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Re Cecconi e la “legittima difesa putativa”

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Il tragico scherzo che uccise il campione della Lazio. Ma andò davvero così?
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Portava il prefisso Re davanti al cognome, perché, raccontava, il futuro re d’Italia Vittorio Emanuele II era stato ricevuto così bene a Nerviano, il suo paese, vicino a Milano, che da quel 1859 le famiglie locali avevano potuto fregiarsi di quel titolo come una medaglia. Ecco, loro erano i Re Cecconi, e lui è Luciano. Luciano Re Cecconi. Ma forse lo avrebbero chiamato Re lo stesso i tifosi della Lazio, di cui era un protagonista in quella seconda metà degli anni 70, centrocampista, attaccante da gol, un calciatore, il volto allungato e i lunghi capelli gialli sulla figurina che lo rappresentava nell’album Panini da scambiare con le altre, ce l’ho, ce l’ho, manca. Lo chiamavano l’Angelo Biondo.

Allora non c’erano le telecamere che abbiamo oggi e che riescono a documentare frame dopo frame quello che succede dentro e fuori un negozio, per cui abbiamo soltanto due certezze per quella sera del 18 gennaio 1977. Che verso le sette e mezzo di sera Luciano Re Cecconi entra nella gioielleria …

Portava il prefisso Re davanti al cognome, perché, raccontava, il futuro re d’Italia Vittorio Emanuele II era stato ricevuto così bene a Nerviano, il suo paese, vicino a Milano, che da quel 1859 le famiglie locali avevano potuto fregiarsi di quel titolo come una medaglia. Ecco, loro erano i Re Cecconi, e lui è Luciano. Luciano Re Cecconi. Ma forse lo avrebbero chiamato Re lo stesso i tifosi della Lazio, di cui era un protagonista in quella seconda metà degli anni 70, centrocampista, attaccante da gol, un calciatore, il volto allungato e i lunghi capelli gialli sulla figurina che lo rappresentava nell’album Panini da scambiare con le altre, ce l’ho, ce l’ho, manca. Lo chiamavano l’Angelo Biondo.

Allora non c’erano le telecamere che abbiamo oggi e che riescono a documentare frame dopo frame quello che succede dentro e fuori un negozio, per cui abbiamo soltanto due certezze per quella sera del 18 gennaio 1977. Che verso le sette e mezzo di sera Luciano Re Cecconi entra nella gioielleria al numero 68 di via Nitti, zona Collina Fleming, Roma nord, assieme a due amici. E che poco più di mezz’ora dopo, alle 20 e 04, l’ospedale San Giacomo dichiara la sua morte a seguito di un colpo di pistola calibro 7 e 65 che lo ha raggiunto in mezzo al petto. Per quella mezz’ora abbondante c’è una verità giudiziaria. Quella sera Luciano si trova assieme a un compagno di squadra, Pietro Ghedin, che nella Lazio gioca come difensore, e a un amico di Pietro, Giorgio Fraticcioli, che ha una profumeria e che deve consegnare un paio di deodoranti a un cliente, Bruno Tabocchini, che ha una gioielleria lì alla Collina. Ci vanno insieme, entrano, e lì succederebbe una cosa. Luciano vuole fare uno scherzo al gioielliere, anche se non lo conosce. Si tira su il bavero del cappotto, mette una mano in tasca e dice: «Fermi tutti, questa è una rapina».

A quel punto il gioielliere impugna una automatica Walter 7.65, la punta prima su Pietro, che tira fuori le mani dalle tasche, poi su Luciano, che è rimasto congelato con ancora una mano affondata nella tasca del cappotto, e gli spara un colpo in pieno petto. Verità giudiziaria, sancita in un processo istruito a tempo di record in diciotto giorni, che significa anche indagini a tempo di record, e che assolve il gioielliere per “legittima difesa putativa”. Il signor Bruno, che aveva già subito una rapina a mano armata un anno prima e che viveva da gioielliere nella Roma violenta di quegli anni, aveva creduto che Luciano, che lui non conosceva perché non seguiva il calcio, facesse sul serio e non per scherzo. Qualcuno ha dei dubbi, Luciano non era uno che scherzava così, con uno sconosciuto poi, e proprio in quegli anni di piombo in cui tutti avevano il grilletto facile. Forse quella frase non l’ha mai detta, forse al gioielliere è scappato il colpo, forse, forse, forse. La verità giudiziaria, che comunque è una verità importante, è quella.

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