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Il condominio dei misteri: chi ha ucciso Pierina?

Pierina Paganelli 78 anni assassinata nel garage di casa il 3 ottobre 2023. ANSA (ansa)

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Amanti clandestini, bugie, liti in diretta tv. In via del Ciclamino, a Rimini, tutti sembrano conoscere i segreti degli altri. Eppure dopo tre anni il delitto di Pierina Paganelli è ancora senza un colpevole
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RIMINI. Ma quindi chi è stato a uccidere Pierina Paganelli, vigorosa pensionata di 78 anni, massacrata con 29 coltellate nel garage di casa sua in via del Ciclamino 31, a Rimini, la sera del 3 ottobre 2023?

Quasi tre anni dopo, la domanda è ancora senza risposta. Del giallo di Pierina milioni di italiani conoscono ogni dettaglio, perché l’hanno seguito minuto per minuto, nei canali televisivi di ogni ordine e grado. Per chi non li conoscesse, i protagonisti di questa storia sono sei e cinque di loro vivono sullo stesso pianerottolo, a stretto giro di zerbini.

Lui, fin qui l’unico imputato, è Louis Dassilva, operaio metalmeccanico 36enne di origini senegalesi, marito dell’infermiera Valeria Bartolucci e con una seconda famiglia in Africa. Lei, Manuela Bianchi, è la sua vicina e, com’è emerso dall’inchiesta anche amante, moglie di Giuliano Saponi, il figlio di Pierina. Poi c’è il fratello di Manuela, Loris Bianchi, che viveva a Riccione, ma quella sera si trovava in via del Ciclamino. E…

RIMINI. Ma quindi chi è stato a uccidere Pierina Paganelli, vigorosa pensionata di 78 anni, massacrata con 29 coltellate nel garage di casa sua in via del Ciclamino 31, a Rimini, la sera del 3 ottobre 2023?

Quasi tre anni dopo, la domanda è ancora senza risposta. Del giallo di Pierina milioni di italiani conoscono ogni dettaglio, perché l’hanno seguito minuto per minuto, nei canali televisivi di ogni ordine e grado. Per chi non li conoscesse, i protagonisti di questa storia sono sei e cinque di loro vivono sullo stesso pianerottolo, a stretto giro di zerbini.

Lui, fin qui l’unico imputato, è Louis Dassilva, operaio metalmeccanico 36enne di origini senegalesi, marito dell’infermiera Valeria Bartolucci e con una seconda famiglia in Africa. Lei, Manuela Bianchi, è la sua vicina e, com’è emerso dall’inchiesta anche amante, moglie di Giuliano Saponi, il figlio di Pierina. Poi c’è il fratello di Manuela, Loris Bianchi, che viveva a Riccione, ma quella sera si trovava in via del Ciclamino. E infine c’è Pierina, la vittima, suocera di Manuela.

La procura di Rimini non ha mai avuto dubbi: l’assassino è Dassilva “oltre ogni ragionevole dubbio” ha detto il pm Daniele Paci ‒ lo stesso che ha messo in carcere i fratelli Savi per la Uno Bianca – nella sua requisitoria. Per lui ha chiesto l’ergastolo, con pure le aggravanti della premeditazione, della crudeltà, della minorata difesa e dei futili motivi. La Corte di assise di Rimini però il 10 giugno scorso, dopo 16 lunghissime ore di camera di consiglio, ha decretato che Dassilva è innocente, ex articolo 530 comma 2 del Codice penale, la vecchia insufficienza di prove.

Una sentenza contro la quale la Procura ha già annunciato l’appello, che sconfessa i pareri espressi dal Tribunale della libertà e dalla Cassazione, in base ai quali l’operaio era sempre rimasto in carcere dal suo arresto, il 16 luglio del 2024, per 694 giorni.

