Il cacciatore di comete interstellari
di Giuliano AluffiAgosto è il mese delle stelle cadenti perché la Terra attraversa la scia di detriti lasciata dalla cometa Swift-Tuttle: entrando nell’atmosfera, i frammenti bruciano e producono suggestive scie luminose. Da questa stessa frontiera tra materia e meraviglia parte il lavoro di Amir Siraj, giovane astrofisico specializzato nello studio di meteoriti, asteroidi, comete e mondi extrasolari. Siraj, nato nel 2000 a Boston da madre iraniana e padre saudita, è oggi uno dei nomi caldi dell’astrofisica internazionale perché ha ideato nuovi metodi per individuare gli oggetti celesti più lontani, ha ipotizzato l’esistenza di due pianeti nascosti nel sistema solare e nel 2019 ha identificato una meteora caduta nell’oceano vicino alla Papua Nuova Guinea come il primo oggetto interstellare mai precipitato sulla Terra. Oggi sta completando un dottorato a Princeton e dirige gli studi sugli oggetti interstellari per il Progetto Galileo. Di giorno insegue comete aliene; di sera suona Chopin: è pianista dip…
Agosto è il mese delle stelle cadenti perché la Terra attraversa la scia di detriti lasciata dalla cometa Swift-Tuttle: entrando nell’atmosfera, i frammenti bruciano e producono suggestive scie luminose. Da questa stessa frontiera tra materia e meraviglia parte il lavoro di Amir Siraj, giovane astrofisico specializzato nello studio di meteoriti, asteroidi, comete e mondi extrasolari. Siraj, nato nel 2000 a Boston da madre iraniana e padre saudita, è oggi uno dei nomi caldi dell’astrofisica internazionale perché ha ideato nuovi metodi per individuare gli oggetti celesti più lontani, ha ipotizzato l’esistenza di due pianeti nascosti nel sistema solare e nel 2019 ha identificato una meteora caduta nell’oceano vicino alla Papua Nuova Guinea come il primo oggetto interstellare mai precipitato sulla Terra. Oggi sta completando un dottorato a Princeton e dirige gli studi sugli oggetti interstellari per il Progetto Galileo. Di giorno insegue comete aliene; di sera suona Chopin: è pianista diplomato al New England Conservatory e si è esibito con il violoncellista Yo-Yo Ma alle Nazioni Unite.
Perché gli oggetti interstellari sono così importanti?
«Sono i primi frammenti di materia provenienti da altre stelle che possiamo studiare da vicino. Prima della loro scoperta, potevamo dedurre le proprietà di altri sistemi stellari solo attraverso osservazioni a distanza. Nel 2019, analizzando dati di sensori del governo statunitense, ho dimostrato che un piccolo meteorite caduto nel Pacifico nel 2014 viaggiava troppo velocemente per essersi formato intorno al Sole: doveva provenire dallo spazio interstellare. Anni dopo, l’esercito americano ha confermato il risultato. È quanto di più vicino abbiamo al contatto diretto con un altro sistema stellare: è il cosmo che viene da noi, senza costringerci a viaggi lunghi centinaia di migliaia di anni».
Quali scoperte vede all’orizzonte?
«Nei prossimi anni il Vera C. Rubin Observatory, in Cile, dovrebbe scoprire decine di nuovi oggetti interstellari. Osserverà quasi tutto il cielo visibile ogni tre giorni con la più grande fotocamera digitale mai costruita e condurrà un’indagine decennale destinata ad ampliare enormemente le nostre conoscenze sul sistema solare: potremo decuplicare in pochi anni il numero di oggetti noti nelle sue regioni più esterne. La mia ricerca a Princeton si concentra proprio su comete, corpi ghiacciati e possibili pianeti nascosti ai confini del sistema solare: sto sviluppando metodi più precisi per misurarne le orbite e ho raccolto indizi della possibile presenza di un Pianeta X e di un Pianeta Y...».
Due pianeti nascosti, quindi: come li avrebbe scovati?
«È lo stesso principio che portò alla scoperta di Nettuno nel 1846: gli astronomi notarono che l’orbita di Urano era perturbata da qualcosa di invisibile, calcolarono dove cercare e lo trovarono. Noi lavoriamo con segnali più deboli, prodotti da corpi celesti più piccoli e lontani. Il Pianeta X è suggerito dal fatto che alcuni corpi del sistema solare esterno hanno orbite orientate nella stessa direzione: le simulazioni indicano che a produrre questo allineamento potrebbe essere un pianeta circa quattro volte più massiccio della Terra e molto più lontano di Nettuno. Il Pianeta Y, invece, spiegherebbe perché il disco formato dalle orbite dei piccoli corpi oltre Nettuno ha un’inclinazione diversa da quello dei pianeti del sistema solare. Sarà l’Osservatorio Rubin a dirci se questi segnali sono reali, o persino a mostrarci i due pianeti».
Il suo lavoro sull’oggetto interstellare caduto nell’oceano ha attirato attenzione ma anche il dubbio che si trattasse di una “normale” meteora proveniente dal nostro sistema solare. Come concilia ambizione e cautela?
«Seguendo i dati ovunque conducano. Nel caso del meteorite interstellare, però, le informazioni provenivano da una rete governativa costruita per rilevare esplosioni artificiali e non erano completamente accessibili, perché avrebbero potuto rivelare capacità militari statunitensi. Per questo la conferma ha richiesto anni. Alla fine, uno scienziato con le necessarie autorizzazioni ha analizzato i dati e pubblicato un memorandum che confermava la scoperta con un’accuratezza del 99,99 per cento. Le informazioni aperte restano preferibili e anch’io vorrei esaminare quelle grezzi. La buona notizia è che gli elementi del Rubin Observatory saranno pubblici».
Che cosa ha acceso per la prima volta la sua passione per il cosmo?
«La svolta è arrivata al terzo anno di liceo grazie alla mia professoressa di fisica, Stacy Kissel. Insegnava la materia come una domanda aperta, non come un insieme di nozioni, e mi fece capire che poche regole semplici possono spiegare fenomeni naturali molto complessi. Quell’estate feci uno stage allo Smithsonian Astrophysical Observatory, lavorando sui dati del telescopio Spitzer. Avevo sedici anni e studiavo la nascita delle giovani stelle. Lì ho imparato che essere fisici significa formulare con precisione una domanda e seguire le prove, anche quando portano a risultati inattesi».
Come riesce a portare avanti insieme astrofisica e pianoforte?
«Non le considero attività da bilanciare: entrambe hanno uno spirito esplorativo e spingono a porsi grandi domande. La scienza cambia ciò che sappiamo del mondo, la musica cambia il modo in cui ci sentiamo vivendo in esso. Entrambe cercano una struttura dentro ciò che appare complesso: una fuga di Bach e una legge fisica tentano di individuare ciò che rimane costante in un mondo che cambia».
Che consiglio darebbe a un ragazzo o una ragazza che aspira a una carriera scientifica?
«Molte delle scoperte di cui sono più orgoglioso non sono nate da domande che avevo già in mente, ma da cose incontrate per caso e a cui non riuscivo più a smettere di pensare. Leggete il più possibile: più conoscenze accumulate, più aumenta la probabilità di imbattervi nella domanda che interesserà voi e forse anche il mondo. E non abbandonate le altre cose che amate. Sono felice di non aver rinunciato al pianoforte per la scienza, perché sarei diventato uno scienziato peggiore. Qualunque altra passione abbiate, coltivatela: alimenterà il vostro lavoro in modi imprevedibili e aprirà nuove prospettive di ricerca».
Sul Venerdì del 7 agosto 2026