✕

Libero tuffo in libera spiaggia

(Pierpaolo Scavuzzo/ Agf) 

Ascolta l'audio

Da Bacoli a Roma, da Spotorno a Sarzana, sono sempre di più i sindaci che vogliono restituire il mare ai cittadini. Ma senza i balneari chi garantisce servizi, sicurezza e pulizia? Sotto il solleone, siamo andati a vedere
7 minuti di lettura

Che stai per entrare in una specie di Svizzera flegrea lo capisci dai dossi. Come imbocchi via Miliscòla, quella che costeggia il mare fino ai lidi della contesa, si susseguono con frequenza inedita, per far rallentare le auto. Intuizione confermata dallo sguardo atterrito del portiere del Municipio di fronte al cronista in bermuda: «Il sindaco ha fatto un’ordinanza che vieta di entrare in pantaloni corti». E infatti, quando rientra da un sopralluogo mentre fuori fanno 35 gradi che menano come fossero 70, il paladino delle spiagge libere, al secolo Josi Gerardo Della Ragione, è in completo blu con cravatta, mocassini e calze scure. Apparentemente non suda e fa venire in mente la stupefacente termoregolazione del presidente francese Macron che Emmanuel Carrère, nel suo ultimo libro Kolchoz, definisce eufemisticamente come “molto particolare”. Senz’altro è un amministratore che non si scompone nell’annunciare che a Bacoli l’anno prossimo vuole arrivare all’81 per cento di spiagge libere…

Che stai per entrare in una specie di Svizzera flegrea lo capisci dai dossi. Come imbocchi via Miliscòla, quella che costeggia il mare fino ai lidi della contesa, si susseguono con frequenza inedita, per far rallentare le auto. Intuizione confermata dallo sguardo atterrito del portiere del Municipio di fronte al cronista in bermuda: «Il sindaco ha fatto un’ordinanza che vieta di entrare in pantaloni corti». E infatti, quando rientra da un sopralluogo mentre fuori fanno 35 gradi che menano come fossero 70, il paladino delle spiagge libere, al secolo Josi Gerardo Della Ragione, è in completo blu con cravatta, mocassini e calze scure. Apparentemente non suda e fa venire in mente la stupefacente termoregolazione del presidente francese Macron che Emmanuel Carrère, nel suo ultimo libro Kolchoz, definisce eufemisticamente come “molto particolare”. Senz’altro è un amministratore che non si scompone nell’annunciare che a Bacoli l’anno prossimo vuole arrivare all’81 per cento di spiagge libere – come in Francia, meno che in Spagna e Portogallo. Né le ha mandate a dire a quel titolare di stabilimento balneare che prima ha dato della “pezzente” a una bagnante non sua cliente che chiedeva di usare il bagno della struttura. Poi ha accusato lui di essere il “sindaco dei pezzenti” proprio per l’intenzione di ampliare le spiagge libere. «Hai ragione, amo i pezzenti» ha risposto su Facebook, aggiungendo che il tempo dei «prenditori senza scrupoli» e degli «abusivi storici» era finito e stava per iniziare un tempo nuovo in cui le spiagge saranno di tutti. Tempo che, come scopriremo, sta contagiando il Paese ben oltre il Golfo di Pozzuoli. «Impopolare? Macché, il contrario…».Reduce da un servizio analogo a Ostia gli chiedo chi gliel’ha fatto fare di mettersi contro i balneari. La risposta è da manuale: «Sono figlio e nipote di salumieri. So che cosa vuol dire spaccarsi la schiena tutta la settimana e avere giusto la domenica per riposare. Che, dalle nostre parti, significa trovare refrigerio al mare, senza dover necessariamente spendere. E siccome i cittadini sono molti di più dei balneari, questa battaglia paga anche elettoralmente». Il che si potrebbe ripetere, uguale uguale, per tante altre decisioni – dalla patrimoniale in giù – che si strozzano in gola ai politici per malintesi timori di impopolarità. Della Ragione picchia sui beni comuni da quando era attivista diciannovenne. Vent’anni dopo, con i capelli lunghissimi a ricordo dell’antica militanza, è stato eletto sindaco per ben tre volte: nel 2015, nel 2019 e nel 2024, «all’ultima tornata, alla faccia dell’astensionismo nazionale, ha votato il 70 per cento». Intanto Bacoli ha vinto il premio comune Riciclone di Legambiente col 90 per cento di differenziata. Lui ha rimosso un centinaio di “corpi morti”, un bel nome metaforico per i blocchi di cemento abusivi dove ormeggiare le barche, dal loro splendido mare. Ha trasformato Villa Ferretti, confiscata alla mafia, in un luogo di cultura, oltre che incantevole spiaggia libera con vista subacquea di resti romani. Per arrivare all’ambiziosissimo obiettivo, messo per iscritto nel Piano attuativo demaniale (Pad), di ridurre soprattutto i cinque lidi militari che occupano una quota ampia della spiaggia, con stabilimenti spesso poco frequentati mentre tutto intorno si accalcano i bagnanti fai-da-te. «Ne basterebbe uno interforze», dice. «Ne stiamo parlando col ministero della Difesa anche se questi lidi sono tutti gestiti da privati e stiamo preparando i ricorsi». Poi, con la fine della stagione, i concessionari dovranno lasciare gli arenili liberi da ombrelloni e gazebo non in muratura, per prepararsi a nuove gare.

