Sul litorale c’era tanta gente. “Come chiamarlo, quel pezzo di vetro? Caso o destino?”
di di Mattia InsoliaLa prima volta fu per caso.
Non che questo dia magia alla faccenda ma negli anni, parlandone con gli amici, si trovarono spesso a specificarlo e così, alla fine, la mitologia della loro relazione finì per sembrare fondata proprio sul caso. Su questo però erano loro stessi a non concordare: Daniele al caso credeva davvero, mentre Giorgio era più incline a vedere la vita come una storia già scritta.
«Scritta quando?» lo provocava Daniele. «Da chi?».
Giorgio allora alzava le spalle, e la faccenda si chiudeva lì; il cane nero della discordia era bene disturbarlo solo per giuste ragioni, e lo sapevano.
Comunque sia, la prima volta ci finirono accidentalmente. E se questa è la prova dell’esistenza del caso o di un ordine precostituito, be’, non è dato saperlo. Ma che importa?
Camminavano sulla battigia da un po’. Due trentenni, asciutti e belli, forti ed energici, che passeggiavano lentamente. Consapevoli di avere davanti tutto il tempo del mondo, una vita intera. Sul litorale c’era tanta g…
La prima volta fu per caso.
Non che questo dia magia alla faccenda ma negli anni, parlandone con gli amici, si trovarono spesso a specificarlo e così, alla fine, la mitologia della loro relazione finì per sembrare fondata proprio sul caso. Su questo però erano loro stessi a non concordare: Daniele al caso credeva davvero, mentre Giorgio era più incline a vedere la vita come una storia già scritta.
«Scritta quando?» lo provocava Daniele. «Da chi?».
Giorgio allora alzava le spalle, e la faccenda si chiudeva lì; il cane nero della discordia era bene disturbarlo solo per giuste ragioni, e lo sapevano.
Comunque sia, la prima volta ci finirono accidentalmente. E se questa è la prova dell’esistenza del caso o di un ordine precostituito, be’, non è dato saperlo. Ma che importa?
Camminavano sulla battigia da un po’. Due trentenni, asciutti e belli, forti ed energici, che passeggiavano lentamente. Consapevoli di avere davanti tutto il tempo del mondo, una vita intera. Sul litorale c’era tanta gente, spesso dovevano evitare bambini che correvano, donne brillanti di olio e stese come lucertole sulla battigia, coppie che giocavano a racchettoni. Procedevano con dei bei sorrisi, zaini in spalla e polpacci a mollo. Finché Giorgio non cacciò un urlo, sottile ma definitivo, e iniziò a saltellare su un piede, quindi perse l’equilibrio e rovinò sulla sabbia bagnata.
Un coccio di vetro. Ecco cos’era stato. Il piede di Giorgio sanguinava, il vetro era lì accanto. Era pure bello: blu e quasi rotondo; lo avrebbero portato assieme a loro con l’intenzione di buttarlo, così che nessun altro rischiasse di ferirsi, ma prima lo scordarono in uno zaino e poi anni dopo, ritrovandolo, lo piazzarono su una delle mensole in soggiorno.
«Fammi vedere» disse Daniele, chinandosi. «Dobbiamo disinfettarlo. Magari fasciarlo. Tirati su».
«Mi fa male!». Stava per piangere, si capiva, e provava a trattenersi per via del capannello di curiosi che si era formato attorno a loro.
A Daniele si strinse il cuore, e d’istinto fece per prendergli il capo nelle mani, come sempre quando avvertiva dentro una sorta di morbidezza, tutta rivolta a Giorgio, che non sapeva contenere. Ma si fermò; c’era troppa gente. Quindi allungò le mani verso le sue ascelle e, sorridendo, lo aiutò ad alzarsi.
«Sembri un fenicottero» gli disse, e cercò di sorridergli di più.
In piedi, Giorgio teneva una gamba a mezz’aria. «Andiamo lì?». Indicò un lido, poco distante. «Avranno le cose per il primo soccorso, no?».
Tagliarono la spiaggia, piano: Giorgio aveva un braccio sulle spalle di Daniele, Daniele teneva il suo attorno alla vita di Giorgio; per aiutarlo, sì, ma gli piaceva sentirne il contatto. Arrivati, il bagnino disse loro che lo avevano, il necessario. E però non è che potevano aiutare tutti i bisognosi del mondo.
«Due sdraio e un ombrellone sono diecimila lire. Quelle sono libere».
Come chiamarlo, quindi, quel pezzo di vetro? Caso o destino?
*
«Ti dico che era lì!» fece Giorgio, l’indice verso un pezzo di spiaggia alla loro sinistra. «Tant’è che siamo passati accanto a quelle canoe».
Daniele portò lo sguardo sulle canoe, le ricordò e capì di avere torto.
