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Amare significa non dover mai dire mi dispiace. “Avevo citato il film più lacrimevole di sempre...”

(Paolo Metaldi | Design Studio) 

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LE STORIE D’AMORE DEL VENERDÌ “Entrata ormai nell’età degli accoppiamenti, mi misi in testa di condividere la mia passione per gli horror con i ragazzi – e poi gli uomini – di cui mi innamoravo”
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La prima volta avevo dodici anni. Era una notte d’estate. Avevo spento tutte le luci, la casa era silenziosissima e i miei genitori dormivano. Riuscii a non svegliarli.

Ho capito subito che quell’esperienza avrebbe segnato tutta la mia vita sentimentale, da allora in avanti, e non mi sbagliavo.

Fu la cosa più trasgressiva di quegli anni in cui non si è ancora adolescenti ma nemmeno bambine. Il guado che una ragazzina attraversa senza contezza, in cui sono le emozioni, più che la ragione, a indirizzare i nostri passi. Era come avere delle bombe a orologeria posizionate in lungo e in largo tra corpo e mente che, man mano, stavano esplodendo.

Il giorno dopo mi resi conto che avevo scoperto quella che sarebbe diventata una delle storie d’amore più durature della mia vita.

Vedere Clara Calamai riflessa nello specchio, mentre David Hemmings torna sulla scena del delitto perché ha la sensazione di aver tralasciato un indizio importante è stata una rivelazione. Vedere David Hemmings e Gabriel…

La prima volta avevo dodici anni. Era una notte d’estate. Avevo spento tutte le luci, la casa era silenziosissima e i miei genitori dormivano. Riuscii a non svegliarli.

Ho capito subito che quell’esperienza avrebbe segnato tutta la mia vita sentimentale, da allora in avanti, e non mi sbagliavo.

Fu la cosa più trasgressiva di quegli anni in cui non si è ancora adolescenti ma nemmeno bambine. Il guado che una ragazzina attraversa senza contezza, in cui sono le emozioni, più che la ragione, a indirizzare i nostri passi. Era come avere delle bombe a orologeria posizionate in lungo e in largo tra corpo e mente che, man mano, stavano esplodendo.

Il giorno dopo mi resi conto che avevo scoperto quella che sarebbe diventata una delle storie d’amore più durature della mia vita.

Vedere Clara Calamai riflessa nello specchio, mentre David Hemmings torna sulla scena del delitto perché ha la sensazione di aver tralasciato un indizio importante è stata una rivelazione. Vedere David Hemmings e Gabriele Lavia confrontarsi in piazza Cln, a Torino, su quale potesse essere quell’indizio, mi ha fatto capire che i film horror sono uno dei più potenti paradigmi interpretativi della nostra sbilenca esistenza.

Vedere Jessica Harper attraversare i meandri inquietanti dell’accademia di danza a Friburgo per salvare se stessa e le altre ragazze dall’influsso malefico delle streghe mi ha insegnato a non avere paura, perché nessun film dell’orrore è più spaventoso della vita.

E così, forte di queste convinzioni, entrata ormai nell’età degli accoppiamenti, mi misi in testa di condividere la mia passione per gli horror con i ragazzi – e poi gli uomini - di cui mi innamoravo.

Trascinai al cinema il mio primo fidanzato, un ormone ambulante abitato solo da pensieri lascivi, a vedere Hellraiser (fate pure i conti: sì, sto parlando del Giurassico). Ovviamente, per qualsiasi maschio di diciotto, diciannove anni, infilarsi in una sala buia con una donna equivaleva a scambiarsi quantomeno la saliva. Era come pagare una tassa: ci si aspettava di ricevere in cambio una prestazione, guardare il film era superfluo. Se mi chiedi di andare al cinema significa che vuoi prenderti piacere di me, sennò che senso ha?

Mentre lui allungava le mani e mi soffiava nell’orecchio come uno stantuffo, mentre mi prendeva il mento per baciarmi, mentre mi sussurrava cose probabilmente sciocche, dolci oppure oscene, io ero ipnotizzata dai Cenobiti, in particolare da Pinhead.

«Ehi, guarda, guarda questo», gli davo di gomito. E lui «Sì, ti guardo, ti guardo», assecondandomi, sperando che provassi un impeto di tenerezza nei suoi confronti durante lo squartamento di Frank.

«Ma no, guarda come fa a pezzi Frank!».

«Sì, sì, sono bei pezzi, sono bei pezzi».

