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Asia Argento: da sempre sfido i tabù, forse per questo mi premiano a Locarno

Asia Argento, 50 anni. Il 13 agosto riceverà il Life Achievement Award al 79° Festival di Locarno (Nicola MArfisi/Agf) 

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Dalle dipendenze al bacio con il rottweiler, dalle commedie ai film d’autore, l’attrice si racconta senza rinnegare niente. In attesa del Premio alla carriera che le verrà dato al Festival svizzero
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«Il lavoro di un attore è talmente effimero che sembri esistere solo quando esce un tuo film, e io negli ultimi anni ho lavorato veramente poco. Per questo sono felice di questo riconoscimento, perché abbraccia tutto quel che ho fatto, anche i miei tanti errori: lavoro da 41 anni, ho iniziato ad andare sul set a 9, quindi forse il pubblico si ricorda anche qualcosa di buono, e forse mi riconosce una certa longevità miracolosa». Asia Argento, parla così del Life Achievement Award, il premio alla carriera che le sarà assegnato il 13 agosto al 79° Festival di Locarno, dove sarà anche presentato il suo nuovo progetto, La muerte no tiene dueño, già proiettato al festival di Cannes e in cui è una donna europea che torna in Venezuela per vendere le proprietà e la piantagione di cacao del defunto padre, ma trova la villa fatiscente in cui è cresciuta occupata dalla sua vecchia dipendente Sonia, che oltre a viverci col figlioletto affitta le stanze a sconosciuti.

A 50 anni Asia Argento non è s…

«Il lavoro di un attore è talmente effimero che sembri esistere solo quando esce un tuo film, e io negli ultimi anni ho lavorato veramente poco. Per questo sono felice di questo riconoscimento, perché abbraccia tutto quel che ho fatto, anche i miei tanti errori: lavoro da 41 anni, ho iniziato ad andare sul set a 9, quindi forse il pubblico si ricorda anche qualcosa di buono, e forse mi riconosce una certa longevità miracolosa». Asia Argento, parla così del Life Achievement Award, il premio alla carriera che le sarà assegnato il 13 agosto al 79° Festival di Locarno, dove sarà anche presentato il suo nuovo progetto, La muerte no tiene dueño, già proiettato al festival di Cannes e in cui è una donna europea che torna in Venezuela per vendere le proprietà e la piantagione di cacao del defunto padre, ma trova la villa fatiscente in cui è cresciuta occupata dalla sua vecchia dipendente Sonia, che oltre a viverci col figlioletto affitta le stanze a sconosciuti.

A 50 anni Asia Argento non è solo una star riconosciuta a ogni latitudine, ma è anche una sopravvissuta: anzitutto a una vita lavorativa iniziata precocemente e proseguita intensamente, con 85 tra film e serie tv che hanno spaziato dal cinema d’autore ai blockbuster. Poi ai tanti eccessi, come la dipendenza da alcol e droghe da cui si è disintossicata, ma soprattutto ai molti traumi capitati, compreso il suicidio del suo compagno, lo chef Anthony Bourdain, e il j’accuse lanciato nel 2018 durante la premiazione al festival di Cannes, definito in diretta mondiale il territorio di caccia dello stupratore Harvey Weinstein. «A Cannes ci sono stata tante volte, la prima a 16 anni con Le amiche del cuore, ma dopo quel che è accaduto otto anni fa, pensavo non mi avrebbero invitata più», racconta al Venerdì sulla Croisette l’attrice, che di quello e altri capitoli della sua vita non vuole più parlare.

Il suo film parla di una complicata relazione padre-figlia: la sua con suo papà Dario Argento come è stata?

«Quando mi ha portato su un suo set a 10 anni mi sono sentita privilegiata: l’ho sempre ammirato molto come regista, perché i suoi film valicano il genere horror, e ho sempre amato i suoi personaggi femminili, quindi desideravo lavorare con lui. Anche se quando me l’ha chiesto, a 16 anni, per girare Trauma ero spaventata perché non volevo scontentarlo. Lavorare insieme ci ha unito molto, anche se col tempo purtroppo la nostra è diventata una collaborazione, più che un rapporto tra padre e figlia».

Com’è stato il suo debutto?

«A 9 anni, nella serie tv Sogni e bisogni di Sergio Citti (dove era la figlia di Maurizio Nichetti e di sua madre Daria Nicolodi, ndr). Della prima volta davanti alla macchina da presa ricordo un’emozione fortissima: prima il silenzio e poi finalmente tutta l’attenzione per me. Il desiderio di fare l’attrice nasce dal bisogno di essere vista: a casa mia non capitava mai. Però per riuscirci mi sono dovuta sforzare».

Perché?