«Ah! Ora te lo ricordi, eh?». Giorgio iniziò a ridere. «Dai, ammettilo».
«Cosa?».
«Che ho ragione io».
«Perché sei fissato con l’avere ragione?».
Giorgio scacciò un insetto invisibile e si coricò sulla sua sdraio, si mise di fianco e guardò Daniele. «Non sai che vergogna, comunque».
Si voltò anche lui. «Vergogna?».
«Sì, l’anno scorso». Fece cenno al pezzo di litorale che aveva indicato prima. «Cioè stavamo assieme da tipo due mesi. Volevo fare bella figura, no?». Sorrise; ma non a Daniele, forse al ricordo. «Invece sono finito a sanguinare».
«Tre». disse Daniele. «Stavamo assieme da tre mesi».
«Due».
«Se adesso ho ragione io siamo pari per prima?».
Giorgio ridacchiò.
«E comunque mi sa che l’ho capito quel giorno, che la cosa era seria» seguitò Daniele. «Per cui non hai niente di cui vergognarti. Anzi».
«Quale cosa? Che intendi?».
Daniele indicò prima sé e poi lui: loro. «Che l’ho capito quel giorno, che mi stavo innamorando. Quando tu eri a terra e quasi piangevi».
«Non mi ci sono neanche avvicinato, a piangere».
«Mhmm. Come no». Un’altra risata. «Ci pensi che è passato un anno?».
Giorgio lo guardò per un momento, senza parlare. Poi: «Anch’io».
«Cosa?».«Anch’io l’ho capito quel giorno, penso».
«Ti sto baciando» gli disse Daniele.
«Ti sto baciando» gli ripose Giorgio.
Era il loro modo di baciarsi in pubblico; l’unico, a quel tempo.
*
L’ultimo pezzo di spiaggia, tra la battigia e il loro ombrellone, Daniele lo fece correndo scomposto, tanto era calda la sabbia. E quando arrivò alla sua sdraio prima ci si lasciò cadere e poi, a mezz’aria, prese ad agitare i piedi che bruciavano.
«Eddai, finiscila!» si lamentò Giorgio, steso sulla pancia, lì accanto.
«Che c’è?».
«Hai schizzato dappertutto, che cazzo».
Daniele non rispose ma si mise sulla schiena. E per un po’ rimasero lì, fermi e zitti, a prendere il sole.
«Mi dici che hai, per favore?» chiese quindi Daniele.
Niente.
«Lo so, che non dormi. Respiri in modo diverso quando dormi».
«Sai pure come respiro?».
«Dopo cinque anni».
«Sai un sacco di cose».
«Non so perché ce l’hai con me».
«Non ce l’ho con te».
«Giorgio, per favore».
Giorgio si mise a sedere, gli occhi al mare.
«Faccio un bagno».
«Vengo anch’io».
«Allora vado al bar».
Daniele sbuffò; però da fuori si sarebbe detto stesse sorridendo, forse.
*
Mangiavano dei gelati; entrambi crema e cioccolato. E guardavano nel mare un punto, in lontananza, che secondo Daniele era una nave da crociera e secondo Giorgio una portacontainer; ne avevano parlato per un bel po’.
Daniele in grembo aveva dei fogli, sopra c’erano righe di testo fitte e, qui e lì, le tracce del passaggio di una penna rossa. L’editore voleva il romanzo entro la fine dell’estate e lui temeva di non farcela, così se l’era portato dietro. Giorgio si era dimostrato davvero comprensivo. E non solo quel giorno: erano settimane, ormai, che nei weekend lo lasciava lavorare in cucina, che pensava lui al pranzo, alla cena e persino a Robin; il meticcio che avevano adottato in autunno. Sapeva quanto odiasse l’insegnamento; che Daniele stesse perdendo da mesi i capelli e l’appetito era sotto gli occhi di entrambi. E quando a giugno aveva ricevuto da un editore la prima (e unica) risposta positiva, sul romanzo che aveva scritto in anni di notti insonni, Giorgio lo aveva incoraggiato molto. La lettera dava alcuni suggerimenti al signor autore; a seguito dei quali, poi, chiedeva di poterlo rileggere. E di lavoro da fare ce n’era, tanto che Daniele all’inizio si era scoraggiato. «Forse è un modo gentile per dire che fa cagare».
«Sei serio?» era sbottato Giorgio. «No che non lo è! Tu quest’estate ti metti bravo bravo buono buono e lavori come ti hanno detto».
E così Daniele in quelle settimane non aveva fatto altro.
«Bah», disse Giorgio, «sono convinto sia una portacontainer». E infilò l’involucro del ghiacciolo nel sacchetto aggrappato all’ombrellone.
«Senti, tu, non mi sembra di vederti lavorare» lo rimproverò, indicando i fogli.