E poi, i lidi militari

Maria Race è la titolare, terza generazione, del Lido Enea. Gentile. Articolata. Non sfugge al confronto. In buona sostanza dice: la legge regionale prevede un minimo del 30 per cento per le spiagge libere, l’80 è irrealistico. Anche perché quelle libere non hanno il salvamento e ancora pochi giorni fa un tipo ha avuto un malore a Marina Grande e ha rischiato grosso. In ogni caso lei paga 45 mila euro all’anno di concessione («Poco? Se uno mi dice ti fitto una villa a Capri a 800 euro io me la piglio, o no?». Niente da ridire) e 30 mila di rifiuti: quando si accorgerà che senza questo indotto il Comune faticherà, magari cambierà idea. Quanto all’affaire “pezzenti” è certo una parola detta malissimo (peraltro non da lei), ma la polemica nuoce a tutti. Compresi quelli come loro che, nei giorni feriali, per un ombrellone e due lettini fan pagare 24 euro (pasta coi lupini, 12 euro) e danno da campare a quasi trenta persone. Accanto c’è una spiaggia libera gremitissima, con due bagni chimici verdi, incandescenti ma non puzzolenti. Superata la quale si arriva al Virgilio, un altro stabilimento storico – il cui titolare quel giorno è altrove – che chiarisce all’entrata che «non è consentita l’introduzione di frigoriferi rigidi mentre è consentito l’utilizzo di borse frigo» e in passato ci sarebbero stati controlli, anche all’Enea, per intercettare panini o altro cibo da casa. Poi inizia l’infilata di lidi della Marina Militare, dell’Esercito, dell’Aeronautica, dei Vigili del Fuoco, interrotta giusto da Mare per tutti, arenile entusiasticamente gestito dall’associazione Pro Handicap, che ha lettini con grandi ruote per consentire il bagno anche a disabili gravi. Il cui presidente Salvatore Jodice chiede da anni, invano, un po’ più di spazio ai vicini militari per servire un pubblico che viene da tutto il napoletano.

