Se ti sto così simpatico. “Me l’ha detto al parcheggio dei motorini: non puoi dirmi di no...”
di Jonathan BazziLascio i vestiti appallottolati tra i cespugli e faccio un passo alla volta, verso il punto in cui le rocce finiscono e non si torna più indietro.
Mi dico che non devo vergognarmi di farmi vedere così: alla fine non è tanto diverso dall’essere in costume, in spiaggia, in un giorno qualunque di quest’estate, come di ogni altra, qui al paese.
Cammino piano verso il vuoto e, come a farlo apposta, la luna sbuca fuori dalle nuvole che l’avevano avvolta. La luce bianchissima mi fa sentire ancora più freddo, mentre cerco di rispettare la regola numero uno: non guardare mai giù, per nessun motivo. L’acqua deforma rapporti e proporzioni: credi di scegliere il punto più sicuro e invece stai andando diretto a spezzarti la spina dorsale.
Fisso i riflessi delle onde più lontane, i riccioli fluorescenti della schiuma, mentre le punte dei sassi mi tagliano la pianta dei piedi.
Allora, ti sbrighi o no, mi urla il Geco, dal basso, appoggiato in un punto che solo intravedo.
E poi, ancora: voglio andarm…
Lascio i vestiti appallottolati tra i cespugli e faccio un passo alla volta, verso il punto in cui le rocce finiscono e non si torna più indietro.
Mi dico che non devo vergognarmi di farmi vedere così: alla fine non è tanto diverso dall’essere in costume, in spiaggia, in un giorno qualunque di quest’estate, come di ogni altra, qui al paese.
Cammino piano verso il vuoto e, come a farlo apposta, la luna sbuca fuori dalle nuvole che l’avevano avvolta. La luce bianchissima mi fa sentire ancora più freddo, mentre cerco di rispettare la regola numero uno: non guardare mai giù, per nessun motivo. L’acqua deforma rapporti e proporzioni: credi di scegliere il punto più sicuro e invece stai andando diretto a spezzarti la spina dorsale.
Fisso i riflessi delle onde più lontane, i riccioli fluorescenti della schiuma, mentre le punte dei sassi mi tagliano la pianta dei piedi.
Allora, ti sbrighi o no, mi urla il Geco, dal basso, appoggiato in un punto che solo intravedo.
E poi, ancora: voglio andarmene a dormire, datti una mossa.
Sì, sì, rispondo. E la verità è che vorrei dire altro: vorrei chiedergli se è gasato, se si sente “a diecimila” come quando mette a segno qualche colpo dei suoi – rubando all’alimentari vicino al Comune, o facendo sparire le bici dei turisti. Invece rimango in silenzio.
Torno ai bagliori del mare e poi al medaglione bianco nel cielo, nel quale non riconosco nessuna compagnia, nessuna faccia. Niente occhi, naso, bocca: non somiglia per niente all’emoji della luna di WhatsApp.
Canto solo con le labbra, senza emettere suono, la mia canzone preferita, e continuo ad avanzare.
You can kiss a hundred boys in bars –
Un passo, poi un altro.
Shoot another shot, try to stop the feeling –
Sono da solo e ho paura, ma devo farlo per lui.
È mezzanotte passata, e sono in mutande sul Beccaccio, la rupe alta come un palazzo da cui nessuno si tuffa più.
Sono morte almeno cento persone saltando da lì sopra, ripetono tra i rutti e le bestemmie quelli più grandi. Almeno cento, tutti falliti: sfigati, incapaci, li chiamano ridendo. Perché, in realtà, dicono che basta saperci fare: nel mare di sotto ci sono gli scogli, è vero, ma non dappertutto. L’importante è lasciarsi cadere a piombo nel centro esatto, non allontanarsi dalla traiettoria naturale che prende il corpo lanciandosi dal punto più avanzato della roccia.
Non sbracciare, non inclinarsi.
Il Geco ha scommesso con i suoi amici che lo farò. Me l’ha detto al parcheggio dei motorini, domenica scorsa: se ti sto così simpatico, come mi ha raccontato un uccellino, non puoi dirmi di no.
E, prima che riuscissi a dire qualsiasi cosa, sottrarmi, prendere tempo, inventare una scusa, mi ha pizzicato un capezzolo.
È stata Pia a mettere in giro la voce, ne sono sicuro: col Geco fino a quel momento non ci avevo praticamente neanche mai parlato.
Solo per mezzo secondo, mesi fa, mentre ero a comprare i soliti gratta e vinci per i miei: ci siamo quasi scontrati sulla porta del bar e io, per la prima volta, ho visto da vicino la sua pelle color latte piena di lentiggini, le sue due collanine d’oro con la croce e il segno zodiacale (Cancro), ho sentito il suo odore buonissimo.
