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Aria condizionata, consumi +210% entro il 2050: le alternative

La Scuola di Design e Ambiente dell’università di Singapore, primo edificio del Paese a energia zero 

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Entro il 2050 il consumo globale di elettricità utilizzata per rinfrescarci crescerà del 210 per cento. E le emissioni triplicheranno. Urgono alternative: dal verde alle pareti “fresche”. Fino ai palazzi che evaporano...
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Camminando nelle nostre città assolate non è difficile trovare scene come quella che ha sconvolto Matthaios Santamouris, uno dei massimi esperti mondiali di raffrescamento urbano: «Ero a Milano e mi sono trovato su un pezzo di asfalto nero che si stava sciogliendo», racconta. «L’asfalto nero può alzare la temperatura dell’aria circostante di 2 o 3 gradi: perché metterlo sui marciapiedi?». L’episodio riassume il problema delle città in estate: continuiamo a costruire come se il clima fosse quello di cinquant’anni fa, poi contrastiamo il caldo con il condizionatore. Entro il 2050, si stima, il consumo globale di elettricità per l’aria condizionata crescerà del 210 per cento, mentre le emissioni triplicheranno. Ogni apparecchio, inoltre, espelle all’esterno il calore sottratto agli interni: moltiplicato per milioni di unità, questo calore di scarto può alzare la temperatura urbana fino a 2,5 gradi.

Camminando nelle nostre città assolate non è difficile trovare scene come quella che ha sconvolto Matthaios Santamouris, uno dei massimi esperti mondiali di raffrescamento urbano: «Ero a Milano e mi sono trovato su un pezzo di asfalto nero che si stava sciogliendo», racconta. «L’asfalto nero può alzare la temperatura dell’aria circostante di 2 o 3 gradi: perché metterlo sui marciapiedi?». L’episodio riassume il problema delle città in estate: continuiamo a costruire come se il clima fosse quello di cinquant’anni fa, poi contrastiamo il caldo con il condizionatore. Entro il 2050, si stima, il consumo globale di elettricità per l’aria condizionata crescerà del 210 per cento, mentre le emissioni triplicheranno. Ogni apparecchio, inoltre, espelle all’esterno il calore sottratto agli interni: moltiplicato per milioni di unità, questo calore di scarto può alzare la temperatura urbana fino a 2,5 gradi.

La scienza offre però diverse alternative, riassunte da Santamouris in uno studio su Nature. Tra le più promettenti ci sono le superfici “fresche”, che assorbono poca radiazione solare, e i raffreddanti radiativi diurni (Pdcr). «Sono rivestimenti o vernici capaci di irradiare il calore verso bande dello spettro in cui l’atmosfera è trasparente, lasciandolo sfuggire verso il freddo dello spazio», spiega Anna Laura Pisello, docente di fisica tecnica ambientale all’università di Perugia. «In questo modo una superficie esposta al sole può restare dai 3 agli 8 gradi più fredda dell’aria, senza consumare elettricità. L’effetto nasce dalla combinazione di una vernice altamente riflettente, che respinge dal 94 al 99 per cento dei raggi solari, e di un materiale capace di disperdere il calore residuo: bastano pochi micron di spessore e lo stesso principio può essere applicato alle pavimentazioni cementizie».

Il confronto è netto: «L’asfalto nero, in una giornata a Roma con 35 gradi, può arrivare a 80. I materiali super-freddi restano invece a 25 gradi», dice Santamouris. «Meglio un marciapiede che brucia o uno percorribile a piedi nudi?». Su scala urbana, questi materiali – combinati con più verde e ombreggiature – hanno effetti sostanziali: le simulazioni per Riyad, ad esempio, indicano una riduzione della temperatura di picco fino a 4,5 °C e un risparmio energetico per il raffrescamento del 35 per cento. «Ma ogni città è un caso a sé», ammonisce l’esperto. «Ciò che funziona a Sydney potrebbe non essere adatto a Milano: in presenza di inquinamento, polvere o sabbia, lo sporco si deposita sui rivestimenti e ne riduce le prestazioni; gli aerosol possono inoltre assorbire parte del calore diretto verso lo spazio».

Alberi ma non troppo

Anche il verde urbano aiuta a rinfrescare: uno studio su Nature, confrontando aree interamente alberate e aree cementificate, rileva una differenza media di 7 gradi in 24 città italiane. «Gli alberi rinfrescano con l’ombra e l’evapotraspirazione, ma non sono una soluzione universale», puntualizza Santamouris. «Possono raffreddare l’aria soltanto sotto i 36 gradi. Oltre quella soglia smettono di evapotraspirare per conservare la linfa, a meno che non siano molto irrigati. E sotto forte stress termico possono anche emettere composti organici volatili biogenici più tossici dei gas di scarico». «Inoltre piantare alberi a caso in città senza preservare i corridoi di ventilazione rischia di ostacolare uno dei più antichi meccanismi di raffrescamento: il vento», aggiunge Pisello.

Anche nelle case la ventilazione, naturale o meccanica, può ridurre il bisogno di aria condizionata: «Quella naturale è efficace soprattutto di notte e negli edifici con più esposizioni», spiega la docente. «Ma oggi il problema è che durante le ondate di caldo la temperatura spesso non scende neppure dopo il tramonto, riducendo l’efficacia della strategia più semplice: chiudere le persiane di giorno e riaprire tutto la sera». Restano i ventilatori. L’Oms raccomanda di non usarli oltre i 40 gradi, anche se alcune ricerche indicano che possono funzionare a temperature leggermente superiori. «In estate non serve mantenere tutto un edificio a 21 o 22 gradi», osserva Santamouris. «Con ventilatori a soffitto di alta qualità, le persone stanno bene anche a 28 gradi».

Sistemi promettenti

Un’altra famiglia di tecnologie sfrutta lo stesso principio del sudore, l’evaporazione: quando l’acqua passa da liquido a vapore assorbe calore dall’ambiente. Applicato ai materiali da costruzione, il principio ha prodotto idrogel e superfici capaci di assorbire umidità di notte e rilasciarla di giorno: palazzi che “sudano”.

Nei climi molto umidi, però, il rilascio è limitato, ecco perché i sistemi più promettenti, ancora sperimentali, combinano evaporazione e raffrescamento radiativo, con potenze di raffrescamento tre o quattro volte superiori a quelle dei singoli sistemi. Potremo dunque fare a meno dell’aria condizionata? «Il condizionatore non è il demonio: in certi luoghi, come gli ospedali, è prezioso. Ma dovremmo ridurne l’uso quando possibile: implementando tutte queste soluzioni nel settore edilizio, potremmo ridurne il bisogno almeno dell’80 per cento», conclude Santamouris. Le Al Bahr Towers di Abu Dhabi sono protette da oltre duemila schermi mobili ispirati alle mashrabiya islamiche, che seguendo il sole possono ridurre fino al 50 per cento il calore assorbito. Ma sensori e parti mobili comportano costi e manutenzione: talvolta una persiana ben usata può battere una facciata robotica. «L’importante è adottare un approccio a cascata», conclude Santamouris. «Prima si migliora il microclima urbano, con verde e pavimentazioni chiare; poi si proteggono gli edifici dal sole, evitando palazzi interamente vetrati senza schermature; quindi si interviene su tetti e facciate e si sfrutta la ventilazione naturale. Solo alla fine si ricorre a quella meccanica, possibilmente ad alta efficienza».

Sul Venerdì del 31 luglio 2026

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