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Acrilico. “Un anno e due mesi che non vedo mia figlia”

(Paolo Metaldi | Design Studio) 

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LE STORIE D’AMORE DEL VENERDI’. “La sua ultima immagine profilo: lei a figura intera, jeans aderenti, pelliccetta bianca (attenzione alla pelliccetta Shein, valore 12 euro).”
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Un anno e due mesi che non vedo mia figlia. La sua ultima frase è stata: considerami morta. Da quel momento è sparita.

Ventun anni, Letizia è stata cresciuta nel privilegio in particolare dal padre, mentre io sono stata più severa.

Finito il liceo non s’iscrive all’università, prima temporeggia con l’anno sabbatico, poi vagheggia qualcosa di creativo, allestimenti floreali, le piacciono i fiori. Nell’indecisione lavora come cameriera in un ristorante.

Tuttavia non è sull’argomento futuro che litighiamo. Non è sulla mancanza d’impegno e un progetto di vita che non c’è.

Il giorno dopo il litigio, mai litigio tanto violento tra noi, scrivo all’amica: “cara Miriam, mi scuso per la scenata di stanotte” – tutto pur di recuperare mia figlia. Non ricevo risposta, riscrivo: “ti voglio bene”. Miriam mi blocca sul telefono così come Letizia – oggi su Whatsapp vado al nome Letizia nella speranza che nel riquadro riappaia la foto.

La sua ultima immagine profilo: lei a figura intera, jeans aderenti…

Un anno e due mesi che non vedo mia figlia. La sua ultima frase è stata: considerami morta. Da quel momento è sparita.

Ventun anni, Letizia è stata cresciuta nel privilegio in particolare dal padre, mentre io sono stata più severa.

Finito il liceo non s’iscrive all’università, prima temporeggia con l’anno sabbatico, poi vagheggia qualcosa di creativo, allestimenti floreali, le piacciono i fiori. Nell’indecisione lavora come cameriera in un ristorante.

Tuttavia non è sull’argomento futuro che litighiamo. Non è sulla mancanza d’impegno e un progetto di vita che non c’è.

Il giorno dopo il litigio, mai litigio tanto violento tra noi, scrivo all’amica: “cara Miriam, mi scuso per la scenata di stanotte” – tutto pur di recuperare mia figlia. Non ricevo risposta, riscrivo: “ti voglio bene”. Miriam mi blocca sul telefono così come Letizia – oggi su Whatsapp vado al nome Letizia nella speranza che nel riquadro riappaia la foto.

La sua ultima immagine profilo: lei a figura intera, jeans aderenti, pelliccetta bianca (attenzione alla pelliccetta Shein, valore 12 euro).

Da un anno e due mesi io non ho modo di comunicare con mia figlia, se non attraverso il padre che le consegna le mie lettere a cui non ricevo risposta. Da un anno e due mesi io non ho una parola da Letizia. Ripenso alle sue prime parole. Mamma, pappa. Scherzavamo sul fatto che avesse detto prima pappa di papà, che per un anno buono il padre fosse stato sullo sfondo. Ho recuperato col tempo, protestava lui. Comprandole le schifezze, ribattevo io. Il mio ex marito ha assecondato la passione di nostra figlia per gli acquisti online, abiti da pochi euro, acrilico puro (hai idea di quanto tempo impiega questa roba a biodegradarsi? I danni all’ambiente – le mie proteste).

Lui sostiene che la notte del litigio lei si sia sentita provocata, umiliata perché io ho urlato davanti all’amica.

Gli ricordo che Miriam non è un’amica qualsiasi, bensì la sua migliore amica che entra esce da casa mia, che in pratica vive da me, sai le volte che arriva e non mi saluta, o che mi passa davanti in mutande e reggiseno?

A forza di incassare, alla fine sono sbottata – argomento.

Il mio ex definisce il rapporto tra me e Letizia complesso, che ti ha detto la dottoressa, mi ricorda. Per un po’, Letizia adolescente, abbiamo seguito una terapia familiare.

Durante le sedute lei diceva di me: non sa cucinare, in casa non fa niente.

Del padre: un uomo buono.

Echeggiano le sue parole, le prime e le ultime, dal passato tornano frasi intere, dentro e fuori dalla terapia familiare.