Il Geco era sovrappensiero: credo si sia un po’ spaventato a causa dell’urto.
Per questo ha fatto un verso con la gola, e poi, come per arrivare alle orecchie di non so chi, ha detto: Rapunzel, ma guardi o no dove cammini? La prossima volta ti faccio saltare tutti i denti di bocca.
È stato bello e brutto insieme: per tantissimi giorni non ho pensato ad altro.
Mi chiamano Rapunzel perché ho lasciato crescere una ciocca di capelli sopra l’orecchio, così da poter fare una treccina. Ora è piuttosto lunga: di solito la tengo ripiegata su sé stessa con un piccolo elastico. Sciolta, arriva quasi al sedere.
Quando la nonna mi dà la mancia, o se riesco a fregare qualcosa dalla borsa di mia madre, compro una tinta al supermercato: la treccia allora diventa platino, rossa, nero melanzana (adesso è biondo cenere). A seconda del periodo, e di come mi sento: a volte coloro la treccia in un modo e la punta in un altro. Non potendo scegliere i vestiti che mi piacciono per andare a scuola e girare in paese, punto tutto su di lei.
La tinta è sempre tantissima, così se la fa anche Pia: sulle sedie di plastica bianca, davanti allo specchio di casa sua, ce la spalmiamo a vicenda. Poi aspettiamo il tempo scritto sulla confezione mentre ascoltiamo – e cantiamo – le canzoni di Olivia Rodrigo, Zara Larsson e Sabrina Carpenter. Facciamo le esibizioni soliste e in coppia, provando anche le pose migliori per i fotografi sottopalco.
Le persone ci riconoscono anche da lontano: la mia treccia e il suo caschetto sono sintonizzati. Ce lo diciamo sempre: marchio di fabbrica.
Ce lo dicevamo, in realtà: da quando lei se l’è presa per quella cazzata della sera del suo compleanno, non ci parliamo più.
Avevo bevuto, e lei era stata davvero molesta con la storia del culo da nera – sei magro ma hai le cosce e il culo da nera –, arrivando pure a farmi l’imitazione.
Ho pensato volesse farmela pagare perché, quando ci proviamo i suoi vestiti, a me stanno meglio che a lei.
Ho pensato volesse fare come tutti gli altri: umiliarmi, trovare qualcosa in me di storto e irrecuperabile.
Per questo sono scattato, e mentre si stava girando per ricominciare a fare la passerella col sedere in fuori – salve a tutti sono il culone parlante di Rapunzel –, le ho piantato un pugno tra le scapole.
Basta!, ho gridato mentre la mia mano contro le sue ossa esplodeva in un rumore più forte del previsto.
A casa mia, a dire il vero, non si fa una tragedia per cose del genere: papà, se la mamma fa l’isterica, le dà una piccola tirata di capelli. O un calcio nella schiena (per la botta, lei schizza in avanti tipo cartone animato, e a me viene sempre da ridere, specie se c’è il muro).
Pia, dopo il pugno, è caduta a terra e per qualche secondo non si è più mossa.
Ho temuto si fosse fatta male.
Mi sono pentito subito: ho intuito che non era una cosa a cui era abituata, ma per lei non ha fatto differenza.
Le mani non me le alzi, mi ha urlato correndo oltre il fascio di luce dei lampioni, verso il buio dei campi.
Da lì, non è più venuta a chiamarmi a casa, al pomeriggio.
Né il giorno dopo, né quelli seguenti.
Ha smesso di rispondere a chiamate e messaggi.
Mi aspettavo che avrebbe tenuto il muso a lungo, ormai so com’è fatta.
Non mi aspettavo invece che, per vendicarsi, avrebbe usato proprio quella cosa.
Il Geco è arrivato in paese da circa un anno: sin dalla prima volta è stato come quando vedi i lavori di un artista bravissimo, illustratore o fumettista che sia. Che è come se avessero i raggi, come se emanassero una luce diversa da ogni altra. Li guardi e non pensi più a niente. Li guardi e tutto sembra trovare il suo posto.
Fino a quel momento a Pia non avevo detto nulla di me: sì, gli insulti c’erano già – eccome se c’erano –, e mi provavo già da un pezzo i suoi vestiti. Ma non avevo mai toccato con lei l’argomento amore, ragazzi o ragazze, normale o gay.
L’ho fatto per il Geco, perché non riuscivo a tenere solo per me la felicità che sentivo quando lo vedevo passare, coi pantaloncini neri della Nike e la maglietta senza maniche. Potevo essere di pessimo umore per mille motivi, ma vederlo cancellava tutto.
