La vera identità di Porco Rosso
di Luca RaffaelliFratello di Calimero, prima, Porco Rosso poi: Marco Pagot ha due soprannomi straordinari. Il primo viene dalla sua storia biografica: fu suo padre Nino (insieme allo zio Toni) a inventare il celeberrimo pulcino della pubblicità che non era nero ma soltanto sporco. I due milanesi Pagot (la “t” si pronuncia: il cognome anagrafico è Pagotto) sono stati grandi maestri dell’animazione italiana. Marco, che sta per diventare settantenne, ha continuato alla grande la tradizione della famiglia creando, insieme alla sorella Gi, tanti personaggi e tante serie tv (come Reporter Blues o I ragazzi del Mundial, tutti di produzione italo-nipponica). E poi nel 1992 è diventato personaggio lui stesso, dando nome o cognome all’aviatore italiano creato da Hayao Miyazaki. Per farci raccontare com’è andata ci mettiamo in comunicazione con lui che, da cittadino del mondo, questa volta troviamo a Parigi.
Marco, la leggenda dice che lei ha incontrato Miyazaki a 22 anni, nel suo primo viaggio a Tokyo. «Vero. T…
Fratello di Calimero, prima, Porco Rosso poi: Marco Pagot ha due soprannomi straordinari. Il primo viene dalla sua storia biografica: fu suo padre Nino (insieme allo zio Toni) a inventare il celeberrimo pulcino della pubblicità che non era nero ma soltanto sporco. I due milanesi Pagot (la “t” si pronuncia: il cognome anagrafico è Pagotto) sono stati grandi maestri dell’animazione italiana. Marco, che sta per diventare settantenne, ha continuato alla grande la tradizione della famiglia creando, insieme alla sorella Gi, tanti personaggi e tante serie tv (come Reporter Blues o I ragazzi del Mundial, tutti di produzione italo-nipponica). E poi nel 1992 è diventato personaggio lui stesso, dando nome o cognome all’aviatore italiano creato da Hayao Miyazaki. Per farci raccontare com’è andata ci mettiamo in comunicazione con lui che, da cittadino del mondo, questa volta troviamo a Parigi.
Marco, la leggenda dice che lei ha incontrato Miyazaki a 22 anni, nel suo primo viaggio a Tokyo. «Vero. Tutto è nato grazie alla lungimiranza di Luciano Scaffa, allora capostruttura di Rai 1 che, oltre a importare le serie animate dal Giappone, decise di presentare agli studi nipponici alcune proposte italiane».
E lei, insieme a Gi, progettò Il fiuto di Sherlock Holmes, con i personaggi di Arthur Conan Doyle in versione canina (la serie si può vedere su RaiPlay). «Fu mia madre Angela a dirmi: “Il progetto devi andare a presentarlo tu”. E quindi, quando il dottor Scaffa partì, io mi sono accodato. Devo dire che lo feci anche con un po’ di arroganza: ero figlio di storici creatori d’animazione con i quali collaboravo ormai già da sei, sette anni».
Era il 1979. A quei tempi il volo era lunghissimo. «Sì, ma era così grande l’emozione che non me ne sono accorto. Il primo incontro di lavoro, nello studio Tokyo Movie Shinsha, fu proprio con Miyazaki. Mi viene da ridere a pensare a questo regista 36enne, già molto noto in Giappone, alle prese con un ragazzino italiano che vuole imporgli il proprio pensiero su un progetto da realizzare insieme».
Quali i punti di discussione? «Lui voleva che ci fossero dei personaggi umani e pensava a una serie adatta anche a un pubblico adulto».
Era difficile il confronto? «Inizialmente sì. Avevamo un continuo ricambio di interpreti esauste. E poi lui non capiva perché mai uno studio giapponese avesse bisogno di collaboratori di un altro Paese. Per fortuna dopo i primi scontri ha iniziato a incuriosirsi e ad apprezzare il mio entusiasmo nel sostenere certe idee».
Ho trovato una sua intervista in cui definiva Miyazaki “un po’ orso”. «(ride) Sì, perché aveva l’atteggiamento dell’orso quando si prepara a metterti in riga. Credo sia stato importante passare dalle parole ai disegni: era più facile capirsi. Quello di Sherlock è stato un periodo sicuramente entusiasmante, per me di grande arricchimento. Era la prima volta che realizzavo una serie di quel livello e forse neanche mi rendevo conto che Fujioka, l’allora direttore di TMS, per quella serie aveva messo insieme il miglior team giapponese».
Ho trovato un’intervista a Miyazaki su un sito francese in cui gli viene chiesto se lui la considera un amico. «Ah, interessante. E cosa risponde?».
Dice: “Non so se posso davvero definirlo un amico perché ogni volta che ci vediamo passiamo il tempo a litigare. Però, aggiunge poi, ora che ci penso, anche io e Takahata (il suo socio e maestro) litighiamo continuamente. Quindi sì, siamo amici e forse, a ben vedere, sono io quello litigioso”, conclude ridendo. «Mi sembra una risposta molto divertente e riassume bene il suo carattere. Ripeto: è un po’ un orso, però quando poi riesce a scalfire la scorza, è un entusiasta, è un curioso. Pensi che quando è venuto in Italia gli ho fatto vedere certi filmati dello Studio Pagot. E qualche idea l’ha ripresa quando ha fatto Nausicaä, il suo secondo lungometraggio: i bruconi giganti di quel film sono fatti con carta ritagliata come nei caroselli della SIS (quelli del Cavallino Rosso) realizzati da papà e con i disegni di Sergio Toppi».
In quegli anni lei andava continuamente in Giappone. «Sì, almeno cinque, sei volte l’anno. E anche finita la collaborazione con lui, cercavo comunque di incontrarlo per raccontargli cosa stavo facendo e sentire le sue novità. Così, quando ho saputo che stava facendo un progetto sull’Italia, gli ho inviato materiali vari».
Ma non sapeva di preciso cosa fosse. «No. Fino a quando la nostra amica e interprete, Hiroko Watanabe, mi informa che Miyazaki sta facendo un film e che, in qualche modo, me lo vuole dedicare. Io reagisco: “Che onore!”. Lei, invece, è un po’ imbarazzata. Capisco il perché, quando mi dice il titolo provvisorio: “Marco Pagot: Il porco rosso”. Però poi, dopo aver visto il film, capisco che è un omaggio: mi ha regalato un frammento di immortalità».
C’è stato uno scambio tra voi dopo la visione del film? «Non subito: prima ho dovuto elaborare quello che aveva fatto».
In Italia il film viene presentato come bandiera dell’antifascismo anche per via della frase pronunciata dal protagonista: “Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale”. Questo le piace? «Sicuramente è un film contro qualsiasi forma di dittatura. Miyazaki di natura è un ribelle e con il suo Marco Pagot ha voluto rappresentare un altro ribelle. Io forse non ho lo stesso suo coraggio o sfrontatezza, ma ho condiviso parecchie delle sue idee. E poi è un film contro la guerra: ce n’è bisogno, di questi tempi».
Sul Venerdì del 21 agosto 2026