Quando la giudice Fiorella Casadei alle 2 e mezza di notte, in un’aula di tribunale ancora piena di gente, legge “in nome del popolo italiano la Corte assolve”, Louis scoppia a piangere, si prende la testa tra le mani e si fa il segno della croce. Uscendo dal carcere due ore dopo, alle quattro di mattina, sempre vestito di bianco, circondato dalle fan arrivate apposta da mezza Italia (e pure da Londra) e dalla moglie Valeria, sorride e dice: «È la rinascita della giustizia», poi i suoi avvocati lo portano via. «Sono molto felice che la Corte abbia capito», le sue uniche parole, «io non c’entro niente in questo omicidio. Ringrazio le mie mogli, perché sono state le fondamenta della mia resistenza fino a oggi». Louis infatti oltre a Valeria ha una seconda moglie in Senegal, con la quale ha due figli.

È un processo che sembra scritto da un giallista, quello di Pierina Paganelli, fatto di continui colpi di scena, amanti, sesso, bugie, liti in diretta tv, cipolle sottolio miste al sangue, testimoni di Geova, riti voodoo. È come ritrovarsi dentro una gigantesca soap opera, un Grande fratello noir, dove chiunque sa tutto di tutti. E tutti potrebbero mentire. Ma il fatto è che Pierina è morta per davvero. E per il suo omicidio non c’è ancora nessun colpevole.

Una certezza, l’ora del decesso

Quindi si torna alla domanda iniziale: chi aveva così tanta rabbia in corpo contro questa ex infermiera, da ucciderla in maniera così brutale? Una delle poche cose certe in questa storia è l’ora del delitto: Pierina è stata assassinata alle 22:13 di martedì 3 ottobre 2023.

Lo stabilisce con esattezza la telecamera del box auto vicino a quello della donna, che pur non immortalando la scena del crimine registra le sue grida. Dura tutto pochissimo, l’omicidio è efferato e brutale: ventinove coltellate in 11 secondi. Dopo averla uccisa, forse per sviare le indagini inscenando un delitto a sfondo sessuale, all’anziana viene tagliata la gonna e la biancheria intima, lasciandola a terra, mezza nuda. Sul corpo però viene ritrovato poco sangue rispetto al numero di coltellate inferte e anche per questo, oltre che per i capelli pettinati all’indietro, si penserà che il cadavere sia stato ricomposto in un momento successivo. Da chi e perché, non si sa.

Si sa invece che Pierina si era vestita elegante, quella sera, aveva messo anche un filo di ombretto. Era appena tornata dalla Sala del Regno dei testimoni di Geova, dov’era andata a pregare come ogni martedì: di solito l’accompagnava la nipote Giorgia ma quella sera no, era uscita sola. L’assassino lo sapeva ed era lì ad aspettarla. Negli attimi prima di essere uccisa la pensionata prende alcuni barattoli di cipolle sottolio che teneva in garage, per portarli in casa. Quindi apre la porta che dà sul piccolo vano dell’ascensore. Ed è qui che viene assalita. Lei grida, i barattoli vanno in frantumi. Secondo l’autopsia l’assassino è più alto di lei. La immobilizza e la colpisce: una, due, dieci volte. Ventinove colpi, con un coltello che non verrà mai più ritrovato. Quindi chiude la porta – anche questo rumore viene registrato dalla telecamera – e se ne va.

È Manuela a scoprire il cadavere della suocera il giorno dopo, alle 8:08 di mattina, dopo aver accompagnato la figlia a scuola. Quando vede quel corpo in garage subito non lo riconosce. Anzi, va a chiamare un vicino, pensando si tratti di sua madre. Quando telefonano insieme al 118 sono le 8:17, quasi dieci minuti più tardi. E questo lasso di tempo è il primo dei tanti misteri di questa storia. «Chiamate anche la polizia perché di sotto è nuda, mi sono accorta adesso che è mia suocera», dice Manuela piangendo al telefono, come realizzando in quel momento chi fosse, quella donna lì distesa ai suoi piedi.

Pierina non aveva particolari nemici, ma ultimamente era tormentata dalla relazione extraconiugale di Manuela. Era stata la nuora stessa a confessarla al marito, pochi mesi prima. Un dramma. Giuliano l’aveva cacciata di casa e pure Pierina non voleva più vederla, in via del Ciclamino. «Se ne deve andare in affitto», la sentirà dire al telefono Valeria, la moglie di Louis.

