Io, nella gabbia afghana
di Alberto CairoKABUL. A quasi cinque anni dal ritorno dei talebani al potere, l’Afghanistan presenta una situazione complessa. La sicurezza generale è migliorata, gli attentati terroristici molto ridotti; l’economia resta in una fase critica su cui pesano le sanzioni finanziarie internazionali. I poveri e i disoccupati non si contano, il numero è cresciuto dopo gli oltre tre milioni di rifugiati espulsi da Pakistan e Iran. Molte famiglie vivono di aiuti umanitari e delle rimesse dall’estero. Più che mai diviso in etnie, con quella pashtun al comando, l’Afghanistan vede il potere nelle mani della corrente talebana più intransigente, che promulga editti-divieti in continuazione, sorda alle richieste delle Nazioni Unite di rispettare i diritti umani. Il governo, isolato internazionalmente, si rivolge alla Cina per il supporto diplomatico che in passato riceveva dall’Occidente. Il sistema sanitario non funziona, molte cliniche hanno chiuso per mancanza di fondi, gli ospedali privati fioriscono, in gener…
KABUL. A quasi cinque anni dal ritorno dei talebani al potere, l’Afghanistan presenta una situazione complessa. La sicurezza generale è migliorata, gli attentati terroristici molto ridotti; l’economia resta in una fase critica su cui pesano le sanzioni finanziarie internazionali. I poveri e i disoccupati non si contano, il numero è cresciuto dopo gli oltre tre milioni di rifugiati espulsi da Pakistan e Iran. Molte famiglie vivono di aiuti umanitari e delle rimesse dall’estero. Più che mai diviso in etnie, con quella pashtun al comando, l’Afghanistan vede il potere nelle mani della corrente talebana più intransigente, che promulga editti-divieti in continuazione, sorda alle richieste delle Nazioni Unite di rispettare i diritti umani. Il governo, isolato internazionalmente, si rivolge alla Cina per il supporto diplomatico che in passato riceveva dall’Occidente. Il sistema sanitario non funziona, molte cliniche hanno chiuso per mancanza di fondi, gli ospedali privati fioriscono, in genere cari. La guerra con il Pakistan ha portato a scontri prima e poi alla chiusura delle frontiere tra i due Stati.
In fondo alla scala
La situazione cambierà ? Potrebbe, se la fazione talebana più moderata prendesse il potere. Nell’incertezza tutti soffrono, in particolare le categorie più vulnerabili, come le donne e le persone con disabilità. Insieme rappresentano ben oltre la metà della popolazione. Innumerevoli le ordinanze che di fatto eliminano le donne dalla vita pubblica a cominciare dalla chiusura per loro delle scuole dopo le elementari. Neppure i corsi per ostetriche sono stati risparmiati. Le ragazze possono frequentare le madrasa, istituti religiosi che insegnano non solo materie religiose, o corsi di inglese e di computer purché non promiscui, ma sono pochi e non alla portata di tutte. Scarse le opportunità di lavoro. Resta aperta l’imprenditoria, forse perché pecunia non olet, o forse perché non considerata pericolosa come l’istruzione. Proprio in questi giorni Nove Caring Humans, l’organizzazione per cui lavoro, assieme al ministero del Commercio, sta organizzando il secondo concorso-premio nazionale per donne imprenditrici. Tante partecipano. Incoraggiante. Nelle campagne i nuovi limiti imposti sono meno avvertiti, avendo là le donne difficile accesso alla scuola e lavorando in seno alla famiglia (agricoltura, allevamento). Le afghane di città hanno perso spazi faticosamente conquistati ; le afghane delle campagne quegli spazi non li hanno mai avuti.
Ieri e oggi
Qualche tempo fa, all’annuncio di un posto di lavoro come insegnante di inglese, hanno risposto tante ragazze. Un tema-test richiedeva la descrizione di una giornata memorabile.