Eccoci nella stanza: Letizia sedicenne, io, il padre. Sono passati cinque anni, eppure, a rivederci da qui, sembriamo molto diversi – com’eravamo speranzosi.

La dottoressa chiede: cosa rimproveri a tua madre?

A sedici anni mia figlia è una ragazza introversa, almeno con me – sospetto che con le amiche sia espansiva. A me grida: loro sanno tutto di te.

Cosa?

Che sei una stronza egoista.

Perché tanta rabbia? – domando alla dottoressa.

Nel mentre Letizia cresce, io e il padre ci separiamo, lei resta a vivere con me, anche se rivendica di voler vivere col padre – comunque non se ne va.

Finisce il liceo, inizia a lavorare. Io non sono d’accordo, tempo perso – dico – tempo che poi non recuperi. Quanto mi agita il fatto che lei non abbia un progetto per il futuro: non contare su di me, io non ti mantengo – avviso.

Lei si chiude in camera sbattendo la porta.

Negli anni mi ha detto troia, puttana, muori, fai schifo, alzati. Alzati, se sei capace.

Così arriviamo a quella notte. Io sto dormendo da un po’ quando vengo svegliata da risate e gridolini. Le ragazze appena rientrate.

Dal giorno della separazione, dal giorno in cui il padre è andato via di casa, Letizia invita ogni sera un’amica a dormire. Anche prima venivano, non però con la stessa frequenza.

Letizia è volubile, cambia spesso frequentazioni. Ha innamoramenti repentini, sul telefono leggo i suoi messaggi: sei la mia vita – scrive alla prescelta. Durata massima un anno nel quale la condivisione tra le due è minuto per minuto, se lontane sono in videochiamata.

Quando un’amica sparisce, io mi limito a chiedere che fine ha fatto. Non voglio vederla mai più – risponde.

Marianna, Olivia, Viola, Gaia, Giulia, alcune delle quali ho incontrato un’unica volta, quando sono venute a dormire a casa.

E allora: queste sconosciute che entrano nella mia intimità, che mi vedono in pigiama, spettinata, stanca, provata, queste sconosciute che mi osservano, cosa diranno di me?

Provo a guardarmi con gli occhi delle ragazze. No, io non somiglio alle loro madri, le vedo quelle madri: salgono le scale. Salgono e scendono le scale.

Di nuovo a quella notte: risate, gridolini.

Cosa sono se non una mancanza di considerazione nei miei confronti. O peggio, ragiono: una sfida, loro rumoreggiano per farmi alzare.

Impiego del tempo col timore di trovarle già a letto, magari addormentate, mi affretto, accelero i movimenti. Esco nel corridoio e per fortuna sono ancora in bagno a struccarsi, la porta aperta.

Mi avete svegliata, santiddio – dico.

Nemmeno si girano.

La loro indifferenza mi porta a gridare – grido per esistere, vorrei spiegare oggi a mia figlia, tu non sai che significa non essere visti.

Siete due disperate – urlo. Due disperate che vanno in giro mezze nude a fare chissà cosa.

Eccole lì con indosso i miniabiti da 10 euro, struccate male.

Rilancio: io ti ho dato tutto, ma tu vai dietro a altri – e chiaramente mi sto riferendo a Miriam.

Letizia scatta: altri chi, sentiamo – avanzando.

Arriva a pochi centimetri da me, io la guardo dal basso.

Abbi il coraggio di fare i nomi – dice.

La tua amica deve salutare – sempre a sminuire Miriam.

Ti ha salutato.

Quando mai.La bambina vestita di acrilico, la bambina che distrugge il pianeta, abbassa il dito verso di me: lei non la devi mettere in mezzo, capito?

Sennò?

È questo l’istante preciso in cui ci perdiamo.Solleva una mano, sta per darmi uno schiaffo, io non mi copro il viso, al contrario. Guardo negli occhi la bambina che distrugge il pianeta.

La mano esita.

Letizia non vuole dormire da sola. Cosa vedi quando chiudi gli occhi, cosa ti spaventa – vorrei chiederle adesso nella distanza. E anche: che ruolo ho avuto io nella tua paura. Ragiono, ripercorro l’infanzia: due anni. Poi quattro, cinque. M’implora di dormire insieme, piange: ti prego, mamma.

Deve abituarsi a dormire da sola.

