Susan Sarandon: “Hollywood mi ha emarginato. Ma non potevo tacere sul genocidio di Gaza”
di Paola ZanuttiniSi era fermata alla seconda stesura, The Echo Chamber, l’ultima storia che Bernardo Bertolucci voleva raccontare. Poco prima di morire, nel 2018, il regista scriveva con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi quello che, diceva, «continuo a pensare come un film di fantasmi»: un uomo e una donna che abitano la stessa casa senza incontrarsi mai, forse senza neanche sapere l’uno dell’altra. Le sceneggiatrici hanno ripreso quel filo. Che porta a Venezia, dove il film è in concorso. C’è Leo, Luca Marinelli, un produttore musicale con un forte dolore alla schiena. C’è Anne, Alicia Vikander, che gli cura, anche troppo, quel dolore. C’è la dipendenza fisica e sentimentale che si innesta fra i due. E c’è Ava, Susan Sarandon, una cantante venerata da Leo, che progetta la rentrée.Ma, soprattutto, c’è l’appartamento, la meravigliosa claustrofilia di Bertolucci, il fantasma più persistente di questa storia, che ha guidato il regista Andrea Pallaoro.
Susan Sarandon, ottant’anni a ottobre, l’aveva co…
Si era fermata alla seconda stesura, The Echo Chamber, l’ultima storia che Bernardo Bertolucci voleva raccontare. Poco prima di morire, nel 2018, il regista scriveva con Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi quello che, diceva, «continuo a pensare come un film di fantasmi»: un uomo e una donna che abitano la stessa casa senza incontrarsi mai, forse senza neanche sapere l’uno dell’altra. Le sceneggiatrici hanno ripreso quel filo. Che porta a Venezia, dove il film è in concorso. C’è Leo, Luca Marinelli, un produttore musicale con un forte dolore alla schiena. C’è Anne, Alicia Vikander, che gli cura, anche troppo, quel dolore. C’è la dipendenza fisica e sentimentale che si innesta fra i due. E c’è Ava, Susan Sarandon, una cantante venerata da Leo, che progetta la rentrée.Ma, soprattutto, c’è l’appartamento, la meravigliosa claustrofilia di Bertolucci, il fantasma più persistente di questa storia, che ha guidato il regista Andrea Pallaoro.
Susan Sarandon, ottant’anni a ottobre, l’aveva conosciuto, Bertolucci: «E piuttosto bene, perché sono stata con Louis Malle per tre anni, e loro due arrivarono a New York e Los Angeles più o meno nello stesso periodo. Quando mi hanno detto che questo era l’ultimo film che voleva fare, mi sono sentita molto privilegiata, onorata e commossa. Bernardo era un tipo davvero interessante: Il conformista è stato il primo film che mi ha mostrato davvero cosa potesse essere il cinema. Non avevo mai visto niente di simile, non sono neanche certa di averne colto il significato politico, ma era semplicemente sbalorditivo. Le inquadrature erano così moderne e belle. Di recente ne hanno riproposto una copia al Film Forum di New York e ci ho portato mio figlio, che fa il regista e lo sceneggiatore: resta un capolavoro».
E com’era l’atmosfera sul set, lavorando su una sorta di eredità? «Cerco sempre di divertirmi molto, qualunque cosa faccia. Che ci crediate o no, quando vedrete il film, vi accorgerete che non è esattamente una commedia, ma abbiamo riso tantissimo. Volevo davvero bene a tutti. E adoro iniziare ogni giornata con una carbonara: lavoravamo tutti i giorni dal pomeriggio alla sera, sono orari fantastici quando si esce verso mezzogiorno, si lavora, per otto ore o giù di lì, senza sosta. E l’appartamento era straordinario. Vorrei averlo io, quell’appartamento. Poi, il look: trucco e capelli scuri erano molto diversi da qualsiasi cosa avessi avuto prima. Adoravo vestirmi tutta di nero con solo un rossetto rosso».
