✕

Star Trek compie sessant’anni. Ma che ci resta oggi di quel futuro (anticonformista)?

Leonard Nimoy (1931-2015) ovvero il celeberrimo dottor Spock: metà umano metà vulcaniano 

Ascolta l'audio

Nel 1966 andava in onda la prima puntata della serie tv che, viaggiando nello spazio, ha cambiato il nostro tempo. Sull’Enterprise si sfidavano i conformismi e si praticava l’inclusività
4 minuti di lettura

E sono sessanta. Sessant’anni di “Spazio, ultima frontiera”, sessant’anni di “Teletrasporto, signor Scott!”, sessant’anni di stringente logica vulcaniana, sessant’anni di divise spaziali che sembrano attillati pigiamini. Proprio sessant’anni fa, l’8 settembre del 1966, la Nbc trasmetteva la prima puntata di Star Trek. Entrava nei tinelli americani l’impetuoso capitano Kirk, entrava l’impassibile signor Spock. E con loro iniziava uno dei viaggi spaziali più lunghi della storia e una serie tv che dietro l’apparenza naïf sfidava canoni e tabù politici, culturali, sociali.

Per capirlo bisogna ricordare che Star Trek nasceva nell’era di John F. Kennedy. Il più giovane presidente nella storia degli Usa era stato ucciso tre anni prima ma la sua visione idealistica di un’America proiettata verso il futuro, la corsa allo spazio, era più viva che mai. Non è un caso che quello “Spazio, ultima frontiera” che apriva ogni puntata, evocasse apertamente la New Frontier kennedyana (anche le iniziali d…

E sono sessanta. Sessant’anni di “Spazio, ultima frontiera”, sessant’anni di “Teletrasporto, signor Scott!”, sessant’anni di stringente logica vulcaniana, sessant’anni di divise spaziali che sembrano attillati pigiamini. Proprio sessant’anni fa, l’8 settembre del 1966, la Nbc trasmetteva la prima puntata di Star Trek. Entrava nei tinelli americani l’impetuoso capitano Kirk, entrava l’impassibile signor Spock. E con loro iniziava uno dei viaggi spaziali più lunghi della storia e una serie tv che dietro l’apparenza naïf sfidava canoni e tabù politici, culturali, sociali.

Per capirlo bisogna ricordare che Star Trek nasceva nell’era di John F. Kennedy. Il più giovane presidente nella storia degli Usa era stato ucciso tre anni prima ma la sua visione idealistica di un’America proiettata verso il futuro, la corsa allo spazio, era più viva che mai. Non è un caso che quello “Spazio, ultima frontiera” che apriva ogni puntata, evocasse apertamente la New Frontier kennedyana (anche le iniziali del capitano James T. Kirk erano state concepite per evocare JFK). E le parole che aprivano ogni episodio –“Ecco i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima” – sapevano di epopea del vecchio West, di pionieri pronti a spingersi oltre i territori conosciuti.

Non a caso Gene Roddenberry, il papà di Star Trek, aveva inizialmente pensato di intitolare la serie Wagon Train to the Stars, vale a dire “Carovana verso le stelle”; l’aveva pensata come una via di mezzo tra un western e i viaggi di Gulliver, però ambientati in un futuro (XXIII secolo) nel quale l’umanità ha bandito armi, tecnologie distruttive e pregiudizi.

Roddenberry, visionario gentiluomo texano classe 1921, ex pilota della Pan Am, ex addetto stampa della polizia di Los Angeles, pacifista convinto, convertitosi a scrivere sceneggiature di telefilm come Dottor Kildare, sognava di fare una serie tv che riflettesse il bisogno di cambiamento e sfidasse i conformismi come faceva la cultura giovanile dell’epoca.

Perché la fantascienza? Perché non faceva paura a nessuno, non c’era controllo, anzi, in piena Guerra Fredda titoli come Raggio mortale da Marte, La Marina contro i mostri della notte, L’invasione degli ultracorpi, Ultimatum alla Terra, sembravano piuttosto prodotti dall’ufficio propaganda. Avevano tutti in comune la visione paranoica del marziano come un mostro, gli alieni erano tutti invasori decisi a distruggere la nostra civiltà per sostituirla con la propria. Quasi tutta la fantascienza del dopoguerra era una gigantesca metafora anticomunista e maccartista.

Star Trek cambiava il passo. I viaggi dell’Enterprise non erano di conquista ma di esplorazione e incontro con altre civiltà. Che a volte possono far paura, come nell’episodio Il mostro dell’oscurità, finché non si scopre che il pauroso alieno chiamato Horta non è altro che una madre che vuole proteggere le proprie uova.