Dormire, mangiare, giocare, lavarsi, è un’ossessione per me: che lei diventi autonoma al più presto. Ricordo il sollievo al decimo compleanno. Ci siamo quasi – ho pensato.

Sempre avuto fretta che lei crescesse.

Ma torniamo alla notte in cui l’ho persa, alla mano sollevata, a lei, la bambina che distrugge il pianeta. La mano trema. Sta per darmi uno schiaffo. Forza, colpisci.

Invece no: il braccio crolla lungo il fianco, e pare un braccio morto.

Handicappata – dice mia figlia.

Nel ricordo, prima che il braccio si abbassi, io e lei ci guardiamo, stiamo piangendo.

In un altro lei urla: considerami morta. Si affastellano le immagini: durante la terapia familiare la dottoressa la sprona a analizzare la frenesia di non rimanere sola, di avere compagnia specie di notte. Insiste sul suo sonno, cosa sogni. È un sonno agitato il tuo?

Incalzata ripetutamente, Letizia risponde: se di notte succede qualcosa.

(Ed è una ferita: mia figlia non vuole rimanere sola con me. Se io cado, m’incastro, m’immobilizzo, se di notte il mio cuore smette di battere).

La mattina dopo il litigio, trovo la camera vuota. Lei e Miriam se ne sono andate. Chiamo Letizia al telefono, mi ha bloccata. Quello stesso giorno compro una nuova scheda. Lei non risponderà né a quel numero, né a nessun altro numero con cui proverò a chiamarla, perché io proverò da telefoni di amici, parenti e sconosciuti. Lei non risponde. E non risponde ai messaggi, alle mail, alle lettere dove la supplico di tornare indietro in un’alternanza di rabbia e tenerezza, e da un certo punto in poi solo tenerezza: amore mio.

In questo anno ho aperto il suo armadio, passando in rassegna i vestiti. In base ai prezzi sul sito di Shein, ho calcolato il valore complessivo di quel che lei si è lasciata alle spalle: 187 euro.

In un impeto di dignità ho deciso di non partecipare alla distruzione del pianeta, riempito tre sacchi dell’immondizia di indumenti. Acrilico.

Poi no: ho svuotato i sacchi, e rimesso nei cassetti ogni maglietta, felpa, camicia, abito, miniabito, pelliccia.

Passo con la macchina davanti al ristorante dove lavora lei. Mi fermo dalla parte opposta della strada, non di fronte. Da lontano, attraverso le vetrate, cerco di individuarla.

Si è tagliata i capelli.

Ogni volta succede che lei si giri dalla mia parte, come se avvertisse la mia presenza, e per un istante, seppure lontane, noi ci guardiamo. E nella lontananza rimbalzano le parole, quelle dette e quelle no. Mamma – rimbomba. Appoggiati a me – ha nove dieci anni, e tutta l’intenzione di farmi camminare. Intenzione, risolutezza, caparbietà, ostinazione, lei non molla.

Di tanto in tanto riesco a sorprenderla a fine turno, fuori dal locale. Indossa la pelliccetta.

Quando si presentava a terapia familiare con quella, e io mi vergognavo.

Nel ricordo: entriamo nel portone dello studio medico. Il mio ex chiama l’ascensore. Nell’ascensore la sedia a rotelle non entra, perciò lui è costretto a sollevarmi tra le braccia, a tenermi, mentre nostra figlia chiude la sedia per infilarla in ascensore. Spesso si spazientisce, dice che non entra, quella cazzo di cosa, la chiama cosa. Allora il padre fa due viaggi. Prima porta me al quarto piano, suona il campanello della psicologa, mi deposita sul divanetto della sala d’attesa. Quindi torna giù, dove lo aspetta Letizia con la cosa – fosse mai che qualcuno la rubi. Lui torna giù, chiude la sedia, la infila in ascensore. Insieme salgono al quarto piano. Per l’intera durata della seduta mia figlia non toglie la pelliccia. A guardarla di sbieco sembra un animaletto. Siamo qui, ed è come avere un animaletto di fianco.

Nata a Orbetello nel 1972, Teresa Ciabatti è scrittrice e sceneggiatrice. Dopo il primo romanzo Adelmo torna da me (Einaudi, 2002) ha scritto, tra gli altri, I giorni felici (2008), La più amata (2017), Sembrava bellezza (’21) e Donnaregina (’25), tutti editi da Mondadori

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