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Strage di Bologna, la verità c’è

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La presidente Meloni la invoca, ma le sentenze sono chiare: responsabili furono i fascisti
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Caro Giannini, è un ricordo amaro, ma determinante per il mio attaccamento al vero senso della vita democratica. 2 agosto 1980, alle ore 10:15 sono in stazione a Bologna al primo binario per raccogliere notizie degli orari ferroviari per il mio lavoro di ispettore dell’automazione postale. Alle 10:20 mi sono allontanato nella piazza Venti Settembre, cinque minuti dopo l’esplosione arriva alle mie orecchie e stravolge i miei pensieri. A ogni anniversario e dopo 46 anni ancora riaffiora quel senso di terrore, non si quieta, ormai ci convivo, oggi l’atmosfera permette di ricordare e di continuare a farlo perché non succeda più, nel caso però succeda di nuovo sarò ancora “graziato” dalla sorte? Sono stato alla manifestazione, perché la verità possa cancellare quel pensiero. Oreste Polacchini

Caro Oreste, posso solo immaginare lo stato d’animo di chi, come lei, quella tragedia l’ha sfiorata uscendone vivo. Il caso gioca a dadi con la nostra vita. Per questo mi metto nei panni dei familiari…

Caro Giannini, è un ricordo amaro, ma determinante per il mio attaccamento al vero senso della vita democratica. 2 agosto 1980, alle ore 10:15 sono in stazione a Bologna al primo binario per raccogliere notizie degli orari ferroviari per il mio lavoro di ispettore dell’automazione postale. Alle 10:20 mi sono allontanato nella piazza Venti Settembre, cinque minuti dopo l’esplosione arriva alle mie orecchie e stravolge i miei pensieri. A ogni anniversario e dopo 46 anni ancora riaffiora quel senso di terrore, non si quieta, ormai ci convivo, oggi l’atmosfera permette di ricordare e di continuare a farlo perché non succeda più, nel caso però succeda di nuovo sarò ancora “graziato” dalla sorte? Sono stato alla manifestazione, perché la verità possa cancellare quel pensiero. Oreste Polacchini

Caro Oreste, posso solo immaginare lo stato d’animo di chi, come lei, quella tragedia l’ha sfiorata uscendone vivo. Il caso gioca a dadi con la nostra vita. Per questo mi metto nei panni dei familiari di chi quel giorno la vita l’ha persa. Di chi ancora piange per quegli 85 innocenti, massacrati dal terrorismo nero col contributo della P2 e dei soliti pezzi deviati dello Stato. Di chi, dopo più di mezzo secolo, si sente dire dalla premier e dai suoi Fratelli d’Italia che aspettiamo ancora “la verità”. La verità c’è, è qui sotto i nostri occhi, scritta da decine di sentenze passate in giudicato: la strage fu opera dei Nar, Cavallini e Bellini, Mambro e Fioravanti. Ai depistaggi successivi, e poi all’evocazione di un’inesistente “matrice palestinese”, contribuirono fior di esponenti del Msi, comprese Meloni e la presidente dell’Antimafia Colosimo. Anche stavolta tocca concludere che non hanno smesso di essere fascisti, hanno solo smesso di vergognarsi.

Faccio il tifo per Sanchez ma lasci Ceuta e Melilla

Caro Giannini, apprezzo il premier Sanchez per essere uno dei pochi leader mondiali a essersi opposti a Trump. Ai mondiali ho tifato per la Spagna e la qualità del suo calcio. Ma una domanda continuo a farmela: cosa ci fanno ancora gli spagnoli a Ceuta e Melilla? Ok gli interessi economici, ma non sarebbe ora di restituirle al Marocco? Magari a condizione che il Marocco riconosca il Sahara occidentale.

Zanello Andrea

Caro Zanello, anch’io apprezzo Sanchez, tanto più all’indomani della crisi di Ceuta e della reazione indegna di alcuni Paesi europei (a partire dal nostro). Ma lei ha ragione: le due “exclavi” sono città autonome della Spagna dal 1995, residui di una dominazione che risale al 1640. Sarebbe ora di chiudere con atti concreti l’epoca ignominiosa del colonialismo.

