✕

Valerio Mastandrea: vi racconto il dolore dietro l’omicidio di Luca Varani

(foto di Fabrizio Cestari per il Venerdì) 

Ascolta l'audio

Nel film La città dei vivi, tratto dal libro di Nicola Lagioia sul noto caso di cronaca nera, sangue e violenza restano sullo sfondo. Prima del debutto alla Mostra del cinema di Venezia l’attore, che interpreta il padre del ragazzo ucciso, ha scritto di suo pugno cosa ha significato affrontare questa storia
6 minuti di lettura

Lo sappiamo tutti com’è finita questa storia. Lo sappiamo perché la voce di un telegiornale ci ha sfiorato mentre passavamo da una stanza all’altra della nostra casa, per aver buttato un occhio ai titoli dei quotidiani on line o per aver inserito l’argomento così, al volo, tra una chiacchiera e l’altra di una discussione. La fine la conosciamo. Ed è così terribile e inaccettabile che spesso abbiamo rinunciato ad andare oltre un commento superficiale e vigliacco. Uno di quei commenti con cui ti tranquillizzi, definisci il mondo esterno con un aggettivo per allontanare la possibilità che anche tu possa farne parte. Di fronte a storie come queste è difficile avere il coraggio di guardare più in profondità, è normale avere paura, è normale fermarsi sul pianerottolo di quell’appartamento. Forse è istinto di conservazione, non lo so, mi sembra un atteggiamento comprensibile quando la tragicità è così abnorme, impossibile da decifrare e da gestire emotivamente. E allora che fai? Lasci che pa…

Lo sappiamo tutti com’è finita questa storia. Lo sappiamo perché la voce di un telegiornale ci ha sfiorato mentre passavamo da una stanza all’altra della nostra casa, per aver buttato un occhio ai titoli dei quotidiani on line o per aver inserito l’argomento così, al volo, tra una chiacchiera e l’altra di una discussione. La fine la conosciamo. Ed è così terribile e inaccettabile che spesso abbiamo rinunciato ad andare oltre un commento superficiale e vigliacco. Uno di quei commenti con cui ti tranquillizzi, definisci il mondo esterno con un aggettivo per allontanare la possibilità che anche tu possa farne parte. Di fronte a storie come queste è difficile avere il coraggio di guardare più in profondità, è normale avere paura, è normale fermarsi sul pianerottolo di quell’appartamento. Forse è istinto di conservazione, non lo so, mi sembra un atteggiamento comprensibile quando la tragicità è così abnorme, impossibile da decifrare e da gestire emotivamente. E allora che fai? Lasci che passi, la notizia come la tua attenzione, speri che la quotidiana e complicata ricerca della (tua) felicità lentamente cancelli ogni cosa.

Queste tecniche di rimozione possono spiegare perché, non appena ricordiamo il momento preciso in cui è accaduto un fatto così terribile, rimaniamo stupefatti per quanto tempo è passato. Vuol dire che abbiamo rimosso, certo, ma anche che dentro di noi quella vicenda ha continuato a “lavorare”. Certe storie ti restano addosso nonostante la sensazione di non riuscire a entrarci fino in fondo. Perché questa vicenda è un fiume in piena, impossibile da risalire, il dolore che porta con sé lo rende inarrestabile, scorre tranquillo ma non lo devii, non lo navighi, non lo fermi un fiume così: per provare a farlo ci vorrebbe il coraggio e la capacità di far coesistere curiosità e pudore, orrore e compassione, lotta di classe e pacificazione sociale. Significherebbe lasciarsi travolgere da ogni contraddizione, sarebbe il modo migliore, liberi di sbattere da una parte all’altra, come un tronco in mezzo alla forza silenziosa del fiume, con la pazienza e la tenacia necessarie a comprendere qualcosa che sembra non lasciarsi mai afferrare.

Gaia Merlonghi, Emanuele Maria Di Stefano, Valerio Mastandrea e Simona Senzacqua in una scena del film (Lucia Iuorio) 