Il suo personaggio è ispirato a Marianne Faithfull? «Sì. Sono sicura che Bernardo ci stesse pensando. Quando ho detto che non sapevo cantare e poi mi hanno fatto ascoltare Marianne Faithfull, personalità molto interessante e originale che non ho mai conosciuto personalmente, ho pensato: beh, posso fare qualcosa di simile. E mi è piaciuto molto, era un ruolo del tutto diverso da quelli che ho interpretato. È bello, quando succede. E ho avuto la sensazione che Pallaoro avesse davvero una visione chiara, perché capita spesso che i registi non ne abbiano una. Preferisco lavorare con un regista che ha una visione, anche se non funziona, piuttosto che con qualcuno che ripete cose già viste o che non è veramente appassionato. Una delle cose che ho apprezzato di più della sua regia è la fiducia nel pubblico, nella sua capacità di seguire la trama senza bisogno di cartelli con scritto “un anno prima”, “due mesi dopo”: sa, tutti quegli accorgimenti in uso negli Stati Uniti, dove i potenti considerano lo spettatore uno stupido cui bisogna spiegare ogni cosa nei minimi dettagli. Credo sia un complimento per il pubblico considerare che si possa andare avanti e indietro nel tempo senza perdere il filo. Insomma, mi sembrava di lavorare in un film per adulti».
Visto che l’Uta, la sua potentissima agenzia, l’ha scaricata in polemica per le sue posizioni su Gaza, chi l’ha rappresentata nelle trattative per The Echo Chamber? «Franco Amurri, il padre di mia figlia Eva, mi disse che in quei giorni alla Mostra c’era un bravissimo agente, Daniele Orazi, che voleva contattarmi. Ci siamo parlati e lui, che rappresenta anche Luca Marinelli, mi ha mandato la sceneggiatura. Pallaoro è venuto a trovarmi un paio di volte perché inizialmente non ero sicura che fosse il ruolo giusto per me. Pensavo servisse qualcuno che ne sapesse molto di più di musica, perché il ruolo implicava l’improvvisazione e il numero di canzoni continuava ad aumentare. E non mi sentivo qualificata, davvero».
La brusca rottura con l’Uta dopo tanti anni di collaborazione ha avuto conseguenze sulla sua carriera? «Gravi conseguenze: continuo a essere esclusa da molti progetti, ma sono grata a loro per avermi dato l’opportunità di mettere alla prova le mie convinzioni morali. Non potevo rimanere in silenzio durante un genocidio, durante l’uccisione di bambini. Io, come madre, come essere umano, non ci ho pensato due volte. È stato uno shock, perché lavoravo con i miei agenti da una decina d’anni».
Che fine ha fatto la free Hollywood degli anni Settanta? «Non si può sapere di non essere liberi finché non si supera il limite e lo si mette alla prova. Ma, più che a me, la domanda va fatta alle persone del nostro settore che prendono queste decisioni. Io so qual è la mia posizione, ognuno ha il suo momento della verità e deve decidere cos’è più importante nella sua vita e come vuol vivere con se stesso. Questo è più importante di una carriera».
La sua ha preso il volo nel 1975 con The Rocky Horror Picture Show in cui cantava “Touch-a, touch-a, touch-a/ touch me/ I wanna be dirty...”. Secondo lei, perché lo spettacolo continua ad andare in scena e il film viene ancora proiettato in decine di Paesi, in serate di culto con grande partecipazione del pubblico, che si veste come i personaggi e ripete le loro battute? «“Don’t Dream It, Be It”, un altro verso nella colonna sonora, offre una meravigliosa opportunità di entrare in un luogo dove si viene accettati per quello che si vuole essere. E incoraggia le persone a essere se stesse. Penso che questo sia un motto molto accogliente e positivo per un film. Ci sono tante persone che vorrebbero travestirsi ed essere divertenti, ma non si sentono accettate in certi ambienti. Quel film offre loro l’opportunità di farlo».
Tempo fa ho chiesto a Richard O’Brien, che aveva scritto il musical oltre mezzo secolo fa, se pensava di aver contribuito a cambiare il panorama culturale. Mi ha risposto: «No, no, no, è solo una commedia. E finché il pubblico ride, cos’altro si può volere?». La pensa così anche lei? «So che è una commedia, ma incontro continuamente persone che mi dicono o mi scrivono che quella pellicola ha cambiato la loro vita: “Questo film mi ha incoraggiato a essere me stesso”. “Questo film mi ha fatto sentire a casa quando non avevo amici”. “Non posso esprimere a parole quanto questo film abbia significato per me”. Quindi, penso che Richard sia molto umile, perché alla fine il film si è rivelato più grande di quanto avesse previsto e anche perché è durato tutto questo tempo. Succede lo stesso con Thelma & Louise, che ha incoraggiato le persone a lasciare situazioni di abuso. Ricordo di aver ricevuto una lettera che diceva più o meno così: il Rocky Horror mi aveva liberato e Thelma & Louise mi ha aiutato ad andarmene. Ecco perché bisogna stare molto attenti a ciò che si filma e a ciò che si pubblica. Ogni film può sfidare o rafforzare lo status quo».
