«Non riesco a impugnare la motozappa per accenderla perché il manubrio è fatto per mani molto più grandi delle mie», racconta Federica Albanese Ruffo nella sua azienda agricola Matilde Coltiva. «Le attrezzature sono state fatte e omologate su corpi maschili».
Federica è una delle tante donne che lavorano nel settore agricolo, un mondo ancora largamente percepito come per soli uomini: oltre ai limiti nelle attrezzature, lei e le sue colleghe lamentano difficoltà nel possedere terreni e allevamenti, mancanza di tutele contrattuali e disparità nei compensi.
Proprio per gettare luce sul tema, il 2026 è stato proclamato dalla Fao come l’anno delle donne agricoltrici. Il rapporto La condizione delle donne nei sistemi agroalimentari rileva che in Europa, dove il settore pesa pe…
«Non riesco a impugnare la motozappa per accenderla perché il manubrio è fatto per mani molto più grandi delle mie», racconta Federica Albanese Ruffo nella sua azienda agricola Matilde Coltiva. «Le attrezzature sono state fatte e omologate su corpi maschili».
Federica è una delle tante donne che lavorano nel settore agricolo, un mondo ancora largamente percepito come per soli uomini: oltre ai limiti nelle attrezzature, lei e le sue colleghe lamentano difficoltà nel possedere terreni e allevamenti, mancanza di tutele contrattuali e disparità nei compensi.
Proprio per gettare luce sul tema, il 2026 è stato proclamato dalla Fao come l’anno delle donne agricoltrici. Il rapporto La condizione delle donne nei sistemi agroalimentari rileva che in Europa, dove il settore pesa per l’11-13 per cento sull’intera economia, permangono profonde disparità di genere nonostante l’elevata presenza di manodopera femminile, in Italia il 42 per cento.
Selvatiche per natura
Matilde Coltiva è un progetto di agricoltura organica e rigenerativa aperta nel 2013 a Bagnoregio (Viterbo), dove Lazio e Umbria si toccano. Federica coltiva ortaggi da semi antichi, varietà asiatiche e ulivi, produce trasformati e organizza eventi con altre colleghe del gruppo “selvatiche per natura”.
«La donna in agricoltura porta innovazione, per esempio con le fattorie didattiche, ma i suoi sforzi vengono visti come corollario al lavoro fisico, e perciò sminuiti», racconta. «Per me zappare l’orto è tanto importante quanto parlare di queste tematiche». E infatti, all’interno della rete di contadini indipendenti MicroFarm, ha creato un sottogruppo di sole donne “FarmHer”. Quello spazio separato le permette di gettare luce su sfide e difficoltà comuni come la mancanza di attrezzi adatti: «Il mondo non è ancora pronto ad accogliere le agricoltrici».
Chi li produce e commercializza nella migliore delle ipotesi non pensa alle donne. Nella peggiore, ci pensa in modo assai sessista: un sito piuttosto noto ha assegnato alle sue lame per decespugliatore nomi del tipo: sorella, cognata, suocera, moglie fino a... badante hard.
Non chiamatele aiutanti
Anche la Cia (Confederazione italiana agricoltori) ha deciso di affrontare l’integrazione di genere nel settore attraverso Donne In Campo, associazione a cui si sono già iscritte in 60 mila.
La presidente Rosa Castagna spiega che la rete nasce per «tutelare la figura della donna all’interno di un comparto in cui non vuole più sentirsi coadiuvante: oggi non è più la moglie dell’imprenditore agricolo, è la titolare di impresa».
Secondo i dati dell’Istat e l’Osservatorio Ismea sulla forza lavoro, le donne in ruoli di leadership all’interno del settore agricolo sono circa il 31 per cento: meno di una su tre. Il punto è che hanno sempre avuto ruoli indispensabili, ma mai riconosciuti. Come la nonna di Rosa, che tenne in piedi l’azienda da sola mentre il marito era in guerra. Oggi, la nipote è a capo di quell’azienda familiare a Tusa, in provincia di Messina.
Durante il giorno gestisce l’uliveto che si estende per 35 ettari, all’alba e al tramonto pascola le pecore. Il resto del tempo deve occuparsi dei figli, della casa e dei genitori anziani. «Le disparità si moltiplicano perché manca welfare per supportare il lavoro di cura storicamente non retribuito», spiega Rosa.
Secondo la Fao, in Italia esiste un divario significativo nel tempo dedicato al lavoro domestico non retribuito: le donne vi dedicano più del doppio delle ore rispetto agli uomini, con un rapporto di 2,3 a 1. «Non è Donne In Campo che porterà il cambiamento, lo porterà una maturità complessiva della società nel riconoscere quello che le donne realmente fanno», conclude Rosa.
I vini delle streghe
Quando Roberta Bruno lascia il suo lavoro di manager aziendale per tornare nelle campagne piemontesi dove è cresciuta, ha già le idee chiare per l’azienda agricola che aprirà: sarà la prima vigna queer in Italia, Gringhigna. È il 2022 e Roberta decide di supportare l’empowerment femminile e della comunità Lgbtq+ in agricoltura attraverso il vino e una filiera corta che gestisce dalla A alla Z.
«Vedere una donna su un trattore per alcuni uomini è come vedere un alieno», spiega. «Quando vado a comprare gli attrezzi anche se sono vestita con indumenti per il campo mi guardano come se fossi fuori posto, vorrebbero confrontarsi con un uomo». Spesso, è costretta a giustificare le sue competenze. La prima linea di prodotti che ha lanciato, dava il nome di una strega a ogni tipo di vino: «Le donne venivano perseguitate perché erano fuori posto per l’epoca». E forse è proprio così che viene ancora vista una donna che apre un business agricolo, o si mette a guidare un trattore. Ma questo non ha fermato Roberta, che oggi produce 8 mila bottiglie all’anno.
Secondo i dati di Reale Mutua, Confagricoltura e Le Donne del Vino, il settore vitivinicolo è uno dei comparti a più alta densità di leadership e occupazione femminile: il 29,4 per cento. Che comunque corrisponde a neanche una donna su tre. «E per le persone queer i numeri non ci sono neanche, questo equivale a invisibilità», conclude Roberta Bruno.
Sul Venerdì del 14 agosto 2026