che succedeva durante la guerra, quando per risparmiare acqua passavo un’intera settimana senza farmi la doccia e lavare i piatti e fare il bucato era una sfida. Forse invece dovrei dirvi che gli aiuti alimentari sono stati notevolmente ridotti a causa delle restrizioni all’ingresso attraverso i valichi: e che c’è il timore di una nuova carestia perché quello che c’è costa tantissimo e le famiglie più povere già iniziano a non farcela. Del resto, anche durante la guerra la fame era cominciata da loro: succederà di nuovo? Nessuno lo sa. Magari dovreste invece sapere che manca l’elettricità da quasi tre anni: la fornitura è stata interrotta sin dal primo mese di guerra a causa del blocco del carburante necessario per il funzionamento dei generatori e dell’unica centrale elettrica nella Striscia. Anche qui, non è cambiato molto: sebbene esistano punti di ricarica a energia solare, sono insufficienti a soddisfare il fabbisogno dei due milioni di residenti. Gaza è al buio: come lo era nove mesi fa e come è sempre stata dal novembre del 2023. Ma ci ho pensato: invece quello che voglio che teniate a mente alla fine di questo articolo è che dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza sono state uccise più di 1.300 persone e quasi 3.500 sono rimaste ferite. Uomini, donne e bambini. Questo non era mai accaduto durante i precedenti conflitti: allora, il cessate il fuoco voleva dire che la guerra era finita. Oggi ha solo cambiato nome.
Sul Venerdì del 31 luglio 2026