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La scrittrice Mayra Montero: “A Cuba non è tutta colpa degli Usa”

Da sinistra, l’ex presidente Raúl Castro, oggi 95enne, con il fratello Fidel, morto nel 2016 (getty images) 

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Non è mai stata fedele al regime, ma sostiene che con Fidel Castro le cose andavano decisamente meglio. “Aveva una sua etica, dopo di lui il disastro”. Intervista
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Nel 1966 Mayra Montero aveva 14 anni e non aveva mai visto un americano. Bobby Fisher fu il primo: bellissimo e famoso. Il grande campione di scacchi, 24 anni, era all’Avana per le Olimpiadi. Passarono la notte insieme. Lei non lo disse a nessuno: era un crimine infilarsi nella camera di un gringo. Fino a quando, decenni dopo avere lasciato Cuba ed essere diventata una celebre scrittrice, non lo ha raccontato in un romanzo, appena uscito in italiano per Guanda: La sera in cui Bobby non scese a giocare. Accanto all’intimità proibita - «non lo vissi come un abuso, ero abbagliata da lui» -, il ritratto di un Paese turbolento e oggi più che mai sull’orlo del collasso.

Mayra risponde via Zoom da San Juan, capitale di Portorico. Dice che lì c’è la sua vita, la sua casa, i suoi ricordi e migliaia di galli, che sono stati liberati durante la pandemia, quando anche i combattimenti clandestini finirono in lockdown. A Cuba, almeno nel breve periodo, non metterà piede. Nella sua rubrica sul quoti…

Nel 1966 Mayra Montero aveva 14 anni e non aveva mai visto un americano. Bobby Fisher fu il primo: bellissimo e famoso. Il grande campione di scacchi, 24 anni, era all’Avana per le Olimpiadi. Passarono la notte insieme. Lei non lo disse a nessuno: era un crimine infilarsi nella camera di un gringo. Fino a quando, decenni dopo avere lasciato Cuba ed essere diventata una celebre scrittrice, non lo ha raccontato in un romanzo, appena uscito in italiano per Guanda: La sera in cui Bobby non scese a giocare. Accanto all’intimità proibita - «non lo vissi come un abuso, ero abbagliata da lui» -, il ritratto di un Paese turbolento e oggi più che mai sull’orlo del collasso.

Mayra risponde via Zoom da San Juan, capitale di Portorico. Dice che lì c’è la sua vita, la sua casa, i suoi ricordi e migliaia di galli, che sono stati liberati durante la pandemia, quando anche i combattimenti clandestini finirono in lockdown. A Cuba, almeno nel breve periodo, non metterà piede. Nella sua rubrica sul quotidiano El Nuevo Día ha criticato duramente quello che sta accadendo sull’isola. Non solo la politica degli Stati Uniti, ma la corruzione del comando militare cubano: «Temo di essere stata segnalata, sarò in qualche black list».

Però con la memoria è tornata nell’isola della sua adolescenza.

«Per farlo ho aspettato di essere anziana, vedova e orfana. Non potevo scrivere di Bobby con mio marito ancora in vita: una cosa è scrivere romanzi erotici, che per lui erano solo opere di fantasia, e ben altra è scrivere di un uomo che hai amato, anche se si trattava di un amore nato dall’incontro di una notte. L’aspetto familiare del romanzo è poi stato molto doloroso. Ho vissuto un’adolescenza triste; mia madre non stava bene e non volevo riportarle alla mente quegli anni».

Cosa accadde?

«Mio padre era un comico: scriveva canzoni popolari, conduceva un programma radiofonico e collaborava con il settimanale umoristico Palante. Quando morì Che Guevara, in redazione dissero: “Niente satira, siamo in lutto”. Lui scherzò: “Accidenti, la corona per il Che mi è già costata 100 pesos”. Quella battuta bastò perché qualcuno lo denunciasse; lo convocarono e tirarono fuori anche una sua canzone, Come odio la domenica. La odiava perché non poteva vedere la donna dei suoi sogni, ma siccome la domenica spesso era dedicata al trabajo voluntario del Partito, la considerarono antirivoluzionaria. Fu isolato e, alla fine, spedito a lavorare in un allevamento di polli».

