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La paradossale storia di Herdonia, la “Pompei di Puglia” chiusa a tempo indeterminato

(Su concessione del Ministero della Cultura – Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per le Province di Barletta-Andria-Trani e Foggia) 

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L’antica città romana non è visitabile. Dal 2000 non si scava più e a farla da padrona è l’erba alta. Ma qualcosa si sta muovendo. Piano piano...
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C’è un cartello marrone sulla statale 16 che annuncia l’area archeologica di Herdonia. È pochi chilometri dopo Cerignola e indica la strada per Ordona, tremila anime in provincia di Foggia, lontano dalla Puglia più turistica, che stoicamente resistono tra uliveti e campi di grano inframmezzati dalle pale eoliche, auspicando di poter mostrare di nuovo al mondo la loro “Pompei di Puglia”.Herdonia è un sito tra i più importanti della regione: tesoro per ora inaccessibile, di cui si parla poco, dopo che per anni è stato al centro dei dibattiti della comunità archeologica internazionale. Il primo insediamento fu fondato dai dauni nel X secolo a.C., poi entrato nell’orbita greca, quindi municipio romano, strategico per la sua posizione tra Puglia e Campania grazie alla via Traiana, ebbe vita in epoca medioevale e federiciana con la roccaforte edificata per volere dell’imperatore e si spopolò progressivamente, fino a che nel 1774 Ferdinando IV creò in un sito limitrofo la colonia agricola di…

C’è un cartello marrone sulla statale 16 che annuncia l’area archeologica di Herdonia. È pochi chilometri dopo Cerignola e indica la strada per Ordona, tremila anime in provincia di Foggia, lontano dalla Puglia più turistica, che stoicamente resistono tra uliveti e campi di grano inframmezzati dalle pale eoliche, auspicando di poter mostrare di nuovo al mondo la loro “Pompei di Puglia”.Herdonia è un sito tra i più importanti della regione: tesoro per ora inaccessibile, di cui si parla poco, dopo che per anni è stato al centro dei dibattiti della comunità archeologica internazionale. Il primo insediamento fu fondato dai dauni nel X secolo a.C., poi entrato nell’orbita greca, quindi municipio romano, strategico per la sua posizione tra Puglia e Campania grazie alla via Traiana, ebbe vita in epoca medioevale e federiciana con la roccaforte edificata per volere dell’imperatore e si spopolò progressivamente, fino a che nel 1774 Ferdinando IV creò in un sito limitrofo la colonia agricola di Ordona, uno dei Reali siti.

Da quel momento Herdonia cominciò a scomparire nelle campagne.Oggi esiste ancora, anche se solo il 20 per cento dei resti è stato portato alla luce e dal 2000 non si scava più. Ci sono parti del foro, delle mura, del mercato, pezzi di colonne con enormi capitelli, la domus di Federico II, pareti affrescate. E poi migliaia di reperti sparsi per il mondo, visto che questo era uno dei principali centri di produzione della ceramica geometrica daunia. Da mezzo secolo, bersaglio dei tombaroli foggiani, più volte finiti nella rete dei carabinieri Tutela patrimonio. A loro, sono arrivate segnalazioni sulla presenza di vasi provenienti dall’antica Ordona in un museo belga e l’ipotesi da verificare è se vi siano giunti seguendo le procedure regolari o meno.

Lunga attesa

Herdonia, dunque, è realtà ma pensare di visitarla è una chimera. Il parco vive nei sogni degli ordonesi, che auspicano la definitiva apertura e il ritorno a un’epoca d’oro, come gli anni dal 1967 al 2000, con frotte di archeologi al lavoro e un’economia che inevitabilmente ne beneficiava. E vive nei progetti della Soprintendenza e del Comune, che per quella riapertura stanno lavorando ma sono ancora lontani dal traguardo. «Il mio sogno è tagliare il nastro del Parco archeologico prima della fine del mandato», dice la sindaca Adalgisa La Torre, da poco rieletta e convinta che quel tesoro potrebbe far muovere l’economia del piccolo centro. La sua amministrazione ha appena subappaltato i lavori da mezzo milione (tramite i fondi Cis per la Capitanata) per la sistemazione del piazzale della stazione e l’ingresso del parco, che dovrebbero finire entro dicembre.