Intanto in Liguria

Ora tocca fare una deviazione. Di quasi 800 chilometri a Nord. Perché negli stessi giorni in cui infuriava la disfida dei “pezzenti”, Mattia Fiorini, sindaco di Spotorno, nel savonese, dava a sua volta scandalo. Annunciando di rivoluzionare l’offerta di mare cittadino con il 40 per cento di spiagge libere, come prevede la legge regionale ligure. Diventando subito notizia nazionale. Sarei voluto andare anche lì ma non c’erano i tempi e abbiamo fatto al telefono. A oggi, da loro, la spiaggia libera è al 3 per cento e quella attrezzata al 15. Dall’anno prossimo diventeranno 20 e 20. Anche a lui: chi gliel’ha fatto fare? «Beh, la domanda è piuttosto: com’è possibile che a 20 anni dalla direttiva Bolkestein e altrettanti dalla legge regionale siamo ancora in una transizione incompiuta? Se i vari governi l’avessero presa sul serio prima sarebbe stato tutto più facile». (A proposito, anche la balneare di Bacoli è delusa da Meloni e Salvini). Invece la sua giunta ha dovuto correre. Varando due anni fa il Piano utilizzo demanio (Pud), accettato da 33 stabilimenti su 41. «Dei restanti otto, che non solo lo contestavano ma neanche pagavano le licenze, ne abbiamo riassegnati sei trovandoci, a sorpresa, due spiagge libere in centro. E gli spotornesi, da troppo tempo disabituati, hanno riscoperto l’emozione di fare un bagno in pausa pranzo, portandosi un asciugamano e via» racconta. Fiorini, ingegnere di formazione e vigile del fuoco di professione, è espressione di una lista civica di centrosinistra («Avevo la tessera del Pd ma non l’ho rinnovata quando il Pd savonese si è messo coi balneari, contro di noi»). Oltre a una questione di giustizia sociale la sua è anche una strategia più ampia di differenziazione turistica: «Sin qui uno entrava la mattina nello stabilimento e poteva uscirne a sera, tra colazione, pranzo e cena. Ecco, riconvertendo alcune strutture a chioschi attrezzati – con bagni, docce e salvamento – vorremmo favorire il turismo outdoor, dalla canoa alla mountain bike, per cui la vicina Finale Ligure è molto famosa. E che i turisti tedeschi e svizzeri, in particolare, adorano». Anche lì, ovviamente, sono piovute le accuse di voler uccidere Spotorno, con profezie di crolli immobiliari, invasione di lanzichenecchi e altre sciagure. Di cui l’ingegnere si preoccupa il giusto.

Italia contro resto del mondo

Ma, su scala nazionale, com’è la situazione? Non c’è un numero ufficiale e le medie restituiscono fotografie assai diverse. La stima più citata resta quella di Legambiente che nel 2024 ha contato 12.166 stabilimenti che occuperebbero circa il 42,8 per cento delle coste balneabili (in alcune regioni come Liguria, Emilia-Romagna e Campania si arriva al 70 per cento). Specificare “balneabili” non è superfluo perché l’anno precedente una commissione governativa, forse con l’intento di ridimensionare il problema, aveva prodotto una contestatissima mappatura che parlava di concessioni solo per il 33 per cento della costa, compresi porti e scogliere dov’era praticamente impossibile fare il bagno. È così che, sul fronte privatizzato, svetta Rimini che fino a pochi anni fa aveva il 92 per cento dato in concessione, oggi l’89 ma nel nuovo Piano dell’arenile punta a ridurlo al 63. Sul fronte ad accesso pubblico invece Molise, Sardegna e Sicilia, dove le licenze si fermano al 20 per cento.Tutto questo mentre in Francia, l’abbiamo già accennato, la legge prevede che almeno l’80 per cento del litorale resti libero da strutture, ammettendo solo installazioni rimovibili alla fine delle concessioni che durano al massimo dodici anni. Mentre in Spagna e Portogallo le concessioni all’italiana non esistono proprio e ai gestori viene data un’autorizzazione, con obbligo di smontaggio a fine stagione, per dieci o cinque anni. Periodo massimo, quest’ultimo, consentito anche in Croazia. Risultato? Le spiagge privatizzate, a Nizza e Benidorm, sono circa il 2 per cento.