Mi saliva una cosa alla testa, che poi si trasferiva a tutto il resto del corpo. Alle mani, con le quali avevo il bisogno di scrivere quella specie di poesie, pensando a tutte le immagini più belle in cui infilare quella gioia e quell’agitazione. Ma anche alle gambe, e ai piedi, che non si stancavano mai di seguirlo – ovviamente a distanza di sicurezza –, nella speranza di rubare un pezzetto in più del suo profilo, della sua andatura, dei suoi colori.
Nessuno ti insegna cosa significa essere innamorati: ma io credevo si trattasse di quello. Era la prima volta che qualcuno mi faceva un effetto del genere. Era la prima volta che mi sentivo risucchiare in una cosa che non mi sembra esagerato chiamare paradiso.
Dopo il solito gelato del sabato sera, ho deciso di confidarmi con Pia.
Da uno a dieci, se ti dico una cosa, quanto mi posso fidare che rimarrà super segreta?
Vabbè, ma per chi mi hai preso?
Te la dico solo se giuri.
Ma a chi devo dirlo? Sei proprio pesante…
Pia ha altri amici, ma a poco a poco ha finito per allontanarsi da quasi tutti. Dice che, con loro, non si trova bene: sono pesanti, ripete sempre. Essere “pesante”, per lei, è l’infamia massima: significa avere i paraocchi, non accorgersi di quante cose abbiamo attorno.
I suoi amici hanno dodici, tredici anni, come noi, ma Pia dice che pensano già come i loro genitori. Si sentono già incatenati a questo posto, incapaci anche solo di prendere in considerazione l’idea di diventare altro, vivere in un luogo qualsiasi che non sia questo francobollo senza senso dove tutto si ripete uguale come se ci fossero i copioni obbligatori, inventarsi qualcosa di loro e solo loro.
Di colpo il Geco, da sotto il Beccaccio, si muove, oscilla da un lato e dall’altro, poi allunga la testa oltre la parete di arbusti: mi sta cercando.
Uè, ci sei ancora?
Il tono sembra diverso, la voce più sottile.
Certo, rispondo, perché?
Boh, non lo so, vedi tu…
E io penso che potrebbe uscirgli qualcosa di inaspettato: magari si è pentito della scommessa fatta con i suoi amici. Ho iniziato a sospettarlo già mentre venivamo qui, camminando nel buio oltre le inferriate e la boscaglia. Altrimenti perché si è messo a chiedermi della scuola, di Pia, dei miei genitori?
L’appuntamento era al tabernacolo della madonnina luminosa subito prima della curva: sono arrivato e lui era già lì, appoggiato al motorino a fumare. Sapevo che avrei dovuto spogliarmi prima del tuffo – di sera non è come di giorno, i vestiti restano bagnati –, ma avevo comunque voluto indossare le mie cose preferite.
La canotta rossa che lascia scoperta la pancia e gli shorts bianchi di Dolce&Gabbana che mi sono fatto comprare su Vinted lo scorso Natale. La treccia lasciata libera di muoversi con la brezza che si alza sempre dopo il tramonto.
Buonasera, mi ha detto, senza sollevare lo sguardo. E poi: allora, sei pronto?
Certo, ovvio, ma gli altri non vengono?, ho chiesto.
Non avevano voglia: faccio un video io e glielo mando come prova, sennò i figli di scrofa poi figurati se sganciano.
Ci siamo avviati in una direzione a me ignota: il Geco stava un po’ avanti, seccando una sigaretta dopo l’altra. Sulla nostra testa, le macchie evanescenti delle nuvole rischiarate dalla luna, e pochissime stelle. I grilli si inserivano così bene nel rumore delle onde da farmi sentire ancora più ansia. Ho pensato che se Pia l’avesse saputo, sicuro mi avrebbe trascinato via di peso.
Bisogna scalare questo pezzo di muro, ha detto il Geco dopo qualche minuto in salita, indicando una parete alta almeno tre metri.
Non so se ci riesco, ho paura di farmi male.
Minchia Rapunzel, ti aiuto io: ti fidi o no?
E mi ha piazzato le mani sotto le ascelle, sollevandomi come se non avessi peso. Mentre i piedi si staccavano da terra, e mi arpionavo alle fessure tra i sassi, dalla bocca mi è uscito un suono scemo: uuh (proprio da femmina).
Il Geco è scoppiato a ridere, quindi ha detto: ti sei emozionato?
Ma va, per così poco.
Secondo me ti sei eccitato.
Seh vabbè, ti pare.