Non è un caso che Barack Obama sia un noto fan di Star Trek, della visione progressista che attraversa le trame del telefilm, del suo messaggio fortemente inclusivo. Pensate all’equipaggio: non si era mai visto nulla di così multietnico in tv. Con un timoniere giapponese, Sulu, primo personaggio dichiaratamente gay nella storia del franchise (fa coming out nel 2016 in Star Trek Beyond); una donna afroamericana in posizione di potere, ovvero il tenente Uhura (Nichelle Nichols), entrata nella storia per il primo bacio interrazziale in tv – in Umiliati per forza maggiore veniva costretta da degli alieni a baciare Kirk, e la Bbc si rifiutò di mandare in onda l’episodio. Martin Luther King rivelò poi a Nichols che lei era la ragione per cui permetteva alle figlie di restare sveglie fino a tardi a guardare la tv.

Nella seconda stagione arrivò anche un russo: Pavel Chekov, dal look sorprendentemente British invasion, ispirato a Beatles e Monkees. E naturalmente lo staff comprendeva anche il diverso per eccellenza: un alieno. Il signor Spock, metà umano e metà vulcaniamo: vera icona di tutta la serie. Spock è la ragione dove Kirk mette il cuore; la dinamica tra i due ricalca quella tra Sherlock Holmes e il dottor Watson. Nella vita, entrambi gli attori, William Shatner e Leonard Nimoy, venivano da famiglie di immigrati ucraini di religione ebraica, entrambi hanno avuto brevi, bizzarre e poco significative carriere discografiche.

Solo Shatner però ha coronato il sogno di andare davvero nello spazio. Nell’ottobre 2021, a 90 anni è diventato il più anziano astronauta di sempre, unendosi al volo della navicella suborbitale New Shepard di proprietà della Blue Origin di Jeff Bezos. Fu per lui un’esperienza «dolorosissima», raccontò nelle interviste. «Dopo decenni passati a interpretare un personaggio che esplorava l’universo e stringeva legami con diverse forme di vita e culture, pensavo che avrei provato anch’io quel profondo senso di connessione con l’immensità che ci circonda. Ma lì fuori ho visto solo un’immensa oscurità. Nello spazio ho capito che la Terra è, e rimarrà, la nostra unica casa. E che l’abbiamo devastata, senza sosta, rendendola inabitabile».

Shatner, Nimoy e tutti i protagonisti principali hanno negli anni cercato, senza riuscirci, di scrollarsi di dosso i loro personaggi. Spock tentò il salto da attore a regista con Tre uomini e una culla, una commedia di buon successo, ma si fermò lì. È scomparso nel 2015. Gene Roddenberry se n’è andato nel 1991 dopo un ictus. Le sue ceneri sono state spedite nello spazio in una piccola capsula programmata per orbitare intorno alla Terra per sei anni prima di bruciare nell’atmosfera.

La sua creatura non ha sempre avuto vita facile. La Cbs la rifiutò, la Nbc la produsse ma cercò di cancellarla per tre volte in tre stagioni, per gli ascolti insufficienti. A impedirlo fu l’insurrezione dei fan. Star Trek ha probabilmente il più grande fandom al mondo, milioni di cosiddetti Trekkies, che si trovano regolarmente alle convention e gli eventi speciali, come quelli già in corso per il 60ennale. Nel 1976 costrinsero la Nasa con uno tsunami di lettere a chiamare il suo primo shuttle Enterprise anziché Constitution.

Il fan club ufficiale italiano quest’anno celebra in concomitanza il suo quarantennale. In Italia la serie è sbarcata nel 1974 grazie a Telemontecarlo. Da allora è diventato uno dei franchise più di successo al mondo: solo il merchandise di magliette e gadget vale sui 5 miliardi di dollari. Se si aggiungono i diritti maturati e lo streaming della dozzina di serie tv, da Next Generation all’ultima Starfleet Academy, insieme ai tredici film usciti al cinema, si calcola abbia generato almeno 10 miliardi di dollari di profitti. Una macchina per far soldi. Lontana anni luce dal fascino decisamente low budget della prima serie. L’art director Matt Jeffries raccontò di essersi ispirato alla bobina della sua stufa elettrica per la forma originale dell’Enterprise. Il teletrasporto nacque per necessità, filmare l’atterraggio dell’astronave sui vari pianeti sarebbe costato molto di più.

Darrell Anderson, responsabile degli effetti speciali, ottenne la luminescenza usando polvere d’alluminio dispersa da un ventilatore industriale. I costumi degli alieni erano un trionfo di carta stagnola e polistirolo. Oggi suscitano tenerezza e nostalgia, ma di quell’idealismo pacifista non è rimasto molto, e lo spazio non è più l’ultima frontiera, tutt’al più una possibile via di fuga, riservata a qualche miliardario delle big tech.

Leggi i commenti