Una sola parola per messaggio

Quando ho finito di leggere il libro La città dei vivi ho mandato a Nicola (Lagioia, ndr) un messaggio con una parola, molto romana, una sola, un insulto che si usa non solo per evocare avi lontani e sottoterra ma anche per dimostrare affetto, vicinanza, sintonia. Una volta motivato l’insulto e catalogato nelle mille sfaccettature dell’amore, lui rispose con lo stesso insulto e con lo stesso affetto. Ci eravamo riconosciuti dentro l’esperienza di quel libro, quella fatta dall’autore e quella restituita da chi legge, ognuno a mordersi le unghie per l’incredibile fatica emotiva provata durante le mille oscillazioni umane e disumane che il racconto porta con sé. Davvero, i miei non erano complimenti per un bellissimo libro (quale in effetti è) ma un abbraccio a chi era tornato dal fronte, a chi aveva avuto la fragilità e la paura necessarie per bagnarsi in quel fiume e provare a risalirne la corrente. Perché, ed ecco la prima di cento contraddizioni, per affrontare certe vicende non serve forse tanto sentirsi forti ma deboli, bisogna fare i conti con la propria insufficienza e il proprio sentire la vita e i suoi dilemmi in modo problematico, perché questa è una storia che va raccontata alla pari, da piano terra a piano terra. Basterebbe osservarla da un piano sopra o da un piano sotto per non riconoscerla davvero, mancherebbe sempre qualcosa. Forse tutto.

Il viaggio sorprendente

Poi è giunta voce che, per questa storia, si stava ragionando in termini audiovisivi, mettiamola così. Ho pensato “lo sapevo”. Arriva la serialità, la grande madre della “fine della fine” (consiglio lettura omonimo libro di Davide Ferrario, Einaudi), ecco la serie che, puntuale, si pone come unico interlocutore per una vicenda del genere, la risposta perfetta per garantire l’inoffensività della trasposizione di queste pagine di atroce realtà. Il mio primo pensiero sono state le “call” editoriali negli uffici dei grandi network, le rare riunioni in presenza per cercare di soddisfare gli algoritmi e la policy commerciale dell’azienda. Mi sembrava la fine peggiore ma anche la più prevedibile per un viaggio che era invece partito inaspettato, sorprendente. Un libro intenso, mostruoso e però necessario a farsi qualche domanda in più, e adesso arrivava una bella serie crime-psycho-dramedy-thriller più iva, sullo scaffale in mezzo ad altri prodotti commestibilissimi, con avvertenze ed etichette colorate a sancirne i grammi di violenza contenuti.

Del resto, e non è colpa di nessuno, l’intrattenimento si nutre di tormento, morbosità, violenza anormale e peccaminosa. E lo fa riempiendosi di avvertenze, segnaletica emotiva, tracciati luminosi per far sì che chi guarda si ritrovi puntualmente da dove era partito, con la stessa conclusione a cui era giunto davanti alla notizia: “Che storia tremenda, mamma mia!”. Sfruttare l’orrore per lasciare senza parole, ancora una volta. E quando smetti di avere parole smetti anche di sentire il dolore, il tuo e quello degli altri.

Era la mia paura più grande. Lo ribadisco, il libro questo “ordinario” percorso emotivamente non invasivo lo aveva già sabotato o quantomeno messo in crisi, per il libro che era e per il viaggio interiore che Lagioia aveva fatto, tanto che una volta letto credo sia successo a molti di avere quella storia dentro e intorno nei giorni successivi, in ogni cosa e a lungo. Ora, quello che il libro aveva seminato andava raccolto, bisognava continuare a esserne travolti, mettendosi a disposizione della forza tranquilla del fiume. E questo lo poteva fare solo un film, non una serie televisiva. Perché un film inizia e finisce, anche se la fine la conosciamo tutti. Solo un film poteva avere la libertà di andare dove nessuno avrebbe osato. Continuo a credere che il cinema abbia soprattutto la capacità di posare uno sguardo nuovo sulla realtà, che sarà sempre più forte di un film, ma anche unica, sola, impermeabile alle mille sfumature che invece un film può restituire.