Dovetti rivederlo da capo e da sola, Hellraiser. Fu chiaro fin dall’inizio che il mio primo ragazzo fisso non condivideva la mia passione.

La nostra storia non durò. Ero innamorata, certo, ma avere interessi in comune è importante. «Ma tu mi ami?» disse lui. «A modo mio», dissi io. «Mi dispiace», disse lui. «Amare significa non dover mai dire mi dispiace», dissi io, solennemente, per dare un tocco di romanticismo a quel momento drammatico. «Quindi mi hai amato!», disse lui rinvigorito. «A modo mio», dissi, senza esitazione. Avevo citato il film d’amore più lacrimevole e struggente di sempre – insieme a I ponti di Madison County. Ma lui non lo aveva capito.

Si cresce e si cambia, ma se c’è una cosa che io non so fare è precisamente quest’ultima: cambiare. Per me i cambiamenti sono sopravvalutati e il vero amore dura tutta la vita. La mia educazione sentimental-cinematografica, dunque, proseguì senza inciampi.

Il secondo fidanzato aveva difficoltà a scrivere due frasi compiute nella nostra bella lingua madre, i suoi biglietti d’auguri erano esempi di grammatica scomposta, un po’ come la parmigiana di melanzane o le lasagne al forno che si accasciano su se stesse quando non sono sorrette da una farcitura solida.

Ma sul nulla si può costruire una fortezza, mi dicevo. Coraggio, educhiamolo alla paura.E quindi lo portai a vedere Rosemary’s Baby e L’inquilino del terzo piano – li davano entrambi in un cinema d’essai, all’interno di una rassegna estiva dedicata a Roman Polański. Provò a protestare, maldestro come il suo italiano - obiettando che al cinema accanto c’era Ghost, un film d’amore, ma io replicai che anche Rosemary’s Baby era un film d’amore, a modo suo.

«E L’inquilino del terzo piano? Anche quello è un film d’amore?».

«A modo suo».

A modo suo era diventato il mio passepartout, la risposta a tutte le domande. Il mio 42.

Rimase freddino.

«Ma dov’è la storia d’amore?» mi chiese, dopo aver visto Rosemary’s Baby.

«Ma come dov’è?» risposi, impermalita. «E l’amore di una madre per il proprio figlio, dove me lo metti? Mi meraviglio di te: non esiste amore più grande!».

Finì anche con lui. Si cresce, si cambia, si fanno esperienze. Ma gli interessi in comune sono importanti. «Domani è un altro giorno», mi disse. «Francamente me ne infischio», dissi io.

Il terzo fidanzato, molto più grande di me, era una replica del primo: insistetti per andare al cinema a vedere Lasciami entrare e lui mi rivolse uno sguardo concupiscente che diceva: Ti piace farlo in pubblico, eh? Io mi limitai a stringermi nelle spalle, lo presi per mano e lo trascinai in sala. Non mi chiese nemmeno che genere di film fosse: dal titolo era convinto che si trattasse di un film porno.

Si cresce, si cambia, si fanno esperienze nuove, ma gli interessi in comune sono importanti.

«Ma tu mi ami?» gli dissi. «A modo mio», mi disse. Chi di a modo mio ferisce, di a modo mio perisce, cara mia, pensai. «Nessuno può mettere Baby in un angolo», gli dissi a mia volta, e lo lasciai.

Il quarto fidanzato fu un grande amore. Siamo stati insieme per anni. Ha avuto il merito di farmi conoscere e adorare tutto il cinema, da Dino Risi a Stanley Kubrick, da Lars Von Trier a Kim Ki-duk.

Su quest’uomo posso costruire una fortezza, pensai. Figuriamoci se non apprezzerà la sublime e crudele rappresentazione della vita che è il tratto distintivo di ogni horror di eccellente fattura.

Piena di speranze e di entusiasmo, vedemmo The Ring – versione originale e versione americana –, Gothika, rivedemmo The Blair Witch Project, rivedemmo Profondo rosso e, da allora e per tutta la durata della nostra relazione, canticchiavamo sempre la colonna sonora come fosse stata la nostra canzone d’amore, rivedemmo Suspiria, rivedemmo La casa dalle finestre che ridono. Ero sicura che i film horror piacessero anche a lui.

Poi, era una notte buia e tempestosa e stavamo rivedendo* (*la ripetizione di questo verbo non è casuale: essendo io una monomaniaca ossessiva, tendo a tornare sempre dove sono stata felice. E quindi, anche a rivedere, rimangiare, rivivere, riesumare) Pulse; notai un lieve tentennamento del suo capo. Mi schiarii la voce e lui drizzò il collo. Forse stava solo riflettendo sull’ondata di horror giapponesi dei primi anni 2000.

