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Quanto è faticoso anche per i fenicotteri diventare genitore

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E non solo per loro... Polpi che muoiono dopo la schiusa, piccoli d’anfibio che divorano la madre. In un libro, lo stile materno e paterno degli animali
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Se pensate che svegliarvi in piena notte per dare il biberon o cambiare il pannolino sia un grande sacrificio, cosa dovrebbero dire le femmine di polpo? Dopo essersi accoppiate e aver terminato la deposizione, smettono di mangiare: si occupano solo di pulire le uova coi tentacoli, soffiare acqua col sifone per ossigenarle, allontanare possibili predatori. E mentre i piccoli crescono, loro lentamente deperiscono: quando le uova si schiuderanno, infatti, moriranno.

Succede nella quasi totalità delle specie di polpi: un’agonia che dura mesi, talvolta anni come nel caso di una femmina di Graneledone boreopacifica, specie abissale del Pacifico: quasi quattro anni e mezzo di “suicida dedizione”.

«È uno degli esempi di cure parentali che più mi ha sorpreso e meravigliato», racconta Elizabeth Preston. Giornalista scientifica di Boston, collaboratrice di The New York Times, The Atlantic e National Geographic, dopo la nascita della sua seconda figlia ha cominciato a chiedersi che cosa significh…

Se pensate che svegliarvi in piena notte per dare il biberon o cambiare il pannolino sia un grande sacrificio, cosa dovrebbero dire le femmine di polpo? Dopo essersi accoppiate e aver terminato la deposizione, smettono di mangiare: si occupano solo di pulire le uova coi tentacoli, soffiare acqua col sifone per ossigenarle, allontanare possibili predatori. E mentre i piccoli crescono, loro lentamente deperiscono: quando le uova si schiuderanno, infatti, moriranno.

Succede nella quasi totalità delle specie di polpi: un’agonia che dura mesi, talvolta anni come nel caso di una femmina di Graneledone boreopacifica, specie abissale del Pacifico: quasi quattro anni e mezzo di “suicida dedizione”.

«È uno degli esempi di cure parentali che più mi ha sorpreso e meravigliato», racconta Elizabeth Preston. Giornalista scientifica di Boston, collaboratrice di The New York Times, The Atlantic e National Geographic, dopo la nascita della sua seconda figlia ha cominciato a chiedersi che cosa significhi essere genitori. Ne è nato un libro: The Creatures’ Guide to Caring: How Animal Parents Teach Us That Humans Were Born to Care (Viking, 416 pagine, 30 dollari), un viaggio alla scoperta delle mamme e dei papà del mondo animale.

Ce n’è per tutti i gusti. Proseguendo il filone del sacrificio, le femmine di alcune Caeciliidae, anfibi simili a vermi che vivono sottoterra, fanno da spuntino ai propri figli. Con la maternità mettono su pelle e grasso extra diventando una sorta di fast-food ambulanti a uso e consumo dei baby vermetti in crescita.

«Ma sopravviveranno, al contrario delle femmine del ragno europeo notturno Amaurobius ferox che si lasciano letteralmente divorare dai propri piccoli, uno dei casi più estremi», ammette Preston.

Dopo che la madre li ha nutriti per una settimana con cibo rigurgitato e uova non fecondate, i ragnetti la assalgono e la divorano, ma almeno le usano la cortesia di ucciderla in pochi minuti con morsi velenosi.

Padri attenti

Nessun figlio divora il padre, che talvolta è l’unico a prendersi in carico la famiglia, in barba ai luoghi comuni. Prendiamo i pesci. Nella maggior parte delle specie le femmine depongono le uova, i maschi le fecondano e poi ognuno va per la sua strada. Ma ci sono pure genitori premurosi, e spessissimo sono papà single.

I maschi di spinarello (famiglia Gasterosteidae), pesci d’acqua dolce diffusi in Nord Europa, si allestiscono il nido con frammenti di vegetazione e aspettano che le femmine vi depongano le uova: poi le fecondano, curano e proteggono; papà apprensivi, dopo la schiusa continuano a rincorrere gli avannotti che si allontanano da “casa”.

Si è visto che la paternità modifica l’attività di quasi il 10 per cento dei geni espressi nel loro cervello, compresi quelli associati alla versione ittica dell’ossitocina (isotocina), l’ormone coinvolto nel parto e nel legame genitore-figlio.

«In altre parole, gli ormoni che noi esseri umani – e i nostri medici – associamo alla gravidanza potrebbero aver aiutato gli animali a prendersi cura della prole molto prima ancora che i mammiferi comparissero sulla Terra», dice la giornalista scientifica.

Anche la prolattina, ormone del latte materno, è molto più antica del latte e dei mammiferi stessi. In alcuni uccelli è legata alla produzione del “latte di gozzo”, una specie di cagliata fatta dalle cellule sfaldate della parete del gozzo, sacca dell’esofago che funziona da serbatoio temporaneo di cibo. Ricco di grassi e proteine, questo latte viene rigurgitato in bocca ai pulcini da maschi e femmine di fenicotteri (famiglia Phoenicopteridae), piccioni e colombe (famiglia Columbidae).

In questi uccelli – e in molti altri animali – entrambi i genitori curano la prole, ma nel caso delle rane sudamericane Allobates femoralis per convincere le mamme a rimboccarsi le maniche bisogna che il papà sia fuori gioco. In questa specie, generalmente, dopo aver deposto le uova sulla terraferma, le femmine se ne disinteressano del tutto: sono i maschi a trasportare i girini nell’acqua. Ma se per qualche motivo scompaiono o muoiono, allora le femmine si trasformano in super-mamme.

«I circuiti cerebrali legati alla cura della prole si attivano nel genitore che deve occuparsi dei girini, indipendentemente dal fatto che sia la madre o il padre», spiega l’autrice. «Una parte fondamentale di questi circuiti è una regione dell’ipotalamo che anche nei mammiferi, umani compresi, è essenziale per il comportamento parentale».

La biologia della genitorialità è affascinante e più simile tra le specie di quanto pensiamo. «Condividiamo con altri animali moltissimi aspetti del modo in cui ci prendiamo cura della prole, per esempio l’allevamento dei figli in gruppi cooperativi», aggiunge Preston.

Gli aiutanti di mamme e papà abbondano in natura: ce li hanno, per esempio, i gracchi alibianche (Corcorax melanorhamphos), uccelli dell’Australia Sudorientale; alcuni ciclidi (Neolamprologus pulcher), pesci del Lago Tanganica; licaoni (Lycaon pictus) e suricati (Suricata suricatta), mammiferi africani.

In questi ultimi, la cosa ha preso una piega un po’ estrema: gli helper sono così indispensabili – nel sorvegliare, proteggere e nutrire i piccoli, insegnando loro anche come staccare il pungiglione a uno scorpione, tra i loro cibi preferiti, prima di mangiarselo – che gli viene impedito di accoppiarsi, talvolta con la forza.

«Ma tra le grandi scimmie, i nostri parenti più stretti, nessun’altra specie collabora quanto noi nell’allevamento dei piccoli», sottolinea l’autrice, «e a mio parere è proprio questa cura cooperativa della prole, combinata con gli altri tratti tipici delle grandi scimmie, ad aver favorito lo sviluppo della nostra intelligenza e socialità, fino a fare dell’essere umano una specie davvero unica al mondo».

Sul Venerdì del 14 agosto 2026

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