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Fabri Fibra e Francesco Guccini: uno strano incontro tra “avvelenati”

Da sinistra: Dario Borlandelli, addetto stampa di Guccini; il nostro inviato Luca Valtorta; Francesco Guccini; Fabri Fibra; Raffaella Zuccari, moglie di Guccini; e Mimmo Zummo, oste e amico di famiglia, nella casa del cantautore a Pavana. foto di Luigi Narici per il Venerdì 

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Dall’archivio (settembre 2025) – Nel suo ultimo disco il rapper ha preso in prestito una delle canzoni più celebri del cantautore, “L’avvelenata”, scritta mezzo secolo fa. Non si erano mai conosciuti. E quindi, ora, eccoci tutti qua
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Non la vedi dalla strada, e infatti la superiamo, tocca tornare indietro e fare una piccola discesa fino a che si arriva in una corte. È una casa antica. Francesco Guccini, il proprietario, ci spiegherà poi che fu la casa dei suoi nonni, «che però ai tempi, siccome eran mugnai, stavano al mulino», oggi lì ci vive suo cugino – il mulino invece non funziona più. Siamo naturalmente a Pavana, borgo appenninico sospeso tra Emilia e Toscana, soprattutto luogo mitico per chi di Guccini è fan. Tra questi si annovera Fabri Fibra, che di Guccini sa tutto anche se non l’aveva mai incontrato.

Nel suo ultimo disco, Mentre Los Angeles brucia, ha campionato una sua vecchia canzone, L’avvelenata, che poi è la ragione per cui siamo tutti qua. Il sole ancora alto filtra attraverso le finestre. A capotavola il maestro del cantautorato italiano. Alla sua sinistra il rapper e re dell’hip hop. Due generazioni solo apparentemente distanti, come vedremo, capaci di passare un intero pomeriggio a raccontare, a…

Non la vedi dalla strada, e infatti la superiamo, tocca tornare indietro e fare una piccola discesa fino a che si arriva in una corte. È una casa antica. Francesco Guccini, il proprietario, ci spiegherà poi che fu la casa dei suoi nonni, «che però ai tempi, siccome eran mugnai, stavano al mulino», oggi lì ci vive suo cugino – il mulino invece non funziona più. Siamo naturalmente a Pavana, borgo appenninico sospeso tra Emilia e Toscana, soprattutto luogo mitico per chi di Guccini è fan. Tra questi si annovera Fabri Fibra, che di Guccini sa tutto anche se non l’aveva mai incontrato.

Nel suo ultimo disco, Mentre Los Angeles brucia, ha campionato una sua vecchia canzone, L’avvelenata, che poi è la ragione per cui siamo tutti qua. Il sole ancora alto filtra attraverso le finestre. A capotavola il maestro del cantautorato italiano. Alla sua sinistra il rapper e re dell’hip hop. Due generazioni solo apparentemente distanti, come vedremo, capaci di passare un intero pomeriggio a raccontare, a raccontarsi e, perché no?, anche a sparare cazzate.

Capitolo primo: L’avvelenata

Fibra. “È stato il primo dissing della musica italiana, il primo esempio di come si possa prendere una critica e trasformarla in risposta artistica. Francesco, tu a noi rapper ci hai aperto la strada, hai dimostrato che si può rispondere in musica a qualcuno che ti critica. Ti sei, scusa il termine, incazzato, e hai risposto per le rime. Per questo ho campionato L’avvelenata: l’hai scritta 49 anni fa ma rappresenta perfettamente quello che sento anch’io oggi”. Guccini. “E pensa che non volevo neanche metterla nel disco. Non la consideravo una bella canzone. Ho scritto testi migliori, più articolati. Per me L’avvelenata è sempre stata un brano secondario, nato da un momento di rabbia personale”. Fibra. “Ma è proprio questo che la rende speciale! È diretta, è spontanea, è oltraggiosa. Quando sento “credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni?” mi viene la pelle d’oca. Pura verità, senza filtri. Sicuramente hai scritto strofe più geniali, testi più profondi, ma la magia è attraversare le generazioni”. Guccini. “Il fatto che arrivi facilmente non significa che sia una buona canzone. Il successo immediato non è sempre sinonimo di qualità artistica. Poi lo so, è diventata un inno. Ho un amico a Porretta, personaggio di successo nel suo piccolo paese, che subisce invidie, come spesso succede nei piccoli paesi. L’avvelenata è diventata la colonna sonora della sua vita: è il suo modo di rispondere per le rime al mondo”. Fibra. “L’ha fatta sua! È quello che succede con i pezzi veri: la gente li usa per raccontare la propria storia”.

