La stanchezza. “Per quel bel viso, si era iscritta a un corso che non le interessava”
di Chiara ValerioLa donna ha ripreso a scriverle dopo che non si sentivano da anni. Quasi venti. Da subito si è rallegrata, non le ha dato fastidio. Si è stupita, certo. Venti anni sono tanti. Quando i messaggi sono cominciati, venti erano la metà dei suoi anni. Erano all’università. Lei studiava, l’altra insegnava. Non una disciplina che le interessava. Non le geometrie, non l’analisi, e neppure quella teoria della misura, tra cui c’è – e questo alla fine aveva scelto di approfondire – il calcolo delle probabilità. L’altra insegnava Storia della Matematica. Che, a quel tempo, non le interessava. L’archeologia le interessava, e la letteratura, la storia dell’arte pure, ma era troppo giovane per ritenere interessante la storia della conoscenza, quel punto del tempo a partire dal quale gli esseri umani sanno una cosa che prima non sapevano. Era giovane e pensava di sapere o poter sapere quasi tutto.
Così, quando l’aveva incontrata per la prima volta, non l’aveva guardata, lo aveva fatto il giorno succes…
La donna ha ripreso a scriverle dopo che non si sentivano da anni. Quasi venti. Da subito si è rallegrata, non le ha dato fastidio. Si è stupita, certo. Venti anni sono tanti. Quando i messaggi sono cominciati, venti erano la metà dei suoi anni. Erano all’università. Lei studiava, l’altra insegnava. Non una disciplina che le interessava. Non le geometrie, non l’analisi, e neppure quella teoria della misura, tra cui c’è – e questo alla fine aveva scelto di approfondire – il calcolo delle probabilità. L’altra insegnava Storia della Matematica. Che, a quel tempo, non le interessava. L’archeologia le interessava, e la letteratura, la storia dell’arte pure, ma era troppo giovane per ritenere interessante la storia della conoscenza, quel punto del tempo a partire dal quale gli esseri umani sanno una cosa che prima non sapevano. Era giovane e pensava di sapere o poter sapere quasi tutto.
Così, quando l’aveva incontrata per la prima volta, non l’aveva guardata, lo aveva fatto il giorno successivo, nel corridoio, davanti ai bagni, dove, avrebbe ricordato poi, l’aveva incontrata già altre volte.
L’altra le aveva sorriso, lei l’aveva ricambiata, e si era detta che aveva un bel viso. Per quel bel viso, si era iscritta a un corso che non le interessava. Dopo un anno di corso, dell’altra le interessava poco, pur continuando a pensare che avesse un bel viso, la storia della matematica invece la appassionava.
Ma non vale la pena soffermarsi su una cosa che succede sempre nella vita, si accompagna qualcuno a un provino e si viene presi, si segue un coniglio e si cade in una buca, ci si confida con qualcuno per una pena d’amore e si finisce a letto, si crede davvero che il sentimento religioso, l’amor di dio ci renda indifferenti al desiderio della carne, ma non è vero e si finisce come il carceriere di Milady De Winter nel film, strangolati con un rosario.
Nella vita, poteva dirsi adesso che ne era passata, secondo le statistiche, quasi metà, o forse più di metà visto che fumava troppo, beveva troppo e dormiva poco, tutto era stato molto metaforico. In che senso. Non aveva seguito abbastanza conigli, non si era confidata molto, e non aveva nemmeno accompagnato qualcuno a un provino, si era però creduta immune ai desideri del corpo, aveva osservato bei volti ma si era limitata, la maggior parte delle volte, a leggere quello che leggevano loro. Motivo per cui in effetti la sua educazione era stata solo sentimentale.
Aveva, però, letto libri che non avrebbe mai letto, conosciuto scritture che non avrebbe mai conosciuto, e studiato Storia della Matematica come esame aggiuntivo e che non c’entrava niente con quella matematica applicata, strada maestra per lavorare subito, guadagnare onorevolmente e poter stare a leggere il resto del tempo. Non aspirava a molto altro, e a conti fatti, era riuscita a esaudire quella preghiera fatta a sé stessa. Leggere.
Dell’altra, la professoressa, si era disamorata perché l’aveva trovata stupida. Tutte le persone delle quali non subiva il fascino o sulle quali si stancava di proiettare il fascino che avrebbero dovuto avere, secondo lei, le sembravano stupide. Ed era probabile non lo fossero affatto.
