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Perché la contessa Serpieri può ancora scandalizzare

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Torna la novella da cui Visconti trasse uno dei suoi capolavori. Protagonista una dark lady vendicativa che non ha nulla della femminista ante litteram. Ma può ancora scandalizzare
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Decisamente vanitosa: “Esaminavo la mia fronte per trovarmi una ruga. La mia fronte, su cui scherzano i riccioletti, è liscia e tersa come quella di una bimba, a’ lati delle mie ampie narici, al di sopra delle mie labbra un po’ grosse e rosse, non si vede una grinza. Non ho mai scoperto un filo bianco nei lunghi capelli, i quali, sciolti, cadono in belle onde lucide, neri più dell’inchiostro, sulle mie spalle candide”.È l’autoritratto spudorato di una donna quasi matura (trentanove anni, oggi sarebbe una ragazzina) che passa in rassegna il suo aspetto per rassicurarsi: sì, è ancora bella. No, la sua carriera di oggetto del desiderio maschile non è ancora terminata.

Dopo aver controllato la persistente lucentezza delle sue armi, passa all’at…

Decisamente vanitosa: “Esaminavo la mia fronte per trovarmi una ruga. La mia fronte, su cui scherzano i riccioletti, è liscia e tersa come quella di una bimba, a’ lati delle mie ampie narici, al di sopra delle mie labbra un po’ grosse e rosse, non si vede una grinza. Non ho mai scoperto un filo bianco nei lunghi capelli, i quali, sciolti, cadono in belle onde lucide, neri più dell’inchiostro, sulle mie spalle candide”.È l’autoritratto spudorato di una donna quasi matura (trentanove anni, oggi sarebbe una ragazzina) che passa in rassegna il suo aspetto per rassicurarsi: sì, è ancora bella. No, la sua carriera di oggetto del desiderio maschile non è ancora terminata.

Dopo aver controllato la persistente lucentezza delle sue armi, passa all’attacco: “Per mio marito, che avrebbe potuto essere mio nonno, sentivo una indifferenza mista di pietà e di disprezzo: portava i suoi sessantadue anni e l’ampia pancia con apparente energia, si tingeva i radi capelli e i folti baffi con un unguento puzzolente che lasciava sui guanciali delle larghe macchie giallastre”.È l’evocazione di un mostro. È lo sguardo impietoso di un giovane su un anziano, ma si tratta di una giovane (anche se non proprio giovane) e allora tocca andare in profondità, nel ritratto: “…inclinato alla crapula, bestemmiatore all’occorrenza, fumatore instancabile, aristocratico burbanzoso, violento verso i timidi e pauroso in faccia ai violenti, raccontatore vivace di storielle lubriche che ripeteva a ogni tratto, né avaro né scialacquatore, si pavoneggiava di tenermi al suo braccio...”.

Matrimonio d’interesse

A parlare, anzi a scrivere, è la contessa Livia Serpieri, fascinosa animatrice della vita mondana di Trento e di Venezia, sposata con “un rappresentante della nobiltà tirolese… tutta gente affezionata al governo degli austriaci che serviva fedelmente”.Siamo nel 1866. E, nel 1866, nella posizione della contessa Serpieri si trovava la maggioranza delle sue pari: tutte donne eleganti, bellocce, sposate per interesse a uomini che dovevano offrire loro status, immagine, eventualmente lusso ma soprattutto la possibilità di vivere una vita vuota senza mai sporcarsi le mani con il lavoro, senza mai sottostare a qualsiasi forma di sforzo fisico o mentale.Se la contessa Serpieri avesse aderito soltanto a questo indiscutibile modello d’epoca, la storia che la vede protagonista non avrebbe fatto scandalo – non avrebbe stimolato la letteratura e poi il cinema. Prima Senso di Camillo Boito, novella bruttina ma di impatto, oggi ripubblicata da Bibliotheca; poi Senso di Luchino Visconti, un piccolo capolavoro cucito addosso a una Alida Valli seducente ma odiosa quanto raramente è stato osato al cinema. E infine Tinto Brass per Senso ‘45, una pellicola dimenticabile ma più intensa del normale pecoreccio d’autore.Che cosa rende ancora oggi la contessa trasgressiva e, in qualche modo, unica? È una donna che perde la testa per un uomo. Per il suo corpo e non per la sua mente, o il suo successo o la sua dolcezza o il suo coraggio. Per il suo corpo. Le sue spalle larghe, il ventre piatto, i fasci di muscoli che guizzano tonici quando si spoglia. Le sue labbra umide.