Ecco il riassunto del componimento di A., 22 anni: “Tante le giornate da ricordare, qualcuna bella, altre no. Tra quelle no, il giorno in cui mio padre è stato licenziato appena cambiato il regime, e quando ha venduto la macchina. Ci piaceva tanto fare qualche gita. Era un’auto piccola, ma ho solo una sorella e un fratellino, in cinque ci stavamo comodi. È allora che ho capito che il sogno di andare all’università era sfumato. Senza lo stipendio di mio padre, mia sorella ed io abbiamo deciso di diventare sarte. Nostro padre ha fatto tanto per noi, tocca a noi adesso, ci siamo dette. Abbiamo cominciato in casa, cucendo per le vicine. Poi mia sorella ha avuto l’idea di comprare vestiti di seconda mano per bambini. Li abbiamo riparati, aggiunto fiocchi e bottoni colorati e rivenduti. Memorabile è stato poi aprire un negozio, non ci potevamo credere. Ma guardando nostro padre dipingere l’insegna, dimagrito, pochi denti, invecchiato, ci veniva da piangere. Sempre mia sorella ha pensato di contattare gli ospedali e proporre di cucire camici e lenzuola. Cucivamo tutti anche la notte, pure mio fratello. Così siamo riuscite a prendere un negozio più grande e mandare nostro padre dal dentista. Ed è arrivato il momento più memorabile di tutti: il primo pranzo con la dentiera nuova. Rideva tanto che non riusciva a mangiare”. Di fatto, la situazione attuale ha creato un esercito di ragazze e donne indigenti e infelici, ma la loro intraprendenza e resilienza restano incredibili.
Anche per le persone con disabilità il nuovo regime ha causato cambiamenti. All’inizio la ritrovata sicurezza delle strade ha portato ai centri di riabilitazione pazienti in gran numero e permesso l’apertura di nuove cliniche in remote province. Hanno avuto vita breve per i drastici tagli agli aiuti umanitari. Oggi tutti i servizi di riabilitazione fisica e inclusione sociale sono interamente finanziati da organizzazioni internazionali. Scalpore ha fatto nel 2024 l’interruzione delle attività imposta dal governo talebano al Comitato Svedese per l’Afghanistan (Sca), ong attiva da oltre quarant’anni anche nel settore disabilità, in risposta al Corano bruciato in Svezia. Risultato dopo lunghe discussioni: tutti i programmi di Sca cancellati, seimila lavoratori licenziati. I disagi creati ai pazienti ignorati. Le pensioni di invalidità del regime precedente non hanno avuto sorte migliore: annullate. Nuove verifiche e registrazioni sono in atto. Agli iscritti il ministero dei Martiri e dei Disabili ha chiarito che la pensione non è un diritto, ma carità (sic), e che qualora il budget governativo non consentisse il pagamento, nessuna protesta verrebbe tollerata.
E poi ci sono le tasse
Venendo ai programmi di inclusione sociale, la profonda crisi economica del 2021 ha causato il fallimento di molte delle micro-attività finanziate alle persone disabili. Non hanno retto all’improvviso calo degli affari. Oggi le nuove restano a rischio chiusura anche per le pesanti imposte introdotte dal regime. I talebani si sono dimostrati efficientissimi a tassare e riscuotere. Nessuno sfugge, neppure i miseri banchetti sul ciglio delle strade. Non paghi ? Il banchetto è sequestrato.
Si dice che un esercito di informatori segnalino ogni piccolo proprietario e imprenditore. Difendersi è difficile. E ogni giorno nuovi pagamenti sono in agguato. Prendi i contratti di locazione, già mensilmente tassati. In passato potevano essere stipulati direttamente tra l’affittuario e la proprietà. Il contratto dovrà ora essere redatto da un’agenzia al prezzo di una mezza mensilità. Parte di questa andrà al governo.
Ma come vive uno straniero in Afghanistan oggi? Chi lavora per una organizzazione alloggia in genere nella sede di questa. Le grandi strutture hanno regole di sicurezza molto rigide, eccessive, e alti muri, sacchi di sabbia, filo spinato. Le piccole offrono più libertà di movimento. Tutti devono sottostare a precise norme governative: oltre al visto, bisogna registrarsi ad ogni ingresso e uscita dal Paese, segnalare gli spostamenti nelle province. Le distrazioni sono limitate. È possibile lavorare ? Lo è, anche se le procedure imposte sono tante. Ma non mancano zone grigie tra ordini e divieti. Il sospetto delle autorità verso gli stranieri è palpabile. Gli uffici delle organizzazioni possono essere ispezionati, il personale interrogato. Amichevole e ospitale è invece la popolazione, malgrado frequentare forestieri non sia benvisto dal regime. Regolarmente invitato nelle case di amici afghani, dico spesso di no (come ai tempi dei comunisti negli anni Novanta). «Perché dopo quasi quarant’anni ti ostini a restare?», mi chiedono persino amici cari. Semplice: l’Afghanistan resta nel bisogno anche se il mondo ha smesso di guardarlo. Fino a che sento di poter essere utile, ho motivo di restare. Gli afghani lo meritano.
Sul Venerdì del 31 luglio 2026