«Forse non ti ho ringraziato abbastanza» gli rispose.
«Sì, sono d’accordo. Per cosa, nello specifico?».
«Per questa faccenda del romanzo. Mi stai aiutando molto e…».
Giorgio alzò una mano. «L’idea di sentire per tutta la vita i tuoi lamenti sui ragazzini che non sanno le declinazioni è…» spalancò le mani, poi sbuffò. «Sono dieci anni che ti lagni della scuola. Tanto vale provarci sul serio. No?».
Daniele annuì, quindi sorrise.
«E poi uno dei due dovrà pur essere ricco» disse Giorgio.
«Non puoi essere tu?».
«Ma certo. Il mondo è pieno di infermieri ricchi».
Risero.
*
Robin era in affanno; faceva caldo pure sotto l’ombrellone e non tirava un filo d’aria. Gli avevano fatto fare il bagno tante volte, ma pareva asciugarsi immediatamente e che non ci fosse verso di tenerlo fresco.
«Posso andare nel mare a prendere l’acqua per Robin?» chiese Adele. «Col secchiello della bella e la bestia», precisò.
Daniele guardò la bambina e le disse di sì, però doveva restare dove il mare le arrivava alle caviglie e doveva tornare subito. Adele allora gli sorrise, prese il secchiello e sgambettò instabile verso la battigia.
«Dov’è?» chiese Giorgio poco dopo, porgendogli un gelato.
Daniele la indicò; china dove il mare era basso, il secchiello in mano.
«Non dovevi lasciarla andare sola! Se affoga mia sorella chi la sente?».
«Rilassati, da qui la vediamo bene». Una pausa, poi: «Le hai parlato?».
Giorgio disse di sì: aveva chiamato la sorella dal telefono del bar, e lei gli aveva detto che le condizioni di loro padre erano stabili, anche se pessime. Nelle ore successive, aveva concluso, avrebbero deciso se operarlo. L’infarto l’aveva avuto all’alba, ed era in ospedale da allora. Giorgio era stato avvisato dalla sorella, lo aveva chiamato subito e subito avevano deciso che lei sarebbe andata in ospedale, dove c’era solo la madre, e lui si sarebbe occupato di Adele; nessun problema per Giorgio: adorava sua nipote.
Daniele annuì. «Tu come ti senti?».
Giorgio alzò le spalle.
«Gio’».
«Che c’è?».
«Non fare così».
«Non sto facendo niente».
«Se ci stai male va bene. È giusto».
«Non ci sto male».
«Okay, come vuoi».
Alzò di nuovo le spalle. «Non gli sta bene il mio stile di vita, non ti ha mai rivolto la parola in quindici anni e mi chiama solo per invitarmi a messa» elencò, lento. «So che se ci stessi male sarebbe giusto, ma non ci sto male. E va bene comunque. È comunque giusto».
«Zio, guarda!». Adele corse incontro a Giorgio e gli allungo una mano sotto al naso. «Una cocchiglia!».
Giorgio se la mise sulle gambe e ammirò la conchiglia con lei. Daniele intanto li guardava, e sentiva il cuore un po’ leggero e un po’ pesante, assieme. E pensò che, nonostante tutto, sarebbe stato un buon padre, Giorgio.
*
Ognuno sulla propria sdraio, tenevano entrambi gli occhi chiusi e non si rivolgevano la parola. Non se la rivolgevano da quasi un mese, e quando lo facevano era per litigare. Fino al tardo pomeriggio. Allora Daniele scoppiò a piangere. E allora parlarono, parlarono molto a lungo.
*
Daniele e Giorgio sonnecchiavano sulle sdraio. Avevano dei libri sui petti, però chiusi, nel sacco appeso all’ombrellone involucri di gelato. Robin, tra loro, si guardava attorno con serenità. C’era un bel venticello, poca gente in spiaggia, il rumore delle onde era lieve. Non lo sapevano, ma pensavano la stessa cosa: a fare una vita intera bastava quello; un momento così, per una vita intera.
*
«Sei verticale» lesse Daniele. «Fiume che scorre in Sicilia orientale».
«Lo sappiamo» mormorò Giorgio.
«Cazzo, non ci vedo niente, ormai».
«Devi farti fare gli occhiali nuovi».
«Ci sono stato l’anno scorso».
«Sì, ma per la miopia. Starai diventando presbite».
«Che rottura di coglioni» sbuffò. «Odio gli occhiali».
Giorgio rise. «Venticinque anni che te ne lamenti».
«Il fiume siciliano?» chiese Daniele.
«Non lo abbiamo visto quando siamo stati a Catania, due anni fa?».
«Siamo stati a Catania, due anni fa?».«Dovevi presentare il romanzo per quel premio lì. Avevi tipo cinque incontri in Sicilia e c’era pure la tappa a Catania e io…»
«Simeto!» proruppe Daniele, e scrisse la risposta.
