Gragnano, necropoli scoperta al pastificio Garofalo: 82 tombe
di Valerio MillefoglieUn balsamario per olio e unguenti raffigurante un felino tenuto nel palmo di una mano, una bara in tufo chiusa e interrata e poi una scoperchiata, con alcune anfore intorno ai resti ossei umani. Sul telefono di Massimo Menna, amministratore delegato del Pastificio Garofalo, scorrono velocemente foto di scavi archeologici alternate a foto di grafici aziendali. Questa galleria di immagini racchiude l’ultimo anno e mezzo di vita qui al pastificio, in via dei Pastai a Gragnano, in provincia di Napoli, dove i lavori di ampliamento di un’area di duemila metri quadri hanno rivelato una necropoli risalente alla prima metà del VI secolo a.C.
«Ogni mattina appena arrivavo in ufficio era un’emozione scendere a vedere gli scavi», dice Menna. «Duran…
Un balsamario per olio e unguenti raffigurante un felino tenuto nel palmo di una mano, una bara in tufo chiusa e interrata e poi una scoperchiata, con alcune anfore intorno ai resti ossei umani. Sul telefono di Massimo Menna, amministratore delegato del Pastificio Garofalo, scorrono velocemente foto di scavi archeologici alternate a foto di grafici aziendali. Questa galleria di immagini racchiude l’ultimo anno e mezzo di vita qui al pastificio, in via dei Pastai a Gragnano, in provincia di Napoli, dove i lavori di ampliamento di un’area di duemila metri quadri hanno rivelato una necropoli risalente alla prima metà del VI secolo a.C.
«Ogni mattina appena arrivavo in ufficio era un’emozione scendere a vedere gli scavi», dice Menna. «Durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.» continua «tutti i terreni qui furono ricoperti di lapilli. All’inizio dei lavori di ampliamento siamo andati sotto questo strato e si sono intravisti dei segni che sembravano essere quelli di un reticolo di strade precedenti a quell’epoca. Poi hanno scoperto che si trattava di un’area sepolcrale».
L’azienda ha finanziato la campagna di scavi che ha portato al recupero di 82 sepolture e dei corredi funerari. Le casse sigillate hanno ricreato un ambiente anaerobico per cui in 2.500 anni non è passato l’ossigeno e nemmeno il tempo. I materiali organici deperibili, come legno, tessuti e cestini in fibre sono arrivati fino a noi che, un pomeriggio di luglio, possiamo vederne una selezione allestita a pochi passi da dove sono stati rinvenuti. «La necropoli non ci racconta del morto, ma di quello che i vivi ci hanno voluto raccontare del morto», specifica Francesca Mermati, responsabile scientifica delle indagini per la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Napoli. «E in questo caso ci raccontano che queste persone avevano una grande disponibilità economica ed erano colte, perché avevano conoscenze simposiali». Indica un grande vaso dove si mescolavano vino e acqua durante il Simposio e spiega: «Il vino è il simbolo di Dioniso, dio della rinascita, e quale oggetto migliore in cui raccogliere le ceneri del defunto per accompagnarlo nell’aldilà?».
Ai piedi di alcuni nuclei familiari c’erano i servi, con un piccolo oggetto a ricordarli. Mermati li chiama tutti amabili resti, «perché sì, sono materiali, ma hanno avuto un’importanza per chi li ha messi. Dietro un piatto di legno c’è stata una madre che l’ha voluto nella tomba del figlio o c’è stato un padre che ha avvolto un bacile di bronzo, un grande recipiente, in un tessuto purpureo particolare. Si cita tanto Omero adesso, ma noi qui li abbiamo proprio visti quei tessuti descritti da Omero ed è stata un’occasione unica all’interno del panorama dei ritrovamenti archeologici della Campania e di quest’epoca di riferimento». Una coppa, su cui è inciso in greco “salve bevi bene”, è attraversata da frammenti rinsaldati in antichità, «mi ha emozionato la riparazione» dice Mermati «il fatto che non l’abbiano buttata via perché le si attribuiva un valore». Le sbavature di colore di un guerriero a cavallo, l’imperfezione mi dicono, fermano l’attimo di chi lo dipinse in procinto quasi di scappare dal balsamario stesso.
Un altro balsamario in terracotta, che riporta ancora i pigmenti di colore originali, è esposto fino all’8 agosto al Mann di Napoli, nella mostra Parthenope La Sirena e la città. Ha il volto di una donna e un corpo aerodinamico. Mermati la illustra: «Le sirene distruttrici di Ulisse non hanno nulla a che fare con questa sirena, che è un ibrido: metà donna e metà uccello, una creatura del transito che in questa fase conduce l’anima del defunto. Lo abbiamo ritrovato in una tomba maschile». In una tomba femminile c’era una pietra dall’immagine reversibile: poggiata su un ripiano è una rana accovacciata, con la testa di un pesce. Se la si prende e la si guarda in verticale rappresenta un fallo, «Un idolo bi-genere che allude al concepimento. Attribuisce un potere rigeneratore alla persona che sta completando il ciclo vitale per andare in un’altra dimensione». Entriamo in un container dove altri reperti sono custoditi in muraglie di casse su cui si legge, fra l’altro: pettini telaio, alari intatti, balsamari + iscr. Etrusca.
È presente anche Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei, che davanti a un piatto di legno frammentato in quattro pezzi esclama: «Wow, meglio di Pompei!». Poco dopo ci dirà: «Questi bellissimi vasi attici, corinzi, in bucchero, e lo stato di conservazione che in alcuni casi supera quello che siamo abituati a vedere a Pompei, mi hanno commosso. Trovare un piatto di legno in cui ancora vedi il legno non carbonizzato avrà un significato per la storia di questi luoghi e dei legami verso i popoli etruschi, greci e le altre popolazioni italiche. È un giorno che ricorderemo». Mermati ricorda il momento preciso in cui ha preso in mano un cestino «e si piegava. Sono tessuti vivi, fibre ancora fresche», così come lo studio osteologico dei resti umani, «enciclopedia della nostra vita» dice l’archeologa, ricostruiranno una mappa della mortalità, dell’alimentazione, degli spostamenti e delle patologie di questa comunità.
Un giorno che ancora ricorda Anita Menna, brand manager del pastificio, è quello in cui è stata ritrovata la prima tomba. «Agli occhi di una profana erano resti di un essere umano con degli stecchetti di legno. L’archeologa mi spiegava: quella era una lancia, quello un pugnale e io iniziavo a vedere quel guerriero. Spero riusciremo insieme alla Soprintendenza a creare una piccola ala museale in azienda, perché è qualcosa che ha fatto parte anche di noi». Il sindaco di Gragnano Aniello D’Auria propone di esporli anche al Museo della Pasta di Gragnano di prossima costruzione. Nel retro di un piatto è disegnata una spiga di grano, Anita Menna commenta: «Alla fine si è sempre fatta la pasta qua».
Sul Venerdì del 31 luglio 2026