Con la nuora Pierina aveva un rapporto particolare, perché Manuela aveva perso la madre giovanissima ed era stata di fatto “adottata” dalla famiglia del fidanzatino con cui stava insieme dall’età di 14 anni e che avrebbe sposato: Giuliano appunto, il figlio di Pierina. Forse proprio per via di questo legame, la pensionata non si dava pace, voleva scoprire a tutti i costi l’identità dell’amante di Manuela, pensava anche di rivolgersi a un investigatore privato, come aveva già fatto in passato con l’ex marito.

Tra parentesi era stato lui il primo sospettato per l’omicidio, poi si è scoperto che viveva in Germania e l’attenzione degli investigatori era tornata a rivolgersi sulle villette verde pastello del villaggio San Martino, il sonnacchioso lembo di Romagna dov’è ambientata questa storia, a sei chilometri dal centro di Rimini. Col parco giochi, il giardino, il bar, le biciclette e le giornate tutte uguali. Un quadretto familiare in apparenza tranquillo, che era stato terremotato dalla relazione tra Louis e Manuela: un amore esplosivo, passionale e ingombrante, fatto di cuori disegnati a bomboletta spray sui muri come ragazzini, messaggi in codice, incontri nei vani delle scale e in quello stesso garage, promesse di futuro. Manuela aveva perso la testa: «È l’uomo che ho amato di più in vita mia», ammetterà con sincerità.

Louis invece col passare dei mesi tenterà di sminuire, parlando di «una storia solo di sesso». Di certo però non era questo il clima tra i due subito dopo l’omicidio, quando una telecamera della sala d’aspetto della questura registra Manuela mentre chiede a Dassilva: «Dimmi che non dobbiamo temere niente per questa cosa, ti prego». E lui risponde dopo alcuni istanti: «Non cambia niente tra noi».

Per la Procura, che li osserva dietro l’occhio elettronico, è quasi una confessione. Un anno e mezzo dopo, indagata per favoreggiamento, Manuela ritratterà, ammettendo di aver visto anche Dassilva in garage, quella mattina. Spiegherà che l’amante le avrebbe dato delle istruzioni su come comportarsi nei minuti seguenti: cancellare i loro messaggi, andare a chiamare altri vicini. È la testimonianza chiave contro il senegalese, quella che porterà al suo arresto. Anche se un’amica di Manuela in aula testimonierà contro di lei: «Mi disse di non aver detto la verità e che Dassilva era in carcere per colpa sua». Chi mente? Perché?

L’incontro con gli “anziani”

Sullo sfondo, ma neanche troppo, di tutta questa storia bisogna tenere conto dei Testimoni di Geova, perché anche se consigliano ai famigliari di Pierina il silenzio – zero interviste – aleggiano dappertutto, in via del Ciclamino. A parte Louis e Valeria, tutti ne fanno parte.

E proprio il giorno dopo l’omicidio, il 4 ottobre, Manuela avrebbe dovuto vedere gli anziani – i ministri di culto – per discutere del suo adulterio, di cui aveva già informato il fratello, Loris, pure lui della comunità. Era preoccupata di come sarebbe andata, temeva di essere “dissociata” dal gruppo e di non potere più vedere la figlia, Giorgia. «Per me sono giorni terribili e ieri ancora di più con quello che è successo, domani mi giudicheranno e mi sento sola non potendo parlarti», scriveva a Dassilva su WhatsApp, quella sera.

Inoltre, la famiglia di Pierina era molto in vista, nella comunità. Giuliano era stato anche “servitore di ministero” fino ad alcuni mesi prima, poi però aveva perso l’incarico. Non si sa se per via di alcune dichiarazioni rese da Manuela agli anziani, circa alcuni comportamenti di Giuliano “contro la famiglia”. O se aveva fatto un passo indietro lui, per via della complicata situazione in casa. Di certo però questo “declassamento” del figlio aveva contribuito a esacerbare i rapporti tra Pierina e nuora. Ma torniamo alla sera dell’omicidio.