L’importanza della geografia per chi fa informazione

Salve Giannini, noto da tempo e con rammarico la mancanza di indicazioni geografiche che accompagnino le notizie date attraverso qualsiasi mezzo televisivo o cartaceo. Mi chiedo quante persone, me compresa, sappiamo dove si trova Ceuta, argomento del giorno. L’informazione oggettiva è completa se viene evidenziato anche il contesto geografico. Angela Malaguti Salve Angela, di errori il giornalismo ne fa parecchi. Quasi sempre in buona fede (tranne poche eccezioni, di cui per avere contezza basta leggere ogni mattina le gazzette di regime). Ma su Ceuta mi permetta di dissentire: quasi ovunque ho trovato spiegazioni e carte geografiche, con relativa “geo-localizzazione”. Aggiungo che ogni tanto riprendere in mano un vecchio atlante, a prescindere dalla (o grazie alla) cronaca, fa bene a tutti noi.

Non ci sono cure gratis per chi risiede all’estero

Gentile Giannini, a proposito delle lettere sulle cure agli stranieri, cui lei giustamente dà spiegazioni che dovrebbero impedire proteste dei “bravi” italiani. Le propongo questo quesito: io sono iscritta all’Aire in quanto italiana residente all’estero, lei mi può spiegare perché noi “expat” non abbiamo nessuna copertura sanitaria in Italia, tranne naturalmente per situazioni di pura urgenza? Insomma, io pago tutto: medicinali, analisi, esami, visite. Aggiungo che sono un’anziana pensionata e trascorro 6 mesi all’anno in Italia. Antonia Bacchetti Gentile Antonia, non sono un esperto del ramo, ma credo che il discrimine per un italiano iscritto all’Aire che vive all’estero rispetto ai servizi della sanità pubblica sia il luogo in cui ha la residenza fiscale reale e paga le tasse. Se quel luogo non è l’Italia, ha senso che il Ssn si faccia carico solo dei casi urgenti. Vorrei suggerirle di tornare stabilmente nel Belpaese. Ma mi astengo, con rispetto e affetto.

Nessuno deve decidere per chi decide di andarsene

Caro Giannini, ho molto apprezzato il tuo articolo La frontiera dimenticata del fine vita su Repubblica. Leggo che si è tenuta una udienza della Consulta dove sono stati ascoltati 11 pazienti terminali che hanno invocato il desiderio di andarsene. Trovo la cosa disumana. Possibile che ci deve essere “qualcuno” che possa decidere se io debba vivere anche con atroci sofferenze mie e dei miei cari o avere il diritto di andarmene? In attesa della legge questi poveri cristi cosa devono fare? Pietro Spinelli Caro Pietro, mi fa piacere che abbia apprezzato, il “fine vita” è un nodo doloroso che la politica cinica continua a non sciogliere per pavidità elettorale e subalternità alle gerarchie ecclesiastiche. Le faccio notare però che nell’udienza alla Consulta, di cui ho scritto e alla quale lei fa riferimento, gli undici malati presenti non hanno rivendicato tutti il diritto di andarsene, e proprio in questo sta la forza di quell’evento così irrituale. Alcune di quelle persone, viceversa, hanno detto che loro hanno scelto di andare fino in fondo incontro al loro destino, consapevoli di ciò che li aspetta. Ecco la grande lezione che la Corte costituzione dà ancora una volta ai governi e al Parlamento: una legge sul fine vita non è l’eutanasia e non obbliga nessuno alla “morte di Stato”. Riconosce il diritto a una fine dignitosa solo a chi decide consapevolmente di dire basta alle sofferenze, e lascia tutti gli altri liberi di scegliere. Sottolineo purtroppo che anche a costoro il “palazzo” volta le spalle, rinviando sine die pure la legge sulle cure palliative. Una vergogna per l’etica democratica, un oltraggio alla pietà umana.

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