Lasciaste Cuba?

«Mia sorella partì nel 1969, aveva tredici anni e andò a vivere con uno zio a Portorico. Noi eravamo fiduciosi di poterla rivedere dopo pochi mesi, ma non accadde. Nel 1970, il governo vietò le partenze. Riuscimmo a lasciare Cuba per il Messico solo nel 1972».

Sigillarono la vostra casa?

«Come racconto nel romanzo. Presentammo la domanda di espatrio e subito fecero l’inventario: ogni bene in nostro possesso, anche i soprammobili. Al momento della partenza doveva esserci tutto. La sera prima dell’imbarco sigillarono il nostro appartamento, come se fosse la scena di un crimine, e fummo costretti a dormire altrove. Fu un’esperienza traumatica».

È tornata?

«Fino a quando era in vita Fidel Castro sì. Poi tutto è cambiato».

Perché?

«Fidel governava l’isola come una finca: una grande tenuta con un solo padrone, ma aveva una sua etica. Dopo di lui è rimasta la cupola: militari e famiglie attorno a Raúl. E lì è precipitato tutto».

In che senso “precipitato”?

«Raúl era già anziano e intorno a lui c’era una rete di potere opaca. Misero in piedi un gruppo imprenditoriale delle Forze Armate, diretto da colonnelli e generali. Amici commercianti spagnoli che facevano affari a Cuba mi dissero di soldi custoditi a Panama e in Turchia. Nessuno si preoccupava delle infrastrutture: non si riparavano le centrali, non si sviluppavano agricoltura, economia reale e tecnologia. È finita che la gente non ha nulla da mangiare e vive al buio».

Quindi lei attribuisce al governo la responsabilità dell’attuale crisi?

«Ci sono economisti serissimi che per decenni hanno proposto possibili riforme. Non li hanno ascoltati quando si poteva ancora intervenire. Ora parlano di “trasformazione”, ma chi investirebbe dove una cupola militare oggi dice una cosa e domani l’opposto? L’ex ministro dell’Economia è finito in carcere per furto; intanto parenti stretti dei vertici vivono a Miami. Molti sono scappati quando hanno capito che Trump avrebbe vinto, ma solo per ripulire il denaro rubato».

Il pacchetto di riforme approvato dal Congresso può cambiare qualcosa?

«Arriva troppo tardi e non ha fondamenta. Senza elettricità, acqua e servizi, le riforme sono solo titoli di giornale. Con stipendi da otto o dieci dollari al mese, che clientela frequenterà le catene di franchising e i grandi negozi? Gli alberghi sono chiusi, i turisti non arrivano, anche nei quartieri più ricchi dell’Avana si vive al buio, il pane scarseggia, l’immondizia è ovunque».

Gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo determinante inasprendo le sanzioni.

«Certo, ma non si può spiegare tutto con l’embargo. Di mezzo c’è anche una gestione del potere folle: repressione, disprezzo per l’iniziativa privata reale, regole che cambiano dall’oggi al domani. Se arrivasse una garanzia vera — l’uscita di scena della vecchia guardia, un patto credibile che protegga chi investe — allora Washington potrebbe sospendere l’embargo, arriverebbero il petrolio e i pezzi per rimettere in moto le centrali».

Che futuro immagina per Cuba?

«Lungo e faticoso. Solo il sistema elettrico richiederà anni e miliardi. Se la cupola si fa davvero da parte e se si garantisce stabilità a chi investe, qualcosa si muoverà. Ma serviranno tempo e una cosa che oggi a Cuba manca più di tutto: la fiducia».

Sul Venerdì del 7 agosto 2026

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