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Non chiamateli maranza

Sono spesso ragazzi cresciuti in contesti difficili. E mandarli in carcere, come vuole il governo, non è la soluzione
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Dovremo fare un esame di coscienza, prima o poi, e dirci chiaramente una cosa: i maranza non esistono. Non esistono ragazzini che solo per come si vestono o per il modo in cui sono arrivati in Italia o per la famiglia da cui provengono possono essere considerati delinquenti. È una semplificazione orrenda, razzista, incivile, che dalle pagine di troppi giornali è passata negli atti governativi segnando uno dei punti più bassi raggiunti negli ultimi anni. Esistono ragazzini che crescono in contesti di fragilità sociale e nei quali cresce una rabbia che diventa violenza. Lo hanno spiegato con parole perfette su Repubblica i neuropsichiatri Massimo Ammaniti e Ignazio Ardizzone. Soprattutto, hanno spiegato quanto sia insensata la legge approvata tra trombe e fanfare dal governo Meloni per cambiare lo stato di imputabilità di un adolescente davanti a un giudice. Da quattordici a diciotto anni, non più imputabile se si dimostra la sua capacità di intendere e di volere, ma imputabile a meno c…

Dovremo fare un esame di coscienza, prima o poi, e dirci chiaramente una cosa: i maranza non esistono. Non esistono ragazzini che solo per come si vestono o per il modo in cui sono arrivati in Italia o per la famiglia da cui provengono possono essere considerati delinquenti. È una semplificazione orrenda, razzista, incivile, che dalle pagine di troppi giornali è passata negli atti governativi segnando uno dei punti più bassi raggiunti negli ultimi anni. Esistono ragazzini che crescono in contesti di fragilità sociale e nei quali cresce una rabbia che diventa violenza. Lo hanno spiegato con parole perfette su Repubblica i neuropsichiatri Massimo Ammaniti e Ignazio Ardizzone. Soprattutto, hanno spiegato quanto sia insensata la legge approvata tra trombe e fanfare dal governo Meloni per cambiare lo stato di imputabilità di un adolescente davanti a un giudice. Da quattordici a diciotto anni, non più imputabile se si dimostra la sua capacità di intendere e di volere, ma imputabile a meno che non si dimostri il contrario. Si inverte l’automatismo, come se per legge si potesse cambiare la biologia.

Ha spiegato Ammaniti – avendo alle spalle un secolo di letteratura scientifica – che no, gli adolescenti non hanno la stessa capacità di intendere e di volere di un adulto, per ragioni biologiche prima di tutto. Hanno istinti aggressivi che non è sempre facile controllare e hanno meno di noi la capacità di capire le conseguenze delle proprie azioni. Non è buonismo, è scienza. Ha spiegato Ardizzone – che lavora in prima fila nelle strutture pubbliche di una città come Roma – che “l’intreccio tra sofferenza psichica e comportamento violento esiste in modo incontestabile” e che la nostra società, lo ripeto, nostra, costruita da noi adulti, ha “nutrito e fatto crescere sentimenti di invidia, vergogna e rabbia che portano alla creazione di circoli vergogna/furia e che sono alla base di gran parte di quei comportamenti violenti diffusi in situazioni di indigenza, emarginazione, scarsa scolarizzazione”. Se le leggi si facessero ascoltando chi conosce la mente e il cuore degli adolescenti, sapremmo benissimo cosa fare per ridurre le situazioni di violenza minorile. Che non sono paragonabili a quelle presenti in altri Paesi. Che restano in calo negli ultimi trent’anni. E che sono spesso enfatizzate da facili etichette mediatiche. Dovremmo portare cura, bellezza, sport e cultura nelle periferie delle città e nei piccoli centri. Dovremmo moltiplicare gli investimenti su scuola ed educazione. Dovremmo replicare modelli di innovazione sociale che esistono e hanno risultati eccellenti, ma vanno messi a sistema. Dovremmo abbandonare le etichette, guardare la realtà e lavorare insieme per cambiarla. Non per peggiorarla, riempiendo le carceri minorili a dismisura invece di puntare su rieducazione e riabilitazione. Che se non sono possibili per un ragazzino, allora per chi?

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