*
Di bagni in mare non ne facevano tanti, ormai: preferivano entrambi le docce; che erano fresche e non richiedevano impegno. Di ritorno da quella che poteva essere la decima della giornata, si lasciarono cadere sulle sdraio e, prima Daniele e poi Giorgio, accarezzarono Robin per inumidirlo.
«Forse avremmo dovuto portare pure lui, alle docce» disse Daniele.
«Il veterinario dice che è troppo vecchio».
«A me pare solo accaldato».
«Anche».
«Non ti sembra sia diventato strabico?» chiese Daniele.
Giorgio cercò di guardarlo negli occhi, poi si mise a ridere. «È vero!».
E per un po’ risero entrambi.
«Ci hai fatto caso, che non ci sono più le canoe?» domandò Daniele.
«Quali canoe?».
«Lì». E indicò un punto a sinistra. «C’erano delle canoe. La volta che ti sei ferito al piede, il primo anno, per arrivare al lido ci siamo pure poggiati, a quelle canoe».
Giorgio arricciò le labbra e socchiuse gli occhi.
«Non mi ricordo».
Daniele sbuffò.
«Sono passati trentacinque anni. Abbi pietà».
«Mai».
E risero.
*
«Gio’, voglio un altro cane» disse Daniele, d’un tratto.
«Lo so».
«E quindi?».
Giorgio, steso al sole, l’acqua di mare che gli brillava sulla pelle un po’ macchiata e rugosa, alzò il capo e annuì.
«Sei serio?». Daniele, che invece era di schiena, si mise a sedere.
«Dirti che siamo troppo in là per prenderne un altro servirebbe?».
Lui ci pensò su, poi: «Credo di no».
«Ecco».
Daniele rise. «Come lo chiamiamo?».
*
Tobia non la finiva di scavare tra le loro sdraio. La sabbia schizzava dappertutto, sembrava dovesse recuperare qualcosa di importante.
«Fermo!» lo sgridò Giorgio. «Smettila!».
Il cane lo studiò per un momento, poi ricominciò.
«Oh, ma è deficiente» si lamentò lui; aveva sabbia ovunque.
«Tobia, andiamo» ordinò Daniele. «A mare, forza».
E quello corse verso il mare. Daniele, lento, gli andò appresso.
Giorgio sbuffò e tornò alle parole crociate, sorridendo un po’.
*
«Ti sto baciando». Daniele.
«Ti sto baciando». Giorgio.
*
Aveva lo sguardo nel romanzo che leggeva in quei giorni ma non c’era verso che riuscisse a concentrarsi. Le parole erano incomprensibili, sembrava fossero in una lingua straniera e per lui inaccessibile.
Era una sensazione che provava da sei mesi, realizzò, e non aveva solo a che fare con i libri: il mondo aveva iniziato a parlare una lingua che lui non conosceva e, sebbene di tanto in tanto si sforzasse, non sapeva capirla. Per settimane si era chiesto se fosse demenza, poi il timore era sparito da solo.
Giorgio chiuse il romanzo e lentamente mise prima un piede poi l’altro sulla sabbia, tiepida sotto l’ombrellone. Cercò di sgranchirsi un po’ le gambe; le ginocchia gli facevano sempre un gran male, però il medico gli aveva detto che non c’era molto da fare. E, continuando a muoversi con grande lentezza, mise il libro sulla sdraio accanto alla sua.
«Ti piacerebbe» disse a Daniele. «Lo troveresti poco letterario. Come dici tu. Però ti piacerebbe, secondo me».
La sdraio era vuota. Da sei mesi la sua vita era quella sdraio.
Aveva letto, molto tempo prima e chissà dove, che è una fase naturale. Che poi passa. Ma lui non voleva che passasse: con Daniele voleva continuare a parlare; nessun altro aveva mai capito la sua lingua.
Tobia, un po’ acciaccato pure lui, respirava forte lì accanto.
*
Giorgio osservava il mare, però le cataratte lo rendevano una macchia azzurra e brillante. Con grande attenzione e tanta lentezza, alzò il piede destro, restando di schiena sulla sdraio. Strizzò gli occhi, sforzandosi più che poteva, e riuscì a mettere a fuoco la cicatrice sulla pianta del piede.Era ancora lì. E così lui sorrise.
*
Ci sono due sdraio vuote, il cielo su di loro è blu e sembra di vetro.
Mattia Insolia, nato a Catania nel 1995, vive a Milano. Collabora con diverse testate, tra cui il Venerdì, d e U di Repubblica, e ha scritto i romanzi Gli affamati (Ponte alle Grazie, 2020), Cieli in fiamme (2023) e La vita giovane (2026, entrambi Mondadori).