(Breve riassunto: L’avvelenata nasce dalla recensione di un disco di Guccini, Stanze di vita quotidiana, scritta dal critico musicale Riccardo Bertoncelli sulla rivista Gong. Di qui la strofa “tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate”. Guccini la inserì nell’album successivo, Via Paolo Fabbri 43, suo indirizzo di casa a Bologna a quel tempo).

Guccini. “Non mi infastidì tanto la critica in sé ma il modo, certe frasi che suonavano gratuitamente cattive e che non riguardavano né la musica né i testi ma me stesso. L’accusa principale era che sarei sottostato alla casa discografica che mi imponeva di fare il disco pur non avendo io niente da dire. Beh, quella era proprio una balla”.

Fibra. “Oggi i Bertoncelli devi moltiplicarli per un milione: su internet chiunque può fare il critico, ti bombardano di recensioni non richieste, vogliono attenzione e una risposta”. Guccini. “Io non ho il telefonino ma un amico che mi tiene aggiornato su queste cose: su Facebook dice che mi danno sempre del vecchio rincoglionito. Sono una specie in via d’estinzione – mi protegge il Wwf. Però il dissing lo so cos’è – perché me l’hai spiegato prima tu. E forse ne ho fatti anch’io, senza chiamarli così”. Fibra. “Ti faccio un dissing con un’altra tua canzone, Cirano (dall’album D’amore di morte e di altre sciocchezze del 1996) “Venite pure avanti, rapper sgangherati... buffoni che campate di rime senza forza. Avete soldi e gloria, ma non avete scorza”. Ho solo cambiato “poeti” con “rapper” e funziona perfettamente. Lo spirito è identico”. Guccini. “Vero. Certi temi sono ancora validissimi: l’arte venduta, l’apparenza che conta più della sostanza, l’industria che schiaccia la creatività...”.

Capitolo secondo: radici, anni 70

La tavola è imbandita con meravigliosi pasticcini. Raffaella, moglie di Francesco e artefice di questo nostro incontro, ci rifornisce di chinotto. La luce si fa più fioca. Guccini. “Clima tremendo. Mi sembra fosse il ‘77, concerto a Roma, al Gianicolo. La rivista di attualità Grand Hotel aveva pubblicato una mia foto con su scritto “Il padre che tutti i ragazzi italiani vorrebbero avere”. Sul palco sale uno, prende il microfono e mostrando il giornale si mette a gridare: “E adesso vorrei che il compagno Guccini provasse a giustificare questo!!”. Me la cavai con una battuta che fece ridere tutti allentando la tensione, ma erano anni in cui la leggerezza veniva vista con sospetto”.

Francesco Guccini e Fabri Fibra: "Guardi i reality?" "Per vedere l'abisso"

Fibra. “Consolati. Oggi non ti chiedono coerenza politica, solo di essere trendy e seguire l’algoritmo”. Guccini. “Eran tempi strani, diedero del fascista anche a Dario Fo una volta che feci – gratis – un concerto con lui alla Palazzina Liberty di Milano e c’era gente che non riusciva a entrare. Poi sono arrivati gli Ottanta e il “riflusso”, la politica si ritirò dalla musica e cambiò anche il pubblico. Quelli che sfondavano i cancelli per entrare gratis ai concerti si trovarono un lavoro. L’avvelenata nasceva un po’ anche da tutto questo”. Fibra. “Oggi la musica è di nuovo “gratis”, con lo streaming, ma i testi impegnati sono rarissimi, domina l’intrattenimento puro. Io ho sempre creduto al rap come a una forma di resistenza, un modo per dire cose che non dice nessuno – poi vabbè, nell’ultimo disco parlo anche d’altro, del rapporto terribile con mio padre, uno tra Fantozzi e Totò Riina, uno da cui non ho mai avuto niente. Ora che è morto sentivo il bisogno di parlarne. È un disco di chi ha vissuto un po’ di cose. Sai, anch’io ho quasi 50 anni ormai...”.