Un tipo da niente

Si chiama Remigio, lui. Ed è proprio un tipo da niente: un ufficialetto delle truppe austriache, spiantato e donnaiolo. Dedito alle forme più basse e andanti del piacere. Promiscuo, bugiardo e neppure sfiorato dal patriottismo delle prime guerre di indipendenza, quelle che culmineranno nel Risorgimento, Remigio incarna alla perfezione l’oggetto del desiderio femminile. È romantico, amabilmente cialtrone e sta molto bene in divisa, stretto nella giacca bianca di un esercito cui obbedisce malvolentieri (non gliene frega niente dell’unità d’Italia, ma neanche delle austriache truppe d’occupazione). Quando realizza che la facoltosa contessa pende dalle sue labbra incomincia a chiederle soldi.Lei glieli dà. Lui ringrazia e sparisce, per intervalli di tempo sempre più lunghi e misteriosi. Fino all’ultima, folle richiesta: un bel mucchio di quattrini per pagare due o tre avidi medici pronti a dichiarare una invisibile infermità che gli risparmi la partenza per il fronte, dove la guerra infuria.Sedurre la contessa è facile, per uno come lui. È facile, a 24 anni, tanti ne ha il nostro, portar via la donna a un uomo che ne ha 62, e in più è brutto. Remigio gioca all’amore con abilità. La contessa non pensa che a lui, è disposta a tutto, gli si concede interamente, appassionatamente, rassicurata dalle continue dichiarazioni d’amore, tutti quei “sei bellissima” e “sei mia” che avrebbero dovuto metterla in guardia, invece no. Arriva a scrivere, nel suo assai trasgressivo diario intimo, che ama anche questo di lui, ama i suoi capricci e i suoi difetti, il fatto che la derubi non la mette sull’avviso. Non si sente usata, si sente necessaria.

L’uomo massa

Remigio, forte del sacchetto di quattrini estorto all’anziana innamorata, viene esentato dalla guerra e si dedica, con entusiasmo, all’amore. Purtroppo non con lei, non con la generosa trentanovenne che ha finanziato le sue mollezze, bensì con una ragazza molto molto giovane, molto allegra, molto ignorante e molto carina. È questo il modello che incarna il sempiterno desiderio dell’uomo massa. La contessa Serpieri, in linea teorica lo sa, e si comporta di conseguenza (leggi: lo paga) ma una cosa è la teoria, un’altra la realtà.La contessa, a rischio della sua incolumità, si reca (scusate il verbo desueto, sono stata contagiata da Camillo Boito che scrive nell’italiano dei suoi tempi, una lingua morta), fino a Verona dove il suo amante, renitente all’impegno militare, si è costruito una graziosa alcova. Non si annuncia perché vuole fargli una sorpresa, ma la sorpresa, purtroppo la riceve lei. Remigio non è solo, sta gozzovigliando ubriaco con una ragazza seminuda e poco incline a portare rispetto alle signore.Il colpo è feroce, nel film di Visconti stanno proprio parlando di lei, della contessa innamorata. La deridono. E anche quando si palesa non correggono il tiro, non si giustificano, non minimizzano: ridono, ebbri di giovinezza e di erotismo.La contessa Serpieri se ne va. In lacrime. Umiliata. Ma non va a nascondersi. Non si consegna alla disperazione. Va dritta filata al comando militare austriaco e denuncia il suo amante. Ha pagato per essere esentato dalla guerra. È un disertore. Il generale tentenna, la avvisa che se non ritira la denuncia lo condanna a morte. La contessa non fa una piega. Dice: “Faccia il suo dovere”. Il giorno dopo, all’alba, assiste all’esecuzione dell’amante.La novella finisce qui. Il suo valore letterario è modesto, lo stile è datato. La contessa Serpieri, scagliata nel presente, può davvero incarnare un modello di femminista ante litteram? No, proprio no. La sua dipendenza assoluta dall’amore di un uomo, la sua supina accettazione di un marito che disprezza al solo scopo di godere dei suoi soldi, fanno di lei il contrario di una femminista. La “buona femminista” cura innanzi tutto la sua libertà dal dominio del male gaze, lo sguardo maschile, è perennemente in lotta per l’affermazione di una parità nella differenza che dia alle donne il meritato spazio e rispetto.

Soggetto desiderante

Lo scandalo che Senso ha scatenato riguarda forse le qualità morali dell’eroina? La contessa dimostra di essere una donna cattiva. Ma la figura è ben rappresentata nella letteratura mainstream (leggi: maschile) dove le donne sono angeli sognati, o vittime predestinate, fragili fanciulle che muoiono regolarmente nel terzo atto, come nel melodramma, però anche dark lady che spingono l’uomo a commettere crimini atroci.No, no, la donna cattiva si è già vista e non scandalizza più da un pezzo. Quello che scandalizza, ancora oggi, leggendo Senso è il fatto che sia una donna a desiderare, che sia un soggetto desiderante e non l’oggetto del desiderio altrui. La potenza della passione della contessa Serpieri non è femminile, non è femminile che sia lei a pagare per assicurarsi un piacere sessuale e sensuale, non è femminile che si vendichi con una così assoluta assenza di pietà…O forse sì, forse quest’ultimo sviluppo è femminile. Non tanto perché Remigio le ha preferito un’altra, ma perchè quest’altra è una ragazza.A 39 anni la contessa di Castiglione si è chiusa in casa dopo aver buttato tutti gli specchi, a 39 anni la contessa Serpieri ha fatto fucilare quello che non era più il suo specchio. L’uomo che le preferiva una ragazza.

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