Quel film ha lasciato un segno trasgressivo sulla sua carriera? «Non ne ho idea. Adoro quel film e adoro quello che ha fatto. Ma non ho davvero idea di come funzionino le carriere».
Può darmi la sua definizione personale di normalità? «Direi sopravvalutata. Non so, probabilmente, nel corso dei secoli, la normalità è cambiata. È come dire: cos’è la libertà? Cos’è la libertà oggi rispetto a prima? Siamo liberi come lo eravamo un tempo?».
Ecco, appunto: che cosa è la libertà oggi? «Un’assenza».
Qual è il film che ha avuto il maggiore impatto su di lei, come persona e come attrice? «Beh, questa è un po’ una domanda del genere La scelta di Sophie. È difficile dire quale dei miei film mi stia più a cuore, perché molti di essi mi sono molto cari. Sicuramente Dead Man Walking, perché ho trovato il libro di suor Helen Prejean, con cui mantengo ancora un rapporto molto stretto, e l’ho portato a Tim Robbins, rendendogli la vita praticamente impossibile finché non l’ha girato. Avevo già lavorato tanto nelle carceri e contro la pena di morte, e mettermi in quella posizione è stato molto difficile, perché sentivo l’enorme responsabilità di essere fedele a suor Helen e al libro. Quindi, ero intimamente coinvolta e quell’esperienza mi ha di certo cambiata. Ma ogni persona che un attore diventa, ogni comunità in cui entra, ogni capsula del tempo in cui si avventura, lo cambia e lo istruisce. È questo il bello del nostro lavoro, essere in costante cambiamento, espansione e scoperta. Penso che la curiosità sia un dono meraviglioso ed è davvero speciale avere un lavoro che, in un certo senso, ti impone una sorta di compassione, in cui impari di cosa sei capace come persona diversa da te. Dove altro si trova una possibilità del genere? È un modo straordinario di guadagnarsi da vivere».
In Atlantic City, Usa, di chi è stata l’idea del lavarsi le braccia con il limone, spiata da Burt Lancaster? Di Malle? Dello sceneggiatore John Guare? Sua? «Era in sceneggiatura. Ho presentato io Louis e John, che ha scritto e riscritto il copione. Ma non ho idea del perché avrei dovuto mettermi del limone sulle braccia e sul seno».
Per levare l’odore di pesce: il suo personaggio lavora in un oyster bar. «Lo so, ma non apro le vongole con le braccia. E di certo non me le lancio sul seno».
Lei ha un altro punto in comune con Bertolucci – quello di Ultimo tango – ovvero Marlon Brando: ha lavorato con lui in Un’arida stagione bianca. Com’era? «Era davvero un personaggio. Penso fosse molto intelligente. Forse era troppo complicato per il suo stesso bene. Incredibilmente talentuoso. Voglio dire, ho avuto più interazione con lui a livello personale che nel film. Perché non eravamo in una vera e propria scena insieme. Ho parlato un po’ con lui fuori campo, ma niente di che».
Quindi, almeno con lui, era timida o silenziosa? «Un po’ le due cose».
E con Monicelli che l’ha diretta in La mortadella com’è andata? Era noto per una certa ruvidezza. «È buffo, perché non mi è mai stato nemmeno presentato. Non avevo idea di chi fosse il regista del film, eppure ero su quel set. Ero molto giovane, tutti parlavano italiano, me la sono cavata andando per la mia strada e non credo di aver scambiato una sola parola con lui».
Ultima domanda: non è un po’ noioso interpretare personaggi inevitabilmente anziani? «Io non li considero anziani. Sono felice che abbiano vite piene mentre vanno avanti con gli anni. E poi dipende dai personaggi. Ce ne sono certi giovani noiosissimi. Non dipende dall’età, ma dal personaggio. E da ciò che vuole e che non vuole».