Capitolo terzo: Sarabanda!

Guccini. “Musica no, non ne ascolto. A parte che c’è una quantità di gente che canta che sarebbe impossibile... Esiste un’immonda trasmissione, si chiama Sarabanda, dove dei soggetti ascoltano due note e sanno che canzone è, chi è il cantante e così via. Di tutti quei cantanti non ne conosco neanche uno. Sanremo non l’ho mai particolarmente apprezzato, ma almeno qualche nome lo sapevo...”. Fibra. “Ma perché, guardi Sanremo?”. Guccini. “Lo guardicchio, ma non mi interessa. Diciamo che ho fatto un altro mestiere”. Fibra. “E i reality?”. Guccini. “Una sera ho visto l’abisso e si chiamava Temptation Island”.

Capitolo quarto: ah, l’America

Fibra. “Un disco americano per te fondamentale?”. Guccini. “Little Richard, Fats Domino, Chuck Berry, Gene Vincent. Ho iniziato da lì, dal rock and roll. Qui sotto casa c’erano quattro carri armati Sherman che sparavano contro la linea gotica. I soldati venivano a mangiare dai miei nonni pasta o polenta, e mi portavano alla loro mensa per darmi peanut butter e cioccolata. Avevo quattro anni e mezzo. Mi avevano insegnato una canzone e ogni volta che la cantavo mi ricompensavano con il cioccolato. Era di Bing Crosby, si intitolava Lay that pistol down, pensa te! Bob Dylan arrivò molto dopo. Noi sognavamo Hollywood, Steinbeck, Dos Passos, Faulkner, Hemingway e la musica era solo quella nordamericana. Volevamo andarci a vivere in America. Se penso all’America di oggi, me l’hanno rovinata”. Fibra. “La mia America erano gli anni 90: hip hop, cinema, Mtv. Ho intitolato il disco così, Mentre Los Angeles brucia, perché ci stavo lavorando e guardavo in tv le rivolte e Trump che alzava muri. Un Paese ripiegato su se stesso, spaventato. L’America che mi aveva ispirato era quella che portava alla crescita personale e artistica, era inclusiva e antirazzista. Anche l’abbigliamento mi piaceva, minimale, alla portata di tutti: i jeans, la t-shirt, non c’era quel pavoneggiarsi con la moda anche nell’hip hop. Quando ci andasti poi, la prima volta, in America?”. Guccini. “Nel gennaio del ‘70, per amore, ed già era diversa, c’erano gli hippie e la controcultura. Ho conosciuto anche Allen Ginsberg, Gregory Corso – ma qui a Bologna, da Vito, la trattoria dove andavo tutte le sere. Facemmo l’alba”. Fibra. “E la fidanzata americana?”. Guccini. “È diventata una senatrice del Maine. I suoi genitori mi odiavano, soprattutto la madre”. Fibra. “A proposito di Beat generation: ti facevi le canne?”.

Capitolo quinto: le canne e altro

Guccini. “There are two generations: pot generation and booze generation. I am of the booze generation. Ci sono due generazioni, si diceva: quella della marijuana e quella dell’alcol. Io appartenevo alla seconda. E poi comunque iniziava già a girare l’eroina...”. Fibra. “Io con la marijuana ho smesso, e sto bene. Però c’è stato un momento tosto nel mezzo, ho dovuto reimparare a scrivere senza fumare. All’inizio ho fatto fatica. Poi è scattato qualcosa e ora è meglio di prima. Quando fumavo scrivevo a pezzi, una strofa di qua, una di là, adesso faccio quasi sempre tutto di fila”.