Rischiare insieme

E il film improvvisamente è diventato possibile. E anche lì, alla gioia di questa opportunità si è affiancata subito dopo la paura del chi, del come, del perché. Spettacolarizzare è un’altra arma del cinema, forse la più grande e meglio finanziata, ma anche la più perversa, capace com’è di fare molte vittime, primo tra tutti il racconto che quel film aveva preso in carico. Anche qui di rischi ce ne sarebbero stati, ma la notizia che lo voleva girare un regista che conosco e con cui ho già lavorato (non sempre sinonimo di futuro insieme) mi ha incuriosito e quasi rassicurato. Conosco l’idea di cinema di Edoardo Gabbriellini, non solo grazie al fatto che sono più di vent’anni che mangia a casa mia senza portare mai qualcosa, ma anche perché, in un modo o nell’altro, lavorando insieme o meno, ci siamo sempre confrontati su quello che facciamo e che vediamo, siamo cresciuti dentro un mondo che ha accolto entrambi quasi per caso, ma dentro cui abbiamo poi trovato e costruito la nostra vita. Sapevo che in mano a lui un film tratto da questa storia non avrebbe fatto sconti e non avrebbe reso facile la (bella) vita di chi guarda. Nessuno sarebbe stato al sicuro. Per questo, guardandolo, non troverete mai l’ossessione per il torbido, la sessualità come arma di distrazione e la droga come anestetico esistenziale. Non è questo il motore della macchina lanciata a folle velocità verso un muro che il film racconta. C’è l’anima degli uomini. È un film sulla nostra specie, su quello che dobbiamo, vogliamo, possiamo e non possiamo fare della nostra vita. Appena ho saputo che Gabbriellini stava iniziando a lavorarci, mi sono offerto come interlocutore, non come attore, ma come spalla su cui piangere la prevedibile difficoltà produttiva che puntualmente si sarebbe manifestata. Così è stato. In tanti anni, tra film grandi e facili e film piccoli e impossibili, ho imparato che quando si fa fatica a costruire un film, quando la struttura è precaria, si resiste partendo proprio da lì: la struttura va puntellata e non smantellata, rafforzata e tenuta in piedi, anche per anni se uno ha costanza e un secondo lavoro di cui vivere. La difficoltà che c’è stata nel mettere in piedi questo film nasce soprattutto dal tipo di racconto che si voleva sviluppare, dall’assoluta contrarietà alla logica della “fine conosciuta” e da tutti “quasi” accettata: “Che storia tremenda, mamma mia”.

È ancora possibile produrre film così? È la domanda che molti di noi continuano a farsi. Speriamo sempre di trovarci tra le mani i film piccoli e impossibili. Spesso la risposta alla domanda è sconsolante. Ogni tanto, però, qualche cosa di incredibile succede. Ci si incontra tutti nel momento giusto, si rischia insieme, si va in fondo insieme, si sbaglia, si migliora, si impara. Credo di poter dire che qualcosa del genere è successo con questo piccolo film su una storia enorme. Che non aveva bisogno di un film enorme, ma di stare dentro le cose piccole, capaci di renderla ancora più dolorosa, a patto di avere il coraggio di provare a comprendere. Il film non si concentra tanto su luoghi e date, ma sugli spazi interiori, sulle identità sfocate di chi chiude gli occhi invece di stringerli per vedere meglio, lasciandosi così travolgere dalla crudeltà dell’esistenza, impietosa con le anime più fragili. Il film fa proprio questo, e lo fa con pudore. Ogni giorno imparo che fare regia è scegliere come guardare le cose.

La dolcezza che ho sentito recitando in questo film è stata incredibile, ed è diventata mille volte più grande quando l’ho guardato, non ci sono soluzioni suggerite, nulla accade in modo esasperato, è come se a una storia così tremenda si dovesse rispondere in modo originale, quindi con dolcezza. Non “si deve”, ma “si può”. Quella dolcezza è sempre stata lì, nell’umidità delle strade, negli occhi acquosi di due ragazzini innamorati, alle prese con l’inizio della vita fuori dall’infanzia, alla ricerca di un posto nel mondo.

Nicola Lagioia: "L'isolamento ci sta cambiando ma ci porterà a una vita sociale più ricca"

La nostalgia su un autobus

Partecipare a questo film mi ha regalato uno dei ruoli più coinvolgenti della mia carriera. Uno dei più piccoli e uno dei più forti. Anche questa è una grande lezione portata a casa. Stare nel film giusto nel modo giusto, non pensare alla quantità di scene ma alla portata di quelle in cui sei chiamato ad alimentare un racconto contronaturalistico (come diceva Caligari), diverso, stimolante prima per te e poi per chi guarda.

C’è una scena speciale nel film. E non quella che ti aspetti. Si tratta di un dialogo tra due ex compagni di scuola, su un autobus che li porta in due posti diversi, una a continuare la sua vita e l’altro a finirla. Mentre i due parlano, ricordano la loro vita a scuola. Non è un ricordo remoto nel tempo, ma sembra lontanissimo, come se avessero nostalgia di qualcosa accaduta mille anni prima. Di anni ne sono passati al massimo cinque, ma il rimpianto del tempo in cui nessuno doveva cercare un posto nel mondo è così forte che sembrano due vecchi al crepuscolo della vita. Ecco il rischio che corriamo. Se non proviamo a risalire ogni tanto la corrente rischiamo di farci trascinare a riva, invecchiando in un attimo con le mani in alto, arresi davanti alle storie di cui conosciamo solo la fine.

Leggi i commenti