A quel tempo, i termini stupidità e intelligenza significavano ancora qualcosa, per smettere di crederci erano dovuti passare altri dieci anni, aveva dovuto innamorarsi, soffrire, tradire, essere tradita, cominciare a pagare le bollette.
Quando aveva comprato il primo posacenere per il primo appartamento in affitto, si era seduta, aveva guardato, ma più che altro, ascoltato, la pioggia che rimbombava nella corte oltre i vetri del balcone, e capito che stupidità e intelligenza non sono affatto separate. Non stanno su una linea dritta o curva che sia, non vengono prima o dopo, non stanno sopra o sotto. Sono mischiate. Quanti di intelligenza che vorticano intorno a quanti di stupidità, e si aggregano o allontanano secondo una qualche energia, motivo per cui a tutti capita di fare cose stupide e a tutti di dire cose intelligenti. L’umanità era sconfortante perché nonostante l’insiemistica era difficile da capire, categorizzare, ordinare. Dove per insiemistica intendeva, in maniera rozza, la tendenza di ciascuno a raggruppare persone secondo la caratteristica ritenuta preminente. Era certa che fossimo insiemisti prima di essere razzisti o omofobi o maschilisti. Solo che prima di tutto notavamo il colore della pelle e il genere. Ma anche questo lo aveva capito dopo, molto dopo, quando della matematica erano rimaste le ossa, dopo la consunzione della carne e il disseccamento del sangue.
Le lezioni dell’altra non la avvincevano e non collegavano niente a niente, o tutto a tutto, o almeno a qualcosa, erano una cronologia di date e vittorie, senza errori. La matematica, da quelle ore, appariva una disciplina di vincenti, geni, illuminati.
Ogni tanto, tuttavia, l’altra si distraeva, inciampava, e in quei passi falsi baluginavano storie diverse, errori, alcuni gravi, insoddisfazioni, invidie, appariva, insomma, la matematica il teatro di passioni umane che è, ed è più ogni altra disciplina, crocifissa all’idea di esattezza irraggiungibile. Così l’aspettava a fine lezione, la osservava rimettere i gessi colorati – era una da gessi colorati – nella cartella, e cominciava con le domande, le specifiche, citava libri visti in biblioteca e non ancora presi (dorsi di libri, dunque). La tela del ragno.
Lei era capace di tessere, tirare fili da un concetto all’altro, e ripassare, ripassare, ripassare, ordire, dopo aver tramato, intorno al corpo, al viso, al manichino che volta per volta le interessava, e dopo tutto questo girare, abbandonarlo, disseccato di ogni interesse.
Non si fidava di chi cadeva nella tela. Era sincera, entusiasta, nel tessere, ed era sincera nel disprezzare le sue prede. Se cercava l’avversario o il compagno e trovava mosche non sapeva dire. Forse incontrava mosche e pensava fossero avversari o compagni.
Tuttavia, l’altra con quel volto regolare, quel naso dritto, quell’aver rigettato il disordine tanto da raccontare la storia delle idee come una parabola luminosa, continuava a piacerle, e sarebbe andata come quasi sempre se l’altra, con un gesto incongruo, goffo pure, non l’avesse baciata in ascensore. Bacio forse è troppo dire, ma non si fosse avvicinata con le labbra come per sussurrarle all’orecchio e le avesse stampato un bacio appena umido sulla bocca.
L’altra era poco più alta di lei, l’ascensore si era aperto, era entrato il professore di Calcolo delle Probabilità che portava sempre entrambe le mani in tasca e la sigaretta in bocca. Alto, segaligno, ex militare. Lei lo aveva salutato con simpatia, lui le aveva risposto con simpatia, un cenno, non aveva tolto le mani dalle tasche e dunque non la sigaretta dalla bocca. Il professore non aveva salutato l’altra, nonostante fossero colleghi, il professore non riteneva la collega all’altezza. Perché perde tempo con quel corso?, le aveva chiesto durante uno degli incontri per la tesi, non lo vede che è tutta una cronologia, una cosa fatta alla femminile, Ma che significa alla femminile, professore? Una cosa pedissequa, passo passo, senza immaginazione, la smetta di perdere tempo.
Come se il tempo fosse giusto solo guadagnarlo.