Il resto lo sta facendo la Soprintendenza archeologica di Foggia, che – sotto la guida dell’architetta Anita Guarnieri – ha ultimato il restauro del Castellum, finanziato dal Pnrr, e recentemente affidato la gara per la pulizia della zona. Altri interventi riguarderanno il podere Maria Cecilia e l’area delle terme. Mentre il Comune lavora anche per la riapertura del piccolo museo.La pulizia dell’area è il passaggio fondamentale per far riemergere i reperti dalle erbe che li nascondono, rendendo impossibile la vista a chi, dalla strada, cerca di capire dove si trovino. L’accesso, per ora, è inibito. Perché un Parco in senso lato non esiste. Anzi, in realtà, non è mai esistito, poiché l’area era privata, della nobile famiglia Cacciaguerra, con cui lo Stato ha avviato un contenzioso trentennale, che nel 2025 ha definito l’esproprio, ancora sub iudice in appello a causa delle richieste di un più cospicuo indennizzo da parte della proprietà.

A raccontarlo è Ambretta Cacciaguerra, mostrando le foto di feste e spettacoli in mezzo alle rovine e ricordando come, fino a un decennio fa, i resti fossero visitabili: «La cosa che ci dà più fastidio è che non venga riconosciuto nulla di quello che ha fatto la nostra famiglia. Non è una questione di soldi ma non posso accettare che aver tenuto aperto il parco per 60 anni, non vale niente». Proprio dal padre Franco Cacciaguerra, nel 1962, l’archeologo belga Joseph Mertens ottenne il permesso di scavare, avendo intuito che lì doveva trovarsi quella sorta di Pompei perduta. I professionisti dell’università di Lovanio piombarono in quell’angolo di Tavoliere, poi vennero affiancati dai colleghi delle università di Bari e Foggia, guidati dal professor Giuliano Volpe fino al 2000. In aiuto degli archeologi lavorarono per anni squadre di operai del posto. «Ci chiamavano i ragazzi di Sabino Piccolo» ricorda Donato Rubini, e come lui Antonio Piccolo, che ci lavorava da adolescente al seguito del padre. Le loro storie sono state raccontate durante Herdonia Lab, il laboratorio didattico e multidisciplinare dell’Università di Foggia (coordinato dal professor Danilo Leone, con la collaborazione di Nancy Mangialardi della Scuola del patrimonio che oggi accompagna il Comune nei Laboratori di territorio II) che, a inizio maggio, ha riportato studenti e docenti sul campo e tra la gente. I cittadini hanno accolto con favore la riapertura di un dibattito pubblico, come ha spiegato Antonio Monaco in una delle interviste che andranno a comporre il video conclusivo: «Siamo onorati, perché» come fece Mertens nel 1962, «siete venuti in casa nostra a portare le vostre competenze». E a mostrare che qualcosa forse si muove attorno a quell’area. «Io sono innamorata di quel posto» aggiunge Michelina Ciaffa. «Noi di una certa età abbiamo sempre sentito Herdonia come una cosa nostra, sono le nostre origini, ma non so se prima di chiudere gli occhi vedrò il parco aperto».

Che la gente del luogo fosse molto legata agli scavi lo dicono le poche persone che si incontrano in un’afosa giornata estiva a pochi metri dal municipio. Mariantonietta Russo, all’epoca di Mertens gestiva insieme ai genitori una salumeria nella piazza del municipio: «Gli archeologi arrivavano a decine, affittavano le case, si accampavano in edifici inutilizzati, venivano a comprare cibo e acqua». Accanto a lei, la collega Rosanna che sul cellulare mostra le foto scattate ai capitelli e al macellum un paio di anni fa. E Gerarda, che con un Movimento cittadino aveva provato ad organizzare momenti di valorizzazione del sito, come le feste in abiti romani. Anche loro, che da piccole andavano lì «a fare la Pasquetta», alla domanda su come sia possibile che un luogo tanto importante per questa comunità sia diventato inaccessibile, scuotono la testa, incapaci di dare spiegazioni. I motivi, in realtà, sono tanti. Perché la battaglia giudiziaria che ha visto protagonisti lo Stato e i Cacciaguerra si intreccia con le lungaggini dell’italica burocrazia, che tutto rende complicato. E con un ostinato silenzio della Soprintendenza, che preferisce non commentare la situazione mentre i progetti sono in corso. Nel paradosso tutto italiano per cui il rispetto delle regole dilata i tempi all’infinito. E quello che dovrebbe essere un tesoro e un’attrazione diventa una chimera. Al punto che anche chi a Herdonia ha dedicato tanto, come il professor Volpe, ironizza con amarezza: «Visto come è andata a finire, forse aveva ragione Mertens nel dire che sarebbe stato meglio ricoprire tutto ciò che abbiamo scoperto».

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