Questo meriterebbe un trono nell’Olimpo della musica già solo per aver scritto Sinal Fechado (1969, un successo di Martinho da Vila del 1971), classico della musica brasiliana che la Vanoni incise nel suo album-capolavoro con Vinicius de Moraes e Toquinho (col titolo italiano di Semaforo rosso, 1976) e Chico Buarque con Maria Bethânia trasformarono in un monumento in un memorabile duetto (live, 1975; l’anno precedente Chico aveva inciso un Lp con quel titolo) di poco più di un minuto (!).
L’autore è Paulinho da Viola (84 anni), artista mite e perbene, non conosciuto da noi al pari di João Gilberto e Caetano Veloso, più intrigato dal samba e dal choro (con tutte le sue connotazioni afro) che dalla bossa nova, quasi sessant’anni di musica alle spalle e una produzione monumentale che potrebbe facilmente sedurre anche chi è digiuno di quei generi musicali o finora se ne è tenuto alla larga (una mia conoscente, un’intellettuale, mi diceva di essere sempre stata irritata «dai languori e dal…
Questo meriterebbe un trono nell’Olimpo della musica già solo per aver scritto Sinal Fechado (1969, un successo di Martinho da Vila del 1971), classico della musica brasiliana che la Vanoni incise nel suo album-capolavoro con Vinicius de Moraes e Toquinho (col titolo italiano di Semaforo rosso, 1976) e Chico Buarque con Maria Bethânia trasformarono in un monumento in un memorabile duetto (live, 1975; l’anno precedente Chico aveva inciso un Lp con quel titolo) di poco più di un minuto (!).
L’autore è Paulinho da Viola (84 anni), artista mite e perbene, non conosciuto da noi al pari di João Gilberto e Caetano Veloso, più intrigato dal samba e dal choro (con tutte le sue connotazioni afro) che dalla bossa nova, quasi sessant’anni di musica alle spalle e una produzione monumentale che potrebbe facilmente sedurre anche chi è digiuno di quei generi musicali o finora se ne è tenuto alla larga (una mia conoscente, un’intellettuale, mi diceva di essere sempre stata irritata «dai languori e dalle svenevolezze del portoghese-brasiliano che i cantanti esasperano»; un giudizio superficiale che si adatta più a Carmen Miranda che a Elis Regina).
A Paulinho basta poco per creare la magia: chitarra, poesia, voce, coro, percussioni, e un legame profondo col samba che è riuscito a modernizzare – a urbanizzare, se preferite – esaltando l’intimità e minimizzando l’euforia. Timoneiro, la mia preferita della sua seconda giovinezza (incisa per la prima volta nel 1996) è la sintesi perfetta dello spirito del Carnevale, quello dei suoi adorati maestri – Cartola, Ary Barroso, Pixinguinha – con la poetica e la filosofia (ce n’è molta in Timoneiro) del cantautore (con un tocco di bossa nova; già, tra i suoi maestri c’è anche João Gilberto). Il brano è nell’album Bebadosamba (Bevi dal samba, quindi Ubriaco di samba), che è anche il nome di un locale di musica live (di qualità) nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Segno che Paulinho il suo seguito in Italia ce l’ha eccome (in Francia è, dal 1985, Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres).
Sul Venerdì del 21 agosto 2026