A Praia do Norte o a Spalato il 5 per cento. Mentre anche il leggendario mare greco, meta ambitissima del ceto riflessivo nostrano, è privatizzato solo al 15 per cento. E da due anni un’iniziativa governativa contro l’overtourism restringe il numero di calette dove è possibile piazzare ombrelloni e lettini. Potete fare un bagno, ma portandovi giusto il vostro asciugamano. Mentre, l’abbiamo visto, quanto a spiagge occupate, noi conquistiamo il gradino più alto del podio europeo.Un record che, però, non è un destino. Oltre a Bacoli e Spotorno il vento sta cambiando anche altrove. Pochi giorni fa il Times di Londra dedicava un ammirato reportage alla piccola rivoluzione romana di cui il Venerdì si era già ampiamente occupato. A partire dal fatto che il vuoto dell’Anema e core abbattuto in quanto abusivo è stato riempito da una spiaggia libera. Condizione che, a regime, dovrà riguardare oltre metà del totale, assicura la giunta Gualtieri. In Puglia il programma regionale “Mare democratico” ha stanziato oltre 10 milioni di euro per attrezzare le spiagge libere. E il governatore Antonio Decaro ha fatto discutere proponendo che – ma non è ovvio? A Viareggio, dove pure i balneari non sono timidi, si è sempre fatto – i clienti degli stabilimenti possano portarsi il cibo da casa. Mentre il Tar Liguria ha accolto il ricorso dell’Antitrust contro le proroghe automatiche delle concessioni a Sarzana. Dove, tra licenze scadute e assegnazioni ancora da fare, i gestori dei bagni li hanno dovuti abbattere in fretta e furia. E la spiaggia di Marinella è tornata libera, come negli anni 60. Suggerendo al cronista della Nazione lo stupefatto incipit “Il paradiso all’improvviso”. Sempre nei giorni scorsi una mozione del centrosinistra marchigiano ha chiesto uno stop immediato a nuove concessioni, in attesa di una mappatura che consenta di censire prima e tutelare poi le spiagge libere. Insomma, più di qualcosa si muove.

E il bagnino?

Torniamo infine a Bacoli, dove il viaggio è iniziato. Il sindaco mi ha affidato a Teresa Scotto di Luzio, assessora al demanio, e Olga Schiano Lo Morello, ai lavori pubblici, che mi scarrozzano di spiaggia in spiaggia, mostrandomi il lungomare di Case Vecchie dopo la rimozione di sei capannoni, tra sale da pranzo e rimessaggi abusivi, che ostruivano la vista del mare. Hanno un orgoglio commovente nell’illustrare l’argenteria di famiglia: il parco archeologico sommerso, il tempio di Diana con la terza cupola più grande del periodo romano (dopo Pantheon e tempio di Apollo), il notevolissimo Castello aragonese di cui vorrebbero predisporre un nuovo accesso direttamente dal mare. Per rendere possibile una foto dall’alto mi portano anche a Cala Moresca, un quattro stelle decisamente lussuoso, che ospita un matrimonio con 150 invitati che, vestiti di tutto punto, fanno caldo solo a guardarli. Il titolare Roberto Laringe, impeccabile in camicia azzurra, ci offre acqua fresca in quantità e finger food. Anche lui, anni addietro vicesindaco e oggi presidente locale di Federalberghi, non ha niente contro le spiagge libere: «Potrebbero essere anche il 100 per cento, se attrezzate e fatte bene, senza parcellizzare la costa». La rivoluzione annunciata da Della Ragione, alla fine, sembra risultare molto ragionevole – e la sua onda lunga lambisce tante altre spiagge italiane. Resta il nodo dei bagnini, di veri bagni e docce. Ma non sembrano ostacoli insormontabili per uno che non suda nemmeno sotto un solleone nucleare.

Sul Venerdì di Repubblica del 7 agosto

Leggi i commenti