L’ascensore si era richiuso ed erano rimasti in tre, l’altra la guardava senza sorridere, arrossendo, e lei guardava il professore, arrossendo. I motivi del rossore erano diversi. Il professore non guardava nessuno, fissava la parete dell’ascensore il cui metallo né deformava, né rifletteva.
Finalmente a piano terra, il professore aveva accelerato verso il cortile, e lei e l’altra erano rimaste in ascensore, incerte sul da farsi. Le porte si erano richiuse, ma l’altra aveva premuto un pulsante ed era uscita senza dire niente, senza sorridere, senza rispondere all’ultima domanda sulla morte di Galois. Lei non aveva più dato l’esame, e aveva rivisto l’altra poche volte. L’altra le sorrideva stenta, aveva cambiato bagni, non andava più in quello dove l’aveva vista spesso prima della volta in cui si erano sorrise.
Aveva davvero Galois lasciato una dimostrazione riguardante la simmetria di certi gruppi, sulle lettere in cui sfidava a duello l’uomo che poi lo avrebbe ucciso? Difendeva davvero una donna di cui era innamorato e che esercitava meretricio? Lei aveva davvero detto meretricio per evitare di dire puttana? Fatto sta che non le aveva risposto ed era uscita dall’ascensore, dopo averle, poco prima, poggiato le labbra sulle labbra. Sapeva di pesca. Questo lo ricordava, un vago sapore di pesca. Non una pesca fresca, una pesca sciroppata. Un vago sapore di pesca sciroppata.
Poi erano trascorsi venti anni e del vago sapore di pesca, dell’ascensore, non aveva saputo più niente, avrebbe avuto qualche difficoltà a rispondere, a bruciapelo, riguardo le matematiche di cui si interessava Galois, e forse si sarebbe confusa, collocandolo temporalmente, tra un decennio e un altro, certamente si sarebbe confusa, ma l’altra aveva ripreso a scriverle.
Le parlava di libri, del dipartimento di matematica, degli anni passati, e lei a un certo punto aveva capito che il fastidio dei messaggi consisteva nell’evidenza che da quel passato evocato non dipendeva alcun futuro. Era un passato passato, che non aveva che il presente di quei messaggi. Era un passato ridicolo, senza conseguenze.
Esistono processi, in matematica, nei quali il futuro non dipende dal passato. Adesso che le sarebbero serviti, non ne ricordava più il nome. Non sapeva dove cercarli.
L’altra le scriveva oggi messaggi, come la volta in cui l’aveva baciata in ascensore. Baciare adesso è troppo dire, ma insomma. Rifletteva sul fatto che fino a quel momento, fino ad adesso, aveva pensato che non generare conseguenze fosse il massimo della leggerezza. Mentre invece non avere conseguenze era il peggio che poteva capitare.
Le rispondeva per educazione, con quella educazione che è solo una forma di distanza. Non le rispondeva fingendo un qualche interesse, ma le rispondeva. Si era convinta che l’altra non volesse niente, come niente aveva voluto in ascensore. Si era detta che ognuno trova il modo di stare al mondo e affezionarsi, malinconicamente, a una vita che non avrebbe mai fatto e, in effetti, non ha fatto. Tuttavia, c’era qualcosa, che faceva fatica a pronunciare e che pure voleva dirsi.
Confessare che spesso si incapricciava, perché capriccio era, di persone, donne, in effetti donne, che non avevano niente di speciale, erano qualsiasi e lei le elevava a eccezione.
In modo infantile perché ci vuole troppa forza e troppa costanza per vivere nella, e amare l’eccezione. E infatti si stancava. Le piaceva l’eccezione finta, l’eccezione che poteva inventarsi. Riscoprire, a causa di quei messaggi, o grazie, la tenacia di quelle sue proiezioni nella forza dei suoi venti anni adesso la stancava. E così, in essi non vedeva più né un bacio rubato, né un fastidio per essere stata considerata uno sfizio, ma solo stanchezza.
Il sentimento di quei messaggi era la stanchezza.
Chiara Valerio, nata a Scauri nel 1978, ha una laurea e un dottorato in Matematica. Autrice radiofonica, editor, sceneggiatrice, i suoi ultimi libri sono La tecnologia è religione (Einaudi, 2023), Chi dice e chi tace, La fila alle poste (Sellerio, 2024 e 2025)