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Un prete sprint per gli italiani di New York

(Don Luigi con una maglietta dei Knicks, squadra di basket di New York. A giugno ha anche organizzato un incontro con i calciatori in città per i Mondiali) 

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Primo parroco della storica cattedrale di St. Patrick ad arrivare dal nostro Paese, don Portarulo ha riunito la comunità anche con lo sport. Dalla corsa al basket
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Ogni domenica alle dodici, nella Cattedrale di St. Patrick, sulla Fifth Avenue, la messa si celebra in italiano. Non è una piccola cappella di quartiere, ma una delle chiese più visitate di New York: turisti, fedeli, famiglie, lingue diverse, gente che entra per pregare e gente che entra solo per guardare. In mezzo, da qualche tempo, c’è anche una comunità italiana che ha trovato un appuntamento fisso attorno alla figura di don Luigi Portarulo, il parroco della chiesa.

Lo incontriamo in sacrestia, dieci minuti prima della funzione. Ha 38 anni, viene da Bernalda, in Basilicata, ed è a New York dal dicembre 2022, dopo 23 anni tra Roma e il Vaticano. La proposta per Manhattan gli arriva qualche mese prima dal padre generale degli Scalabriniani, la congregazione nata per accompagnare i migranti: serve un sacerdote italiano stabile. Don Luigi accetta. Solo dopo guarda la data della telefonata: 18 maggio, compleanno di Giovanni Paolo II. Per lui non è una coincidenza qualsiasi.

A 12 anni er…

Ogni domenica alle dodici, nella Cattedrale di St. Patrick, sulla Fifth Avenue, la messa si celebra in italiano. Non è una piccola cappella di quartiere, ma una delle chiese più visitate di New York: turisti, fedeli, famiglie, lingue diverse, gente che entra per pregare e gente che entra solo per guardare. In mezzo, da qualche tempo, c’è anche una comunità italiana che ha trovato un appuntamento fisso attorno alla figura di don Luigi Portarulo, il parroco della chiesa.

Lo incontriamo in sacrestia, dieci minuti prima della funzione. Ha 38 anni, viene da Bernalda, in Basilicata, ed è a New York dal dicembre 2022, dopo 23 anni tra Roma e il Vaticano. La proposta per Manhattan gli arriva qualche mese prima dal padre generale degli Scalabriniani, la congregazione nata per accompagnare i migranti: serve un sacerdote italiano stabile. Don Luigi accetta. Solo dopo guarda la data della telefonata: 18 maggio, compleanno di Giovanni Paolo II. Per lui non è una coincidenza qualsiasi.

A 12 anni era entrato nel mondo dei ministranti del Giubileo del 2000, e Wojtyla aveva contato nella sua vocazione. «Il caso è solo il secondo nome di Dio», dice.

Passo dopo passo

Da allora divide la settimana tra la Cattedrale e Old St. Patrick’s, tra Mulberry e Mott Street. Nella prima celebra, confessa, incontra fedeli di passaggio; nella seconda segue un pezzo più raccolto della missione italiana. Poi c’è il resto: i corsi di italiano e di inglese, le lezioni di cucina, le attività per i bambini, il summer camp, le iniziative di beneficenza, i giovani da coinvolgere, le telefonate di chi arriva e non sa ancora a chi rivolgersi.

Parliamo con lui pochi giorni dopo che i Knicks (la squadra di basket cittadina) hanno vinto le Finals Nba: New York non parla d’altro. A lui hanno regalato una maglia della squadra, con don Luigi scritto maiuscolo sul retro e il numero 10, che indosserà alla fine della messa. Anche nello sport ritrova lo stesso istinto comunitario.

«Quando c’è la squadra della città che vince, tutti sono uniti, e le divisioni, i momenti più difficili, passano in secondo piano». Prima dei Knicks c’era stato il calcio, da capitano della squadra del Vaticano. Poi, durante il Covid, è arrivata la corsa: all’inizio quasi una fatica, oggi una disciplina fatta di maratone vere, compresa quella di New York.

La parola celebrità, per un prete, resta scivolosa. Nel suo caso si è costruita per accumulo: una rubrica su Il Newyorkese, giornale di riferimento degli italiani a New York, gli inviti, il passaparola, le domande su case, documenti, contatti, perfino i selfie per strada. E poi una chat WhatsApp che supera le mille famiglie e funziona come una bacheca mobile: avvisi, incontri, orari, richieste minute.

«Sono consapevole che posso essere diventato un punto di riferimento. Mi fa piacere, e allo stesso tempo c’è anche una responsabilità».

A questo punto gli obiettiamo: con tutto questo movimento non c’è il rischio di apparire troppo esposto? Lui alza lo sguardo e risponde come se gliel’avessero già chiesto cento volte. «Vado a incontrare la gente», dice. Aspettare che siano gli altri a entrare in chiesa, per lui, significa perdere una parte della realtà: il lavoro, i ristoranti, lo sport, i giorni di festa e quelli più difficili. È così che perfino New York può assomigliare a una parrocchia. «La presenza della Chiesa non deve stare solo in un posto».

Incroci

A giugno, con il Mondiale alle porte, don Luigi mette insieme con la Fifa e la Grow Together Foundation, l’organizzazione non profit che ha creato a New York, una giornata per italiani e italoamericani: la messa, l’incontro con i bambini, poi Baggio, Del Piero, Vieri, Materazzi e gli altri campioni azzurri. Pochi giorni dopo vede Sal Da Vinci, in America per il concerto di Atlantic City.

L’anno prima, agli Us Open, il gruppo di Carlos Alcaraz cercava un sacerdote che parlasse spagnolo per una benedizione e aveva trovato lui. Gli italiani che don Luigi incontra non arrivano tutti con la stessa storia. I trasferimenti aziendali portano con sé una casa, un lavoro, le prime pratiche già avviate. Altrove il progetto è più fragile: qualche contatto, l’inglese da rendere utilizzabile, i visti da ottenere in un tempo in cui «non vengono dati più così facilmente».

Intorno ci sono anche gli italoamericani, nati o cresciuti qui, che nella messa, in una festa cercano un legame meno astratto con l’Italia. Il suo lavoro, spesso, comincia in mezzo a queste traiettorie diverse: mettere in relazione le persone, indicare un avvocato, un contatto utile nei primi giorni.

Il prezzo

New York, dice, è una città da vedere almeno una volta. Abitarci è un’altra storia. «I sogni si possono ancora realizzare. Ma quando capisci che non ce la fai, puoi anche tornare a casa, o provare altrove. Lo sapevano bene anche gli emigrati dell’Ottocento, quelli che partivano convinti di trovare i marciapiedi lastricati d’oro e si scontravano con la fatica di orientarsi, le attese, il prezzo quotidiano dell’inizio».

Francesca Cabrini – la missionaria italiana naturalizzata statunitense, fondatrice della congregazione delle Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, proclamata santa nel 1946 – compare nel suo discorso subito dopo: è il nome di una stagione in cui la vita degli italiani in città si organizzò intorno a cose molto concrete: scuole, ospedali, assistenza, famiglie da orientare. Non è la stessa emigrazione, certo, ma serve a don Luigi per dire due cose insieme: «Che partire non basta mai, da solo, e che un riferimento può bastare a fare la differenza».

Sul Venerdì del 14 agosto 2026

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