Fammi vedere – e ha provato a sollevarmi il bordo degli shorts. Con una mano ho bloccato la sua e così l’altra mi è scivolata dal mattone: per un pelo non mi sono schiantato a terra.
Oh, guarda che ti ammazzi!
Te l’ho detto che non l’ho mai fatto.
Vabbè ho capito, prendiamo l’altra strada, vieni.
Mi ha aiutato a scendere dal muro e, indicando un sentiero tra i mirti, ha detto: passiamo da quella parte, ci mettiamo di più ma almeno il tuffo me lo fai intero.
La luna in quel momento era scomparsa del tutto dietro un banco di nubi. Non si vedeva niente tra i rovi e le rampicanti: lui mi ha detto di aggrapparmi ai suoi pantaloni.
Tienimi la mano in tasca, ha detto. E poi: ci manca solo che ti perdi.
Da sotto il Geco controlla se sono ancora qui sul Beccaccio, ma non dice altro.
Basterebbe una parola e in un secondo correrei giù da questo trampolino incrostato di maledizioni.
In ogni caso la luna torna a nascondersi e penso che ora è il momento giusto per liberarmi.
Già lungo la strada, tra il freddo e l’emozione, trattenermi è stata dura.
Ora, nel buio, adesso o mai più: il calore lungo la coscia – e poi il ginocchio, il polpaccio, la caviglia – quasi non mi fa sentire più il vento freddo.
I denti smettono di sbattere, gli spasmi nella pancia diventano più piccoli.
Coi piedi pisciati faccio gli ultimi due passi, e ci sono.
Sospeso nel vuoto, sollevo le braccia sopra la testa.
Sento sotto di me il suo respiro: non è verso il mare e le rocce che sto per buttarmi. È dentro il suo alito, dentro l’aria che esce da lui. Da questa roccia sto per tuffarmi nel suo fiato, nella sua voce che si fa grossa per competere e fare il pezzo di merda, che diventa ringhio per essere all’altezza e non farsi schiacciare. Lui ha bisogno del mio coraggio, questo tuffo gli serve.
Con la coda dell’occhio riconosco la torcia del suo telefono, o forse il flash.
Ci sei?, dico forte.
E lui: aspetta, si è bloccata la fotocamera.
Lo sento biascicare parolacce e insulti contro dio, la madonna e i santi, poi il silenzio.
Per un secondo.
Due, tre, quattro.
Cinque, otto, dieci.
Fino a quando la sua voce sale di nuovo: ci sono, vai pure.
La faccia mi si copre con l’ombra che la luna proietta attraverso i ciuffi d’erba cresciuti sulla scogliera: se qualcuno mi vedesse da fuori, mi piace pensare che resterebbe colpito da questo ricamo di chiaroscuri. Una sorta di maschera magica, che appare e scompare.
Sollevo i talloni e consegno il peso alle dita dei piedi.
Allargo le braccia come due ali e tutto andrà come deve andare: la forza di gravità, l’accelerazione incontrollata, fino all’abbraccio del mare che mi ha cresciuto.
Non cercate colpe, non dite che mi ha costretto, plagiato: nessuno osi mettere bocca in questa faccenda. Riguarda me e lui, almeno qui, almeno ora, non c’è nient’altro.
Arretro un poco e piego le ginocchia, salterò perfettamente in avanti, di netto, senza esitare: nel vento, nella luce della luna, nell’odore del mare. Salterò a piedi uniti, le gambe come una coda di sirena, nel video mi si riconoscerà dalla treccina, lunga e vibrante, felice.
Il rumore delle onde diventa più forte, senza pause, non si sente nient’altro.
Altro non si può sentire – tranne il mio cuore, nelle orecchie, e all’improvviso uno strillo, pazzo, animale, dalla parete di roccia alle mie spalle. Uno strillo che ferma tutto: le gambe, la luce del telefono del Geco, le ombre con cui la luna mi aveva vestito.
Mi giro e, all’inizio del Beccaccio, sul fondo coperto di tronchi e pruni, c’è Pia.
La faccia devastata di una che ha corso senza ritegno.
I capelli sudati, appiccicati alla fronte.
Non ho il tempo di dire nulla: lei spara un colpo di tosse e un suono che capisco un po’ in ritardo.
Jay! Tua mamma ti cerca: muoviti, andiamo.
Jonathan Bazzi è nato a Milano nel 1985 e cresciuto a Rozzano, periferia sud. È laureato in Filosofia. Il suo primo romanzo, Febbre (Fandango, 2019), ha vinto il Bagutta Opera prima ed è stato finalista allo Strega. Del 2022 è Corpi minori (Mondadori)