A casa di Bernardo Bertolucci. Come si viveva tra gatti e fantasmi
di Tiziana Lo PortoL’indirizzo era via della Lungara 3, Trastevere, Roma, gli inquilini erano i registi Clare Peploe e Bernardo Bertolucci. Si erano incontrati nel 1970, a una proiezione di Strategia del ragno, e nel giro di qualche anno stavano insieme. Li ho conosciuti entrambi molto tempo dopo, negli anni Duemila, prima Bernardo, dopo qualche settimana Clare, a cena nell’appartamento di via della Lungara insieme ai loro amati amici che di lì a poco sarebbero diventati anche per me famiglia. Il soggiorno era la stanza più grande e più abitata: lì cenavamo, poi ci spostavamo sui divani e guardavamo insieme un film proiettato su una parete trasformata in uno schermo gigantesco. Quello schermo era per tutti noi una finestra: da lì uscivamo dal mondo noto per entrare in un’altra dimensione, fatta di film che arrivavano dal passato, dal presente e dal futuro (votando per gli Oscar Bernardo aveva sempre in anteprima il meglio del cinema internazionale e a volte guardava quei film con noi amici).
L’indirizzo era via della Lungara 3, Trastevere, Roma, gli inquilini erano i registi Clare Peploe e Bernardo Bertolucci. Si erano incontrati nel 1970, a una proiezione di Strategia del ragno, e nel giro di qualche anno stavano insieme. Li ho conosciuti entrambi molto tempo dopo, negli anni Duemila, prima Bernardo, dopo qualche settimana Clare, a cena nell’appartamento di via della Lungara insieme ai loro amati amici che di lì a poco sarebbero diventati anche per me famiglia. Il soggiorno era la stanza più grande e più abitata: lì cenavamo, poi ci spostavamo sui divani e guardavamo insieme un film proiettato su una parete trasformata in uno schermo gigantesco. Quello schermo era per tutti noi una finestra: da lì uscivamo dal mondo noto per entrare in un’altra dimensione, fatta di film che arrivavano dal passato, dal presente e dal futuro (votando per gli Oscar Bernardo aveva sempre in anteprima il meglio del cinema internazionale e a volte guardava quei film con noi amici).
Lo schermo era il portale, e noi eravamo i viaggiatori di questo multiverso abitato da vecchie star del cinema hollywoodiano e volti più recenti che incontravamo per la prima volta in quella stanza. Ad ancorarci al mondo noto erano gli oggetti: un esercito di dvd a fianco dello schermo, un cofanetto dei film di Agnès Varda con una dedica al suo amico Bernardo, una piccola opera di Luigi Ontani, una candela che riproduceva il busto della Venere di Milo resa nuovamente immortale da Eva Green in The Dreamers, un tavolino con sopra alcuni libri, una lampada e un vaso sempre pieno di fiori che i due gatti di Bernardo, Uva e Maya, a volte scambiavano per prato, infilando muso e zampe tra foglie e fiori. Altre volte confondevano il cinema con la vita, e con le zampe cercavano di acciuffare qualunque cosa passasse sullo schermo.
A un certo punto della nostra amicizia, ho portato un amico a cena a casa di Clare e Bernardo. L’amico è un attore americano, in quei giorni a Roma di passaggio per le riprese di un film. Quando l’ho invitato, entusiasta mi ha chiesto se potevamo andare lì un po’ prima perché avrebbe voluto intervistare Bertolucci. Durante l’intervista il mio amico gli ha domandato qualcosa a proposito degli adolescenti nei suoi film, e Bernardo ha risposto che il motivo per cui li amava così tanto era che nel tempo delle riprese li vedeva crescere, loro diventavano di una spanna più alti e il cinema sembrava più come la vita.
C’è una storia che Bernardo amava raccontare a chi lo interrogava su come si fa il cinema. Nel 1974, durante il casting di Novecento, era a Los Angeles alla ricerca dell’attore che interpretasse il ruolo infine affidato a Robert De Niro. Ne approfittò per andare a incontrare Jean Renoir, che viveva a Bel Air. Lo trovò nel soggiorno, circondato da piante, seduto su una sedia a rotelle, le ginocchia coperte da un plaid. Parlarono di cinema. Alla fine dell’incontro Renoir gli disse: «Sul set bisogna sempre lasciare una porta aperta, perché non si può mai sapere, c’è sempre la possibilità che entri qualcuno di imprevisto. E questo è il cinema».
I mesi di lockdown del 2020 li ho passati tra casa mia e la casa di via della Lungara (Bernardo era morto da un anno e mezzo, Clare era a Londra), dove andavo a prendermi cura dei gatti. Passavo lì le mattine, riempiendo di cibo e acqua le ciotole di Uva e Maya, facendo yoga tra lo schermo e il divano, ogni tanto guardando un film insieme ai gatti. Stranamente, ma poi forse non così stranamente, Bernardo sembrava ancora lì, nell’altra stanza rispetto a ovunque fossi. Abitante temporanea dell’appartamento, sapevo la collocazione esatta di ogni volume, così un giorno sono andata a prendere Il libro tibetano dei morti dallo scaffale del Piccolo Buddha per leggerlo a Bernardo e ai gatti. “Così saprà che è morto”, mi sono detta. Amavo l’idea che fosse ancora lì, ma volevo anche che si sentisse libero. Di quei giorni ricordo lo zelo con cui prima, durante e dopo ogni sessione di lettura (per me era la prima del Libro tibetano dei morti) Uva e Maya venivano a sedersi sul divano accanto a me, se ne stavano in religioso ascolto e andavano via nell’attimo stesso in cui finivo di leggere. E ogni giorno imparavamo a prendere commiato da lui.
Ricordo che la prima volta che Bernardo mi ha parlato di The Echo Chamber ha citato Marianne Faithfull e Nina Simone. Ricordo una telefonata, la mia ultima con lui, in cui mi ha detto: abbiamo finito di scrivere, adesso inizierà la preproduzione del film, sono molto nervoso. Avrei letto la sceneggiatura un paio di anni dopo, quando Bernardo era già morto e io entravo e uscivo dalla casa di via della Lungara incaricata da Clare di aiutarla a mettere ordine tra le cose di Bernardo per decidere cosa sarebbe diventato pubblico e cosa sarebbe rimasto privato. Sapevo dove erano le copie stampate della sceneggiatura ma per mesi ho aspettato che Clare mi chiedesse di leggerla.
L’ho letta un pomeriggio sul divano del soggiorno davanti allo schermo vuoto. Non avevo capito che era una storia di fantasmi. Non avevo capito che era la storia di quella casa con Bernardo e senza Bernardo. Ricordo Clare che mi domanda: e allora? Ti è piaciuta? Ricordo il modo in cui Clare e Bernardo dicevano la parola “bellissimo”, attardandosi sulla prima “i” come a volere rafforzare la certezza di ciò che stavano dicendo. Ricordo di avere risposto “bellissimo” in quel modo certo e inattaccabile che avevo imparato da loro.
Sono passati anni, Bernardo e Clare non ci sono più, Uva non c’è più, la casa al numero 3 di via Lungara non c’è più, The Echo Chamber ha trovato il suo regista e i suoi attori ed è diventato un film. Qualcosa scompare, qualcosa rimane. Siamo tutti di passaggio ma troviamo i nostri modi per lasciare tracce. Troviamo sempre i nostri modi. Sì.