Sara Serraiocco: da Il cileno al nuovo colossal di Mel Gibson
di Paola JacobbiUna decina di anni fa Sara Serraiocco viveva a Los Angeles perché recitava in una serie tv intitolata Counterpart. Il protagonista, J.K. Simmons, aveva da poco vinto un Oscar (per Whiplash). La serie andò avanti per un paio di stagioni e, nonostante le critiche positive, non riuscì a diventare un fenomeno.
Dopo la cancellazione, Sara è tornata in Italia e qui è cominciata la terza parte della sua carriera. Nella prima si era già fatta notare (in particolare in quel bel film che purtroppo abbiamo visto in pochi e che si intitolava La ragazza del mondo) e si era segnalata come una brava esordiente.
Promessa mantenuta: in seguito ha lavorato, tra gli altri, con Gianni Amelio (Il signore delle formiche), Paolo Virzì (Siccità), Gabriele Salvatores (Il ritorno di Casanova) e, più di recente, con Maura Delpero in Vermiglio, film che ha avuto un percorso internazionale di festival e premi e che, di nuovo, l’ha messa in luce anche all’estero.
Infatti la vedremo nel prossimo doppio kolossal di …
Una decina di anni fa Sara Serraiocco viveva a Los Angeles perché recitava in una serie tv intitolata Counterpart. Il protagonista, J.K. Simmons, aveva da poco vinto un Oscar (per Whiplash). La serie andò avanti per un paio di stagioni e, nonostante le critiche positive, non riuscì a diventare un fenomeno.
Dopo la cancellazione, Sara è tornata in Italia e qui è cominciata la terza parte della sua carriera. Nella prima si era già fatta notare (in particolare in quel bel film che purtroppo abbiamo visto in pochi e che si intitolava La ragazza del mondo) e si era segnalata come una brava esordiente.
Promessa mantenuta: in seguito ha lavorato, tra gli altri, con Gianni Amelio (Il signore delle formiche), Paolo Virzì (Siccità), Gabriele Salvatores (Il ritorno di Casanova) e, più di recente, con Maura Delpero in Vermiglio, film che ha avuto un percorso internazionale di festival e premi e che, di nuovo, l’ha messa in luce anche all’estero.
Infatti la vedremo nel prossimo doppio kolossal di Mel Gibson, La Resurrezione I e II. Sara ha preso parte principalmente alle riprese che si sono svolte in un teatro di posa a Roma. Otto mesi di lavoro per i due film che usciranno al cinema a Pasqua 2027. Nel frattempo, presenta al festival di Locarno (5-15 agosto) un piccolo film, Il cileno, ambientato nell’Italia del 1976. Lotte operaie e terrorismo sono visti attraverso gli occhi di un esule cileno, ex minatore e abile bombarolo. La regia è di Sergio Castro-San Martín.
Ci sono stati tanti film sugli anni di piombo ma questo è un punto di vista inedito, che ricorda la presenza degli esuli cileni in quel periodo ed è ispirato alla lontana a una storia vera.
Il mondo degli anni Settanta che è raccontato nel film è assai cupo: terrorismo, paura, aborti clandestini. Lei che è nata nel 1990 che cosa ne pensa? «Penso che se abbiamo alcuni diritti, dal divorzio all’aborto, lo dobbiamo alle donne di quella generazione che, combattendo e rischiando moltissimo, hanno ottenuto delle libertà per noi che siamo venute dopo. Oggi diamo ancora troppe cose per scontate, e invece sono frutto di lunghe battaglie. Dopo di allora, le generazioni sono state più passive, meno dialoganti con la società. Tendiamo, e parlo anche per quelli della mia età, a rimanere nel nostro guscio, spesso nascosti dietro a uno schermo. Devo protestare? Lo faccio su Instagram».
Lei che rapporto ha con i social? «Non molto buono. Appartengo alla fascia che sta in mezzo, tra Facebook e Instagram. Ogni volta che provo a usarli mi sento sempre un po’ innaturale. Mi sembra di farlo solo per sentirmi un po’ più giovane».
Ha paura di non sentirsi abbastanza giovane? Di già? «Non volevo dire questo. Però tutto va avanti troppo veloce. Quando mi accorgo che su TikTok ci sono tendenze che cambiano ogni poche settimane mi spavento un po’, mi dico che dovrei stare al passo con i tempi ma che, contemporaneamente, non mi interessa».
Del suo periodo americano che cosa le è rimasto? «È stata un’ondata di carica energetica e mi ha fatto crescere come persona. Non sono più quella di allora, ero più spensierata ma anche molto più concentrata su me stessa e sulla carriera, ora ho una figlia e le sfide sono altre: cerco di tenere vita personale e lavoro in equilibrio».
Tutti sognano di lavorare a Los Angeles, di capire quel mondo. Che cosa ha imparato in quei due anni e mezzo? «Gli americani mettono il lavoro in primo piano, fa parte della mentalità performativa insita nella loro cultura ed è un tipo di dedizione ammirevole, che porta grandi risultati. Noi italiani diamo priorità a cose diverse: la famiglia, lo stare insieme».
Se guarda su Wikipedia la lista dei film cui ha partecipato, dei registi con cui ha lavorato, si sente soddisfatta? «Sono felice e so di avere avuto possibilità e occasioni fantastiche ma sono anche una persona che non si adagia mai, una che vuole sempre di più. Non mi siedo mai e ho capito che mi piace lavorare con registi che mettono in scena delle belle storie, che possano arrivare al pubblico, e non semplicemente soffermarmi sul mio ruolo. Anni fa, leggendo un copione, tendevo a pensare “ah, però, se avessi una scena in più”. Adesso guardo l’insieme di un progetto. Prenda Vermiglio: non sono la protagonista, sono in poche scene, ma il mio è un personaggio incisivo».
Ma non le piacerebbe avere prima o poi uno di quei ruoli super, quelli che fanno vincere i premi alle attrici? «I premi piacciono a tutti, però, diciamo la verità, un anno dopo non contano più niente perché il premio che hai vinto tu se lo prende qualcun altro. Preferisco far parte di un film corale che si fa strada e arriva lontano come è stato per Vermiglio, che è arrivato ai Golden Globe, piuttosto che ricevere un premio per un ruolo da protagonista in un film che non vede nessuno».
So che non può dire molto del film di Mel Gibson ma è vero che è stata scelta senza un provino? «Non è andata esattamente così! (ride, ndr). Ho ricevuto una telefonata dalla mia agente, mi ha detto che Mel Gibson voleva incontrarmi perché, tramite la casting director che aveva proposto diverse attrici italiane, aveva visto il mio materiale. Mi ha convocata, ci siamo incontrati a Cinecittà e mi ha detto che mi avrebbe inclusa nel progetto. Ero emozionata, tenga conto che La Passione di Cristo, a suo tempo, mi aveva davvero sconvolto. Così sono tornata a casa e inizialmente ho pensato: “Ah che bello”. Poi, però mi sono detta: “Magari ci ripensa”. La solita altalena emotiva che capita in questi casi. Ho cercato di non farmi troppe illusioni. E invece, poi, mi ha chiamata davvero».
E come è stato? «Intenso. Otto mesi di riprese. Ma bello, decisamente. Gibson è una persona semplice, gentile. Ed è anche un attore, quindi ha quella sensibilità che rende tante cose più facili per noi che siamo lì, davanti alla cinepresa, con tutti i nostri pensieri».