Farouk: il rapimento diventa una fiction
di Paola ZanuttiniSl set della serie di Rai 1 177 giorni. Il rapimento di Farouk, in una Costa Smeralda traslocata nel Sannio, la finzione intesa come fiction va in corto con la realtà. Perché Farouk Kassam, non più l’ostaggio bambino nel sequestro epocale del 1992, ma l’imprenditore dal vago accento romano, mixato con altre inflessioni cosmopolite, che opera fra Londra e Dubai, si presta a un cameo in una scena di cronisti all’assalto di villa Kassam. Ha pure una battuta, il Farouk giornalista: chiede ad Antonia Desplat, che interpreta sua madre Marion, cosa prova sapendo che il figlio è nelle mani di criminali senza scrupoli. Siccome, per via del cortocircuito, mi ritrovo non so bene come a fare la comparsa (anzi, lo so: me l’ha proposto il regista Carlo Carlei per farmi «vivere da dentro la scena»), avrei da obiettare sull’oziosità della domanda, ma ripiego su un’espressione dolente e solidale con la signora Marion, privata del figlioletto e importunata dalla stampa. L’attrice, poi, racconta che Mar…
Sl set della serie di Rai 1 177 giorni. Il rapimento di Farouk, in una Costa Smeralda traslocata nel Sannio, la finzione intesa come fiction va in corto con la realtà. Perché Farouk Kassam, non più l’ostaggio bambino nel sequestro epocale del 1992, ma l’imprenditore dal vago accento romano, mixato con altre inflessioni cosmopolite, che opera fra Londra e Dubai, si presta a un cameo in una scena di cronisti all’assalto di villa Kassam. Ha pure una battuta, il Farouk giornalista: chiede ad Antonia Desplat, che interpreta sua madre Marion, cosa prova sapendo che il figlio è nelle mani di criminali senza scrupoli. Siccome, per via del cortocircuito, mi ritrovo non so bene come a fare la comparsa (anzi, lo so: me l’ha proposto il regista Carlo Carlei per farmi «vivere da dentro la scena»), avrei da obiettare sull’oziosità della domanda, ma ripiego su un’espressione dolente e solidale con la signora Marion, privata del figlioletto e importunata dalla stampa. L’attrice, poi, racconta che Marion le aveva detto di non aver mai pianto, durante il rapimento: «Ma come posso fare per la Rai una Marion che non piange mai?».
Già, come si fa? Anche perché, come dice la direttrice di Rai Fiction Maria Pia Ammirati, «raccontare oggi il rapimento di Farouk restituisce una vicenda che ha toccato il sentimento nazionale, trasformandola in memoria condivisa». Ma il produttore Riccardo Russo puntualizza che non si è lavorato sui soliti eroi da prima serata. Per Fateh, il padre del bambino, non si è edulcorata l’iniziale resistenza a trattare con i rapitori: «Non si rifiutava di pagare, ma non sottostava alle condizioni che gli imponevano». E, nei panni di Fateh, Marco Bocci ammette i rischi del ruolo: «Può non suscitare empatia, per il modo poco italiano di affrontare il rapimento di un figlio. Lo tratta come un affare».
Belga di origine indiana lui, francese lei, i Kassam erano ricchi, certo: gestivano uno storico hotel di Porto Cervo, ma si era creato il tragico equivoco che fossero parenti dell’Aga Khan, con conseguente richiesta di riscatto miliardario. Del quale si continuerà a sapere poco, nonostante la serie: è stato pagato, in barba al blocco dei beni della famiglia? E da chi? Entrò in campo il bandito Graziano Mesina con una dubbia mediazione, il Tg1 fece l’inopportuno scoop della liberazione: insomma il rapimento più mediatizzato dell’Anonima sarda. «Ma a me interessava la storia a lieto fine», dice Carlei, «con il trionfo della volontà, della resilienza di un bambino incapsulato nel tempo: sei mesi, passati gran parte in una grotta. Senza mai essere cambiato o lavato».
Farouk, avrei anch’io una domanda oziosa: l’hanno consolato almeno un po’ dopo il taglio di un pezzo d’orecchio? In fin dei conti anche Matteo Boe, il capobanda, aveva dei bambini.
«No, sono svenuto. E quando mi sono svegliato mi hanno lasciato lì con un calore assurdo al lato sinistro della testa e un cerotto enorme pieno di sangue».
Cosa prova un quarantenne verso chi gli ha fatto tutto quel male quando aveva sette anni?