«Può non sembrare così, ma sono sempre stata molto timida. Ho superato la mia naturale vergogna solo perché potevo fingere di essere qualcun’altra e ho scoperto che se non ero me stessa finalmente nessuno poteva prendermi in giro. E invece poi sono arrivate le critiche».

Certamente lei non ha schivato le polemiche, come quando in Go Go Tales di Abel Ferrara presentato a Cannes baciò un rottweiler…

«Quando sono stata a un bivio ho scelto sempre la strada dove c’era il cartello con su scritto “Non proseguite di qua”. Ad esempio dopo il successo con Vin Diesel in America col film xXx mi hanno proposto un sacco di ruoli da donna d’azione, ma in quel caso io ho scelto di girare il mio secondo film da regista, Ingannevole è il cuore più di ogni cosa. Quanto alla scena col rottweiler ho fatto quello che avrebbe fatto ogni attrice, ho improvvisato, ma non mi aspettavo lo scandalo. Certamente quella scena non mi ha aiutato, ma evidentemente è stata una prerogativa della mia carriera sfidare i tabù. Forse mi premiano anche per questo».

Se n’è mai pentita?

«No, io avrei rifatto tutto, compreso baciare il cane. A portarmi sulla cattiva strada è stato proprio Abel Ferrara, che era il mio grande eroe e con cui ho lavorato a 22 anni in New Rose Hotel. Però, anche se piena di buche, è quella strada che mi ha portato a girare con autori meravigliosi, da Sofia Coppola a Gus Van Sant ed altri ancora. Non bisogna dimenticarsi che io venivo da un’esperienza in commedie popolari, come Le amiche del cuore di Placido o Perdiamoci di vista di Verdone. Però sono sincera, anche se i registi con cui ho lavorato, come Giovanni Veronesi in Viola bacia tutti, mi hanno guidato sul set, non sono mai stata portata per la commedia e per i ritmi delle sue battute: quello è un dono, come avere gli occhi azzurri, e io non ce l’ho».

Ma c’è qualche film, in questi decenni di carriera, di cui va particolarmente orgogliosa?

«Da attrice ho amato molto Transylvania, un film poco conosciuto in Italia, che abbiamo girato in Romania con Tony Gatlif, e poi Une vieille maîtresse di Catherine Breillat. Ho avuto la fortuna dopo la mia carriera a Hollywood di lavorare molto in Francia, ma molte di quelle pellicole, pur essendo di buona qualità, non sono uscite nel nostro Paese. E quindi chi conosce solo i miei filmacci, di me dice che sono raccomandata e cagna. In ogni caso quello che mi rende più fiera sono i miei film da regista».

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L’ultima regia risale a 12 anni fa. Crede che tornerà dietro la macchina da presa?

«Non credo che avrei la resistenza necessaria per realizzare un altro dei miei film folli ed eccentrici. In passato sono stata spesso aggressiva, forse perché mi sentivo sempre sotto attacco, ma a 50 anni ho raggiunto un’altra consapevolezza e serenità, e non ho più la forza per lottare. Nel caso preferisco mettere questi lati del mio carattere al servizio di altri registi come attrice. Come in questo nuovo lavoro, La muerte no tiene dueño, nella cui protagonista mi sono identificata».

Come vediamo nel film, perché secondo lei spesso le eredità aprono asprissime contese tra le persone?

«Il denaro corrompe ogni cosa e ci fa riscoprire i nostri istinti peggiori, proprio come fa il potere. I soldi piacciono a tutti, anche a me. Fingiamo di vivere in una società civile, ma in realtà siamo come animali addomesticati, basta poco per risvegliare i nostri veri istinti. Per fortuna che ci sono le leggi, altrimenti ci scanneremmo».

Come si è preparata al ruolo di questa figlia, ancora una volta piuttosto tormentata?

«È una donna che ha avuto un rapporto complicato col padre e torna in cerca di risposte. Ed è una persona sradicata, senza figli e legami, con l’anima a pezzi e quindi molto sola. Perciò per entrare nel personaggio sono stata chiusa due mesi e mezzo in una stanza d’albergo in Venezuela, rileggendo la sceneggiatura centinaia di volte».

Isolarsi per lei era fondamentale?

«Non so se conosce la famosa storia di Laurence Olivier e Dustin Hoffman sul set di Il maratoneta. Hoffman correva per tre isolati e poi, tutto sudato, raggiungeva il set. Un giorno arriva ansimante e Olivier, che veniva dalla scuola britannica, gli dice: “Dustin, non puoi semplicemente recitare?”. Io vorrei poter essere Laurence Olivier e saper recitare e basta, ma purtroppo devo correre per tre isolati per essere credibile».

Sul Venerdì del 7 agosto 2026

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