Al terzo piano ci sono Louis e la moglie Valeria in un appartamento e Manuela nell’altro, con la figlia Giorgia e il fratello Loris. Sentita dagli inquirenti, la ragazza dice che stava seguendo l’adunanza dei testimoni di Geova su Zoom, ma le perizie sul suo cellulare rilevano attività su TikTok e Spotify. Questo elemento, unito al fatto che la nipote prima aveva detto che lo zio era uscito di casa alle 22 per poi correggersi, fa dire agli avvocati di Dassilva Riario Fabbri e Andrea Guidi che «il racconto di quella serata non è come riferito dai Bianchi».

Loris stesso, dopo la morte di Pierina, dirà una frase che è rimasta impressa, nell’epica di questo caso: «Giustizia è fatta». Inoltre la sua automobile viene avvistata alle 23:15 vicino a casa sua, a Riccione. Ma il suo telefono registra dei passi alle 23:10, come se avesse fatto una fermata intermedia. Sullo stesso pianerottolo, ma dietro l’altra porta invece ci sono Dassilva e la moglie. Lui sul divano, lei a letto. Per l’accusa lei dorme di un sonno profondo e anche se si registrano attività sui loro device, è impossibile determinare chi li stesse usando. Ma Valeria assicurerà che il marito è sempre rimasto in casa. Con lei. Per tutto il tempo.

Chi invece in via del Ciclamino non c’è è Giuliano, perché da mesi è ricoverato in ospedale (sarà dimesso solo dopo l’omicidio), vittima di un grave incidente, avvenuto il 7 maggio. La versione ufficiale è che a travolgerlo sia stato un pirata della strada mentre andava in bicicletta, mandandolo in coma. Però si è fracassato solo la testa, con ferite compatibili a quelle di un pestaggio.

Lui non ricorda nulla, ma la sua avvocata Monica Lunedei si è opposta all’archiviazione, perché ritiene che sia stato aggredito e che i due eventi – incidente e omicidio – siano collegati. «Se fossi morto io forse mia madre sarebbe ancora viva», dirà Giuliano in un’intervista.

Su Louis Dassilva intanto si accendono tutti i riflettori. Chi è, che vita conduce, cosa ha fatto prima di arrivare in via del Ciclamino? In Senegal era stato per due anni nella Gendarmerie, poi aveva lavorato nella sicurezza privata. Arriva in Italia nel 2015, dopo aver attraversato il deserto ed essere passato per le prigioni libiche, dove racconta di essere finito in mano a un’organizzazione che «faceva combattere tra loro i segregati per le scommesse».

Per l’accusa il suo addestramento militare spiega come abbia potuto agire con tanta rapidità. Ma questo è anche un argomento della difesa: un uomo così abile con le armi, che bisogno aveva di infliggere 29 coltellate a un’anziana per ucciderla? I fari si accendono anche su Valeria, la moglie di Louis, l’infermiera divenuta regina indiscussa dei salotti televisivi.

Dassilva la sposa nel 2018 e lei, per lui, è disposta a tutto. Accetta persino che il marito vada in Africa a fare un altro figlio con la sua seconda moglie. E anche dopo che il tradimento con Manuela deflagra, segue ogni udienza, lo cerca con gli occhi dietro le sbarre, lo aspetta fuori dal carcere per abbracciarlo. Avvolta nel fumo della sigaretta dichiara: «Mi sono tolta un grosso peso. La mia coscienza mi ha impedito di strumentalizzare il tradimento per somministrare una punizione: è una cosa che mi contraddistingue da certi altri soggetti, che usano mezzucci per giustificare di non essere stati scelti».

Dopo l’assoluzione chiama l’altra moglie in Africa, per festeggiare e promette: «La parte migliore deve ancora venire». In realtà le donne di Dassilva sembrano tantissime, a parte le mogli e l’amante “ufficiale”, gli vengono attribuite moltissime relazioni. Ma per l’accusa il movente centrale del senegalese resta economico: il timore di perdere il sostegno di Valeria, che gli permetteva di mantenere la sua seconda famiglia in Africa e anche di avere un discreto stile di vita a Rimini, nonostante il lavoro da operaio.