«Oggi indifferenza, ma è chiaro che se me li ritrovassi davanti qualcosa sentirei. Quando sono in Sardegna, mi capita di pensare che il mio vicino al banco del bar dove bevo un caffè potrebbe essere uno dei miei rapitori, di quelli che non sono stati presi e non ho mai visto in faccia. Comunque, sono passati tanti anni, ho sofferto moltissimo per colpa loro e soffrirò per sempre, almeno un po’. Ma si va avanti, io ho fatto la mia vita e loro avranno fatto la loro».
Ventitré anni fa, quando era in galera, a Boe hanno ammazzato la figlia di 14 anni, un colpo di fucile alla tempia mentre stendeva il bucato in balcone. Non è mai stato trovato il colpevole. Una nemesi della storia?
«Con la mia storia non c’entra niente, semmai con quella di Boe: forse un conto in sospeso. Ma mi è dispiaciuto, sono cose che non dovrebbero mai succedere».
Tornati in libertà, sia Mesina che Boe sono diventati guide escursionistiche: andare in giro per il Supramonte con dei sequestratori è un elemento di brivido che giova al marketing?
«Non so se i turisti stranieri sappiano davvero con chi hanno a che fare. E non ho mai partecipato a un tour fra i nascondigli dei rapiti, però tornerei nella grotta dove sono rimasto più a lungo: c’ero già stato qualche tempo dopo il sequestro, ma adesso forse sarebbe un modo per affrontare quell’esperienza con uno sguardo adulto. Sarebbe interessante organizzare una gita, con le persone care. E senza Matteo Boe. Con Mesina il problema non si pone perché è morto».
Dopo la liberazione avete lasciato la Sardegna?
«No, avevo sognato casa mia per sei mesi e volevo stare lì, ma poi è diventato insostenibile: giornalisti, poliziotti, ricerche, controlli. C’era sempre troppa gente. Siamo andati a Nizza, per due anni. Ma tornavamo spesso».
E la paura quanto è durata?
«No, quella è passata, ormai. C’è stato un percorso personale, e anche con la famiglia, importante».
Avete fatto terapia?
«Ma non tanto, in realtà è stato più un fare i conti con le paure individualmente. Alla fine è più semplice di quello che sembra. Come dire: io ho paura di una cosa, cerco di affrontarla e ci riesco. Non dico funzioni per tutti, ma per me sì, più della terapia. Solo che c’è voluto molto tempo».
Quanto?
«Fino ai 35 anni non era superata del tutto, era un peso che mi portavo dietro, un pacchetto: il trauma induce dei pensieri e io non sapevo riconoscere che erano legati al rapimento».
E cos’è che ha avviato il cambiamento?
«È stato fondamentale lasciare l’Europa: cinque anni in America a studiare Business management of entertainment e International trade and commerce. Mi sono staccato dalla sensazione di supporto continuo e protezione in famiglia e fuori. Mi ha aiutato il fatto che nessuno sapesse chi ero, mentre in Italia ero sempre Farouk, quello da difendere dal male».
I compagni di scuola com’erano con lei?
«No, loro erano normali: qualche battuta sull’orecchio, ma ci stava, serve a formare la persona».
Adesso ha 42 anni e una bimba di quattro: particolari ansie per lei, anche se la stagione dei rapimenti pare conclusa (e poi due sequestri in una famiglia, sarebbero contro la statistica)?
«No, assolutamente».
Rispetto al dolore, avendolo conosciuto con grande anticipo, lo intercetta di più negli altri, prova empatia o fugge come la peste ogni situazione di sofferenza?
«Io ho vissuto un grande dolore, quindi nessun altro è paragonabile al mio. Dico: ma questo non è niente! Anche se chi mi sta davanti soffre atrocemente, io sdrammatizzo. Da me non trovano conforto, ma forse è anche positivo: aiuto a ridimensionare le cose».
Beh, l’avranno mandata al diavolo parecchie volte, per questo atteggiamento.
«Certo. Ma questo sono io, non so cosa farci».
Ha mai provato rancore per l’atteggiamento poco disponibile di suo padre con i rapitori?
«Alla fine ha funzionato. Piuttosto che stare lì a piangere».
Come avete deciso in famiglia di dare l’ok a questa serie, che si poteva comunque realizzare anche senza il vostro consenso?
«Ci ho riflettuto un po’ e ho deciso per il sì. Ma ho dovuto convincere i miei genitori e mia sorella che vivono questa cosa con più difficoltà, non l’hanno affrontata di petto come ho fatto io negli ultimi anni, per loro resta un tabù».
E come li ha convinti?
«Spiegandogli che un giorno o l’altro sarebbe successo. Quindi, anche se questa serie, pur ispirata al libro scritto da mio padre con Marco Corrias Mio figlio Farouk. Anatomia di un rapimento, non è un progetto nostro, abbiamo almeno la possibilità di vedere un po’ cosa succede».