Capitolo sesto: birra e mirra, taxi e Craxi

Guccini. “Hai detto: “faccio delle rime”, non “faccio dei versi”: come mai?”. Fibra. “Nell’hip hop parliamo di “barre” che sono composte da rime. Per esempio: “Mentre Los Angeles brucia / continua questa mia fuga””. Guccini. “Noi facevamo gare di ottava rima. È il verso classico dell’Ariosto e del Tasso dei poemi cavallereschi – in Toscana ci sono gli improvvisatori, vostri parenti alla lontana. Otto endecasillabi, i primi sei a rima alternata, e il distico finale. I primi sei hanno una rima alternata mentre gli ultimi due baciata. Con Benigni facevamo gare feroci. Devi improvvisare e poi rispettare la rima lasciata dall’avversario. C’era una poetessa, Beatrice di Pian degli Ontani, pastora analfabeta che, sfidata da un sarto, gli rispose: “Se tu sei sarto/ quanto sei poeta/ povero panno/ e disgraziata seta”. A Benigni lasciavo rime impossibili: “birra/mirra”, in italiano non c’è niente più. Un’altra volta l’ha rifatta lui a me, che non era lecito: “Se Pirro era una donna/ un gli era Pirra?”. Un’altra volta “Taxi/Craxi” e anche lì ti fermi…”. Fibra. “...Rime che faxi/ girando in taxi”. Guccini. “In endecasillabo però…”. Fibra. “Andando in giro con un taxi/ con gli occhi fissi sulla strada/ pensando alle cazzate che mi faxi/ ma se parli con me fratello bada/ che quando rimo c’ho lo stile maxi/ e aspetto che la tua carriera cada/ a questo punto potrei fare un disco/ di quello che fai tu io me ne infischio”.

Capitolo settimo: da infischi ai dischi

Fibra. “Perché hai smesso di fare dischi?”. Guccini. “Perché non mi venivan più le canzoni”. Fibra. “C’è qualche canzone di altri che avresti voluto scrivere?”. Guccini. “Luci a San Siro di Vecchioni, Com’è profondo il mare di Dalla – non ho mai amato molto soprattutto le sue ultime cose, ma lì si confessa, c’è il vero Lucio. De Gregori è molto bravo. Claudio Lolli bravissimo”.

Capitolo ottavo: invader la Groenlandia

Guccini. “La Meloni aveva fatto sapere che amava un mio pezzo, Cirano, e mi invitò ad Atreju. Le risposi che non amo quel mondo, lei ci rimase male e mi si scagliò contro. È che delle canzoni ognuno prende quel che vuol sentire...”. Fibra. “È che vogliono strumentalizzare il fascino di certe figure”. Guccini. “Mi dicono che tra i miti di una certa destra c’è anche il Che Guevara – che peraltro è nato il 14 giugno, come me. E come Trump!”. Fibra. “Allora ha ragione la Meloni!”. Guccini. “Probabile, sarà per questo che delle volte mi sveglio con una gran voglia di invader la Groenlandia... Comunque, io comunista non lo son stato mai, al limite anarchico, per simpatia, all’inizio. Sono sempre stato socialista azionista, e se avessi fatto la Resistenza sarei stato di Giustizia e libertà”. Fibra. “La Resistenza l’hai fatta musicalmente. Io credo di aver avuto successo nel rap perché facevo testi diversi, contro una certa ipocrisia su famiglia, religione, e anche sul rap”.

Capitolo nono: L’avvelenata, again

Fibra. “E il titolo? L’avvelenata?”. Guccini. “C’era un certo Lele Chiodi, da Pavullo, che veniva sempre in un locale in fondo a via Zamboni, probabilmente gestito da ndranghetisti, ci vedevamo lì tutte le sere con il vino e le chitarre. E questo Chiodi usava un’espressione, “t’se avvelenà!”, quando vedeva uno teso o arrabbiato o, appunto, “avvelenato”. Il titolo nacque così”. Fibra. “Dovessi riscriverla oggi?”. Guccini. “C’era tutto quel che c’è da dire”. Fibra. ““Credete che per questa gloria da stronzi avrei scritto canzoni...?”: perché?” Guccini. “Perché la gloria deve andare a un grande scrittore o a un grande poeta. Anche se non sono mai stato d’accordo con Bennato: quelle non erano solo canzonette. Almeno, le mie no”. Fibra. “A proposito: chi erano i “cantautori eletta schiera che si vende alla sera per un po’ di milioni”?”. Guccini. “Un po’ tutti: ero solo io lo scemo che ha sempre fatto concerti a prezzi ridicoli. Quando sento i prezzi di adesso sbalordisco!”. Fibra. “Non avevi la zona vip?”. Guccini. “No”.

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