Se Valeria lo avesse cacciato di casa – è la tesi della procura – Louis avrebbe perso tutto. Ma davvero Valeria ignorava la relazione adulterina del marito? In un contesto così chiuso, quanto poteva essere clandestina, quella relazione? Tutte domande aperte, ora più che mai. All’inizio la prova più importante contro Dassilva viene ritenuta la Cam3, ovvero la telecamera della farmacia di fronte al garage, perché da lì poco dopo l’omicidio si vede uscire un uomo con la pigmentazione scura, «con un movimento di spalla e braccio analogo a quello dell’imputato».

Attorno a questa prova “regina” si materializzano perizie e controperizie, figuranti, persino una scenografica camminata tra i birilli dello stesso Dassilva. Alla fine, però, i periti concludono che non è lui: troppo alto. L’altro indizio chiave contro Dassilva è il tablet che Pierina teneva in borsa. All’1:23 lo schermo viene attivato da qualcuno, disattivandosi poco dopo. E Dassilva sarebbe stato l’unico in movimento, a quell’ora, stando al contapassi del cellulare.

Gli abiti ammuffiti

La faccenda del dna merita una precisazione. Per la procura, Dassilva è ossessionato dall’idea di fare test. Alla richiesta degli inquirenti la sua faccia si contorce in quello che il pm definisce «un urlo muto». Ma sul corpo di Pierina non ce n’è traccia, o quasi. E questo a causa di un macroscopico errore degli inquirenti: l’armadio essiccatore in cui venivano conservati i reperti è rotto e i vestiti insanguinati dell’anziana si sono ammuffiti. Inutilizzabili. Poi ci sono le scarpe nere indossate da Dassilva quella sera e che secondo l’accusa sono state lavate. E l’assassino le aveva dovute per forza sporcare di olio, per via di quei barattoli rotti.

Inoltre: perché Dassilva avrebbe consegnato alla polizia dei vestiti diversi da quelli che indossava quella notte? Infine, dalle intercettazioni emergono pure i contatti che l’uomo avrebbe avuto con uno sciamano, in Africa: commissionava riti voodoo all’indirizzo del pm e di diversi componenti della mobile, prima dell’arresto. La difesa dal canto suo ha sempre sottolineato come il processo sia totalmente indiziario: niente arma del delitto, niente dna, nessun video o intercettazione determinante. Sui vestiti di Pierina, nonostante la muffa, resta un unico dna abbastanza forte da essere rilevato: e non è né di Dassilva né di Loris Bianchi. Viene repertato come maschio3 ma non viene incrociato con nessuna banca dati. Sono anche stati rinvenuti asciugamani sporchi di sangue «sui quali non sono stati fatti accertamenti» (altra anomalia).

E lo stesso vale per «la possibile traccia ematica nel box auto della Bianchi», richiamata dall’avvocato di Dassilva, Fabbri, nella requisitoria. L’altro difensore, Guidi, ha citato il caso Garlasco: «Dobbiamo rileggere la sentenza di condanna di Stasi», ha detto, «vi sono piste alternative non indagate». E l’ombra di quel processo ha di certo influito, sulla decisione dei giudici popolari.

Adesso Rimini e l’Italia aspettano le motivazioni e poi l’appello, magari anche la Cassazione. Intanto però quelle villette pastello sono diventate asfissianti, per i protagonisti di questo giallo di periferia. Quando ha accolto Louis fuori dal carcere, Valeria ha detto di aver messo in vendita la casa di via del Ciclamino e di non volerci più tornare. E anche Manuela – che nei giorni scorsi è finita in ospedale per abuso di calmanti – dice di voler lasciare la casa del padre Duilio. Insomma, in via del Ciclamino non ci vuole stare più nessuno. L’unica che non ha potuto scegliere se andarsene, è stata Pierina.

Sul Venerdì del 21 agosto 2026

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