Sul Venerdì di oggi, 28 agosto, un servizio del reporter-disegnatore Salvatore Garzillo affronta con delicatezza un tema spinoso, quello della salute psicologica dei magistrati, delle pressioni e del rischio burnout a cui è sottoposto chi per mestiere è chiamato a decidere della vita e della libertà degli altri. Garzillo ha indagato tra i magistrati di Reggio Calabria, ma c'è da scommettere che anche quelli di Ascoli Piceno debbano fare i conti con una dose non indifferente di stress. Con un motivo in più: fino a poco fa hanno rischiato lo sfratto.
Inaugurato nel 1954, il palazzo del Tribunale di Ascoli ha l'aria solenne degli edifici pubblici di un tempo, che traducevano l'autorità dello Stato in marmi, colonne e cubature fuori scala. Solo che lo Stato non ne ha la proprietà. La storia l'hanno ricostruita, tra gli altri, Luigi Corvo sul manifesto e Marino Bisso su Repubblica: nel 2004, la stagione delle cartolarizzazioni, il governo Berlusconi vendette 396 immobili pubblici – tra cui, appunto, il tribunale di Ascoli – ai privati, in cambio di una somma complessiva di circa 3,7 miliardi di euro che dovevano servire ad alleviare la crisi del debito pubblico. Crisi però solo rimandata, per vari motivi: innanzitutto la cifra era troppo bassa rispetto al valore degli edifici, come valutato dalla Corte dei Conti; poi, l'acquisto da parte dei privati fu in gran parte garantito da un prestito della Cassa Depositi e Prestiti, quindi da soldi pubblici; e per finire, lo Stato riaffittò subito tutti i palazzi che aveva venduto, restituendo quindi con una mano nel tempo quello che aveva incassato con l'altra, e anche di più.
Finché i contratti d'affitto sono scaduti. Ci sono state proroghe per legge, adeguamenti del canone, ma ad Ascoli l'agenzia del Demanio ha rifiutato di rinnovare la locazione, perché i proprietari privati chiedevano un aumento ritenuto troppo oneroso. Quindi i proprietari hanno chiesto lo sfratto e una giudice dello stesso tribunale gliel'ha concesso, in pratica si è autosfrattata, fissando la data dello sgombero al 31 dicembre del 2026. A quel punto lo Stato è corso ai ripari e ha intavolato una trattativa per il riacquisto del tribunale, che pare stia andando a buon fine. Quindi lo Stato ricomprerà il palazzo che aveva venduto, e in più dovrà anche ristrutturarlo perché, come tanti edifici dell'epoca, è pieno di amianto (e nel frattempo i proprietari non l'avevano bonificato).
La storia poco raccontata del tribunale di Ascoli si intreccia con un'altra molto raccontata in queste settimane, quella di Spin Time, il palazzo occupato di Roma sgombrato a fine luglio in seguito a un principio d'incendio. Già, perché la proprietà è la stessa: quel Fondo immobili pubblici gestito da InvestiRE Sgr che possiede anche il tribunale marchigiano. Anche l'immobile di via Santa Croce in Gerusalemme era la sede un ente pubblico, l'Inpdap, che poi ha chiuso; il palazzo era rimasto deserto per anni, fino all'occupazione, nel 2013. Da allora ospitava circa 400 persone di 27 nazionalità, oltre ad associazioni, spazi per attività sociali, un teatro, un'osteria... gli attivisti lo definiscono "uno spazio di rigenerazione urbana". In questo caso però la proprietà ha rifiutato categoricamente un accordo con il Comune di Roma che aveva intavolato una trattativa per l'acquisto ma nel frattempo chiedeva di poter rimettere gli spazi in sicurezza e far rientrare gli abitanti. Che ora si ritrovano dispersi in alloggi provvisori in giro per Roma, mentre il palazzo è tornato vuoto. Anche se svolgeva una funzione pubblica importante, quasi quanto quella di un tribunale.
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