Per una ragione più o meno misteriosa, la sera che precede ogni partenza lavorativa farei di tutto per non mettermi in viaggio. C’è qualcosa di infantile, in quel tornado emotivo che mi prende e che mi porta non dico proprio sull’orlo del pianto, ma certo in una zona in cui la paura e l’immaginazione si danno man forte. Penso a tutto quello che potrebbe succedere – aerei che cadono, virus letali, colpi di Stato – e che mi impedirebbe di tornare a casa a rivedere i miei figli. Architetto scuse che so non potrò mai usare mentre mi aggiro per casa e, recalcitrante, deposito una per una in valigia tutte le cose stilate nella solita lista sul telefonino. Poi chiudo la valigia come fosse la sentenza finale.
Ora, quale che sia la ragione di tutto questo mix di capricci e ipocondria, mentre sono in viaggio mi industrio sempre per trovare un modo per esserci il meno possibile, di far passare il tempo in fretta e tornarmene a casa. È una sensazione difficile da spiegare, perché è una via di me…
Per una ragione più o meno misteriosa, la sera che precede ogni partenza lavorativa farei di tutto per non mettermi in viaggio. C’è qualcosa di infantile, in quel tornado emotivo che mi prende e che mi porta non dico proprio sull’orlo del pianto, ma certo in una zona in cui la paura e l’immaginazione si danno man forte. Penso a tutto quello che potrebbe succedere – aerei che cadono, virus letali, colpi di Stato – e che mi impedirebbe di tornare a casa a rivedere i miei figli. Architetto scuse che so non potrò mai usare mentre mi aggiro per casa e, recalcitrante, deposito una per una in valigia tutte le cose stilate nella solita lista sul telefonino. Poi chiudo la valigia come fosse la sentenza finale.
Ora, quale che sia la ragione di tutto questo mix di capricci e ipocondria, mentre sono in viaggio mi industrio sempre per trovare un modo per esserci il meno possibile, di far passare il tempo in fretta e tornarmene a casa. È una sensazione difficile da spiegare, perché è una via di mezzo tra il rintanarmi in una zona che mi rende impermeabile a tutto (cerco un piccolo scudo, dall’esposizione che scrivere e vivere impone) e il suo contrario, uno spazio interiore che rende ancora più vivo e sensibile il succedersi degli eventi. Il mezzo più affidabile per ottenere tutto questo è solitamente la lettura: mi inabisso in un libro, sparisco dalle cose, e scendo in abissi spaventosi e sbalorditivi. L’altro mezzo è la scrittura di piccole poesie da viaggio, ma quella ha sempre il possibile effetto collaterale di togliermi del tutto la pelle.
In maniera del tutto insperata, in un viaggio di lavoro in Inghilterra nel pieno dell’estate mi si è offerta come scialuppa di salvataggio l’alleanza tra leggere e scrivere versi: tradurre poesie altrui. Ho iniziato a farlo per condivisione, per far arrivare a un amico che mastica poco l’inglese la forza di alcuni versi di W.S. Merwin, un poeta americano che viveva in mezzo al Pacifico, alle Hawaii, coltivava palme e per il resto sentiva lo scorrere del tempo e la natura come solo un fauno o un compositore. Così, senza averlo premeditato, in mezzo a quella trasferta londinese, per proteggermi dall’esposizione e accelerare il momento del ritorno, ho preso ad appuntare versi e spedirli all’amico a tarda sera, prima di spegnere la luce: “La faccia la persona il posto / l’animale il giorno / si lasciano dietro la parola / e quello che voleva dire”.
Così in questa estate rovente ho preso a tradurre, a scrivere piccoli canti che sono forme di ascolto e insieme una piccola protezione per la lontananza. Per una settimana l’ho fatto dovunque, appena ero solo: sfilavo il libro di Merwin dalla borsa e trasferivo sul taccuino i suoi versi cantati da me. Il che aveva, e ha, il vantaggio dello scrivere poesia in proprio - e dunque la finestra che di colpo si apre su un paesaggio inaspettato - ma senza l’inconveniente di dover scucchiaiare nell’inconscio. Con il sovrappiù del passaggio che si accetta da un altro che ti invita a rivolgere lo sguardo dove altrimenti non lo volgeresti. E di farlo con le parole, che è ancora l’unico modo che ho per accorgermi che la vita succede. E insomma c’era qualcuno, lì seduto al tavolino, che mi diceva tornerai dai tuoi figli, non devi temere, ma ora fai tacere i tuoi pensieri e guarda là: “Le vene sul dorso delle mani sono il colore / del cielo chiaro del mattino che comincia a incresparsi”.
Sul Venerdì del 21 agosto 2026