Una settimana dopo rivedemmo Audition e non nascondo che fu complicato coglierlo in fallo. Avevo sviluppato un sofisticato sistema di specchi e leve per tenere un occhio puntato sullo schermo e l’altro sul mio fidanzato.

Che si era innegabilmente addormentato. La sua condizione era incontrovertibile e non solo perché teneva gli occhi chiusi – forse stava solo riflettendo su quanto gli horror giapponesi fossero più inquietanti dei rispettivi remake – ma anche perché l’intensità del suo russare stava facendo staccare l’intonaco dalle pareti.

«Ma allora non ti piace».

«No, no, mi piace».

«Non ti piace più, quindi?».

«È solo un po’ di stanchezza. Passerà».

Si cambia, si cresce, si fanno nuove esperienze.

Una sera andai a rivedere Tenebre in un’arena all’aperto. Non da sola. Lui lo scoprì.

«Perché l’hai fatto con un altro?».

«Era solo un po’ di stanchezza».

«Dario Argento era nostro».«Passerà», dissi io.

«Passerà?», disse lui.

Facemmo un ultimo tentativo con La notte dei morti viventi e L’invasione degli ultracorpi ma non funzionò. Non sempre i corpi sono ultra.

«Quanto vuoi essere coccolata dopo? Trenta secondi o tutta la notte? Tutta la notte eh? Ecco, il tuo problema sta proprio tra quei 30 secondi e tutta la notte», disse lui. «È incredibile. Tu sembri una persona normale, ma in realtà sei l’angelo della morte!», dissi io.

Finì anche con lui.

A modo suo mi aveva amata, a modo mio lo avevo amato. Ma a un certo punto della strada, i nostri personalissimi horror si erano divisi. Ogni tanto mi mandava qualche suggerimento: serie, film, musica e ogni santa volta pensavo: ma come può pensare che mi piaccia La tomba del crudele massone reincarnato in una coperta termica? Fingeva, ha sempre finto l’orgasmo della paura cinematografica. Che disdetta.

Quindi, per lenire le ferite della delusione, mi tuffai in A Venezia: un dicembre rosso shocking, fu un bagno salutare perché recuperai le forze e mi ricordai chi ero e cosa volevo davvero.

Feci degli incontri illuminanti, che il mio cuore assetato di orrori di celluloide considera ancora tra le esperienze più travolgenti: Raw, The Innocents, February, The Witch. Mi veniva fame ogni volta che vedevo la polpetta al sugo avvicinarsi alla bocca di Verónica. Volevo andare a vivere su una sedia a sdraio collocata in un Ferragosto perenne e affollato nel bel mezzo della riviera romagnola ogni volta che vedevo la saga di Paranormal Activity. Camminavo a testa bassa, con lo sguardo ben fisso sull’asfalto, ogni volta che vedevo Il quarto tipo.

E poi, finalmente, incontrai i miei grandi amori: Midsommar, Hereditary, Sinister.

Seguii con un certo imbarazzo la vicenda di Ethan Hawke che, per scrivere un bestseller, fece ammazzare tutta la sua bella famigliola. Che gli scrittori non abbiano un minimo di istinto di sopravvivenza è cosa nota, del resto. Sono ontologicamente sprovvisti di un meccanismo di autoconservazione.

Trattenni a stento l’impulso di sfondare lo schermo a pugni quando Toni Collette costrinse quei poveri martiri di Gabriel Byrne e Alex Wolff a fare una seduta spiritica.

E poi, dulcis in fundo, mi immedesimai nella maestosa Florence Pugh che, per vendicarsi del fidanzato fedifrago, lo condanna a bruciare vivo all’interno di un orso eviscerato.

E così, nel caso avessi avuto bisogno di ulteriori conferme, capii quale fosse il più prezioso insegnamento dei film horror. Ce ne sono tanti, a dire il vero, ma uno svetta su tutti: che il vero amore esiste e dura in eterno, come La maledizione di Damien.

Nata a Roma nel 1968, laureata in Lingue, Gaja Cenciarelli è traduttrice e docente di inglese. Tra i suoi libri, La nuda verità (2018), Domani interrogo (2022, da cui è tratto il film di Umberto Carteni) e Il rivoluzionario e la maestra (2026), editi da Marsilio.

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