Giganti sardi, il ritorno a Cabras dopo anni di dispute
di Alessandra QuattrocchiI Giganti sono ipnotici. Hanno gli occhi a spirale, forse per stilizzazione, forse perché rappresentavano maschere rituali; l’effetto ricorda le statue dell’isola di Pasqua, e anche certi film di fantascienza: sono alieni. Ventisette statue (ma ce ne è ancora di terreno da scavare) scolpite alla fine dell’Età del Bronzo, tra il XIII e l’XI secolo a.C., e trovate per caso negli anni 70, affioranti in un campo di Mont’e Prama, nella penisola del Sinis, in Sardegna. Ora, finalmente, tutte insieme nella loro nuova sede: dopo una lunga battaglia che ha coinvolto anche la cittadinanza oltre che sovrintendenze e ministero, quelli mancanti – i più belli – sono tornati dal Museo Archeologico di Cagliari fino a Cabras, alle porte di Oristano. La nuova ala del Museo Giovanni Marongiu era pronta da anni (un po’ come l’ampio spazio nel nuovo museo dell’Acropoli di Atene, che sta lì ad aspettare i marmi del Partenone, chissà se il British Museum li cederà mai). Dalla scorsa primavera, schierati in …
I Giganti sono ipnotici. Hanno gli occhi a spirale, forse per stilizzazione, forse perché rappresentavano maschere rituali; l’effetto ricorda le statue dell’isola di Pasqua, e anche certi film di fantascienza: sono alieni. Ventisette statue (ma ce ne è ancora di terreno da scavare) scolpite alla fine dell’Età del Bronzo, tra il XIII e l’XI secolo a.C., e trovate per caso negli anni 70, affioranti in un campo di Mont’e Prama, nella penisola del Sinis, in Sardegna. Ora, finalmente, tutte insieme nella loro nuova sede: dopo una lunga battaglia che ha coinvolto anche la cittadinanza oltre che sovrintendenze e ministero, quelli mancanti – i più belli – sono tornati dal Museo Archeologico di Cagliari fino a Cabras, alle porte di Oristano. La nuova ala del Museo Giovanni Marongiu era pronta da anni (un po’ come l’ampio spazio nel nuovo museo dell’Acropoli di Atene, che sta lì ad aspettare i marmi del Partenone, chissà se il British Museum li cederà mai). Dalla scorsa primavera, schierati in una sala con una colossale parete a vetri, i Giganti guardano proprio verso la collina dove furono trovati, di là dallo stagno salmastro di Cabras.
L’arco e la spada
Ma chi erano questi ragazzoni alti più di due metri, unicum in Sardegna? «Sono arcieri, guerrieri, alcuni li chiamiamo pugilatori perché indossano un guantone» spiega Maria Mureddu, curatrice del museo Marongiu. Ammantati di mistero: «Decoravano una necropoli, forse rappresentavano il ruolo delle persone lì sepolte. Perché i resti umani sono di giovani uomini, e dai segni sulle ossa è plausibile che usassero archi e spade». Forse i sepolti erano atleti, di sicuro giovani: «età media 25 anni, alcuni in tarda adolescenza. Probabilmente membri di un’élite celebrata, anche con le statue». In Sardegna non sono stati (ancora) scoperti altri Giganti, ma la rappresentazione iconografica è simile a quella di tanti bronzetti nuragici, ritrovati anche nel centro Italia. E difatti al Marongiu, fino al 9 novembre, è in corso una mostra sui fitti rapporti fra civiltà nuragica e civiltà etrusca, centrata su uno dei Giganti, identico a una statuina trovata nella tomba di Cavalupo a Vulci, parte di un lussuoso corredo.
Intervisto Mureddu fuori dalle rovine di Tharros, dove si inaugura il nuovo percorso accessibile alla città punica, poi romana costruita sul mare: un’altra meraviglia del territorio del Sinis. È una zona marina protetta, fra spiagge di quarzo, la chiesetta paleocristiana di San Giovanni, altri resti nuragici e le torri della dominazione spagnola che vegliano il mare; di qua sono passati tutti nel corso dei secoli. Nel sole abbacinante viene presentato anche il Grande Progetto Mont’e Prama, officiante il presidente della omonima Fondazione, Anthony Muroni: oltre 13 milioni di euro, in parte già spesi in parte programmati, da finanziamenti europei e regionali, per il rifacimento del museo di Cabras e poi per nuovi scavi e il restauro del vicino ipogeo nel villaggio di San Salvatore.
Insomma, si pensa a un rilancio di tutto il Sinis. E com’è riuscita la Fondazione nell’ardua impresa di riportare i ragazzoni a casa da Cagliari? «Già nel 2021» risponde Muroni, «avevamo messo come precondizione che fossero rispettate le direttive dell’Icom, l’International Council of Museums: i corpus non vanno disgregati, ma riuniti nei luoghi del ritrovamento. A noi toccava realizzare un museo all’altezza». Qualcuno, anche al ministero della Cultura, ha cercato di lasciare a Cagliari almeno qualche statua: «ma alla fine, parlandosi, si è capito che indietro non si poteva tornare».
Nel Sinis, aggiunge Muroni, c’è ancora tanto da scoprire: «Facciamo la prospezione dello stagno, scaviamo in nuraghe a 600 metri in linea d’aria da Mont’e Prama, a me interesserebbe capire dove era situata la città dei vivi». Quanto ai rientri, non ci sono solo quelli da Cagliari: «Siamo riusciti a convincere il museo di Brighton, per la prima volta, alla restituzione totale dei reperti di Tharros che lì erano ospitati». Torneranno a fine 2026. «Resta aperto il discorso con il British Museum» – sempre lui – «che ha gran parte degli ori di Tharros. La questione si è un po’ arenata, perché loro sono in fase di inventario e non durerà poco, a seguito dei furti del 2025». A Cabras – Oristano è stabilmente considerata la provincia con meno delinquenza d’Italia, nessuno ruba neanche dalle automobili aperte – gli ori di Tharros sarebbero forse più al sicuro che a Londra…
Con la cultura si mangia
La speranza, naturalmente, è di promuovere lo sviluppo economico di una zona ancora relativamente poco battuta dalle piste turistiche. Negli ultimi anni anche qui sono aumentati i visitatori dal nord Europa, attirati dal maestrale che spazza la costa e incoraggia il windsurf. Con la cultura, si mangia: quest’anno il museo Marongiu con la sua nuova ala è parecchio più frequentato di prima, gente che arriva dal continente per ammirare i Giganti riuniti e le rovine di Tharros (ci sono biglietti cumulativi, e i botteghini chiedono “mi dice da dove proviene? Per le statistiche…”). Ma il turismo consuma anche, ricorda il dinamico sindaco di Cabras Andrea Abis, che per il Progetto Mont’e Prama lavora di concerto con la Fondazione; negli ultimi anni sono state create ciclabili e rotonde, rifatto l’asfalto di molte strade e tutte le discese a mare. «La nostra visione del futuro del Sinis», sostiene, «si basa innanzitutto su una fondamentale preoccupazione: non rovinare quello che abbiamo. I beni culturali sono un pilastro che può tradursi in sostenibilità economica, ma non può determinare un’affluenza tale da distruggere il resto del territorio o gli stessi beni. Se la gestione diventa solo finanziaria, il territorio diventa desertico dal punto di vista della socialità». Evviva i Giganti, ma che le molte spiagge cabrarisse, oggi ancora intonse da stabilimenti e alberghi “sul mare”, restino sempre selvagge come una Bretagna affacciata sul Mediterraneo.
Sul Venerdì del 31 luglio 2026