Natalia Aspesi intervista Giorgia: “Noi donne siamo sempre costrette a lottare”
di Natalia AspesiCome fa Giorgia a essere la cantante più nota, la voce più bella e amata da tutti, senza essere vestita da diva?
«Ma non è vero, dai. L’affetto del pubblico mi stupisce veramente. In realtà è proprio il tempo a dargli valore. Quando avevo vent’anni non ci avrei mai creduto. Adesso scoprire che c’è un legame, lo voglio chiamare così, mi responsabilizza perché è come ricominciare ogni volta per esserne all’altezza. Il canto è qualcosa che mi passa attraverso».
Anche perché lo ha sempre respirato in famiglia.
«Sì, sono cresciuta con un padre cantante (Giulio Todrani, ndr) e con una madre (la scrittrice Elsa Giordano, ndr) che lo sopportava, diciamo, perché i cantanti sono abbastanza narcisi, no? Lui ha 83 anni e riesce ancora a stare sul palco con una gioia, una passione, una bravura fuori dal comune».
Ma da quant’è che canta?
«Che il pubblico sappia sono 32 anni. Però ho cominciato da adolescente, quindi di più».
E questa sua voglia di cantare è sempre uguale?
«No, fa su e giù. Ho ini…
Come fa Giorgia a essere la cantante più nota, la voce più bella e amata da tutti, senza essere vestita da diva?
«Ma non è vero, dai. L’affetto del pubblico mi stupisce veramente. In realtà è proprio il tempo a dargli valore. Quando avevo vent’anni non ci avrei mai creduto. Adesso scoprire che c’è un legame, lo voglio chiamare così, mi responsabilizza perché è come ricominciare ogni volta per esserne all’altezza. Il canto è qualcosa che mi passa attraverso».
Anche perché lo ha sempre respirato in famiglia.
«Sì, sono cresciuta con un padre cantante (Giulio Todrani, ndr) e con una madre (la scrittrice Elsa Giordano, ndr) che lo sopportava, diciamo, perché i cantanti sono abbastanza narcisi, no? Lui ha 83 anni e riesce ancora a stare sul palco con una gioia, una passione, una bravura fuori dal comune».
Ma da quant’è che canta?
«Che il pubblico sappia sono 32 anni. Però ho cominciato da adolescente, quindi di più».
E questa sua voglia di cantare è sempre uguale?
«No, fa su e giù. Ho iniziato perché per me era naturale. Poi, quando cominci a farlo per lavoro diventa un’altra cosa. E allora la difficoltà è proteggere quella scintilla dell’inizio, cercare di mantenerla intatta malgrado le logiche discografiche, i numeri, i soldi, le copie vendute. La vita ti insegna che alle volte va bene, altre va male».
Però continua a farlo con passione.
«Sempre, ma questa passione a volte si porta dietro delle paure, e il canto è una forma di conoscenza di se stessi, come una grande seduta di analisi. Sul palco si è nudi: si vede quello che sei davvero».
Cantando cosa ha scoperto di sé?
«Quando ti esibisci, ti rendi conto se sei in equilibrio o meno. Io ho scoperto di essere meno forte ma forse più coraggiosa di quel che credevo. In questi ultimi anni ci sono stati momenti difficili, ma non mi sono arresa. Anche nella musica: per capire se fossi ancora capace di farla ho dovuto destrutturare e ristrutturare, ricominciare a lavorare sullo stile del canto. C’è voluto coraggio. E, sì, anche l’umiltà di rimettermi a studiare».
Quindi è fortissima. Chi fa il suo mestiere a volte è costretto anche a guardarsi attraverso gli occhi degli altri. Se potesse togliersi di dosso un’etichetta che pensa le abbiano affibbiato in questi 30 anni, quale sarebbe?
«Ah, io le ho avute tutte. A un certo punto ero lesbica, poi alcolizzata, poi ingestibile… Ecco essere l’ingestibile mi piaceva, perché vuol dire che non ero così stupida. L’unica che non mi è piaciuta risale agli inizi della carriera, quando mi accusavano di essere fredda perché evidentemente sembrava non trasparire tutto questo mondo che avevo dentro. Ecco, fredda no. E anche antipatica non mi piace, perché mi sento simpaticissima (ride)».
Però volevo tornare alla voglia che ha di cantare: non la stanca mai?
«Molto spesso. A seconda dei momenti della vita. Soprattutto adesso, è ancora più faticoso. Tante volte ho detto basta».
Perché adesso è più difficile?
«Perché ora il cantare è molto collegato all’apparire, e al vendere. Si può comunque fare un discorso artistico, ma se vuoi essere in questo tempo, devi tenere conto di una serie di “logiche”. Devi mediare tra quello che sei e quello che vuoi dare al pubblico. Io l’ho fatto. Ho avuto anche periodi in cui facevo quello che volevo, punto. Li ho pagati, va bene. In questi ultimi anni mi sono proprio rimessa in gioco, vedere se ero ancora capace di scrivere canzoni».
E ne è capace?
«La gente dice di sì. Io non sempre mi sento capace, a volte va meglio, altre peggio. Nella nuova musica che arriva a breve c’è anche qualcosa di mio: avevo smesso di scrivere, non trovavo una chiave ma ci ho lavorato un po’, mi sono messa in ascolto e credo di aver tirato fuori qualcosa di coerente con me stessa e con la scrittura contemporanea».
Ma lei può pensare alla sua vita senza il canto?
«Questo pensiero non l’ho mai fatto. Però non sono di quelli che dicono che la musica è tutto. Forse proprio perché è sempre stata una parte di me. Essere cresciuta in questo ambiente, vedere mio padre che faceva le prove, i momenti bui, i momenti belli, forse l’ho data anche per scontata. Però mi piace anche fare altro, non voglio fare sempre e solo quello».
Si è mai data un termine?
«Sì, anni fa. E l’ho già superato. Volevo cambiare lavoro quando avevo 26 anni, poi a 35…».
Per fare cosa?
«Non lo so, perché poi non è che sappia fare tanto altro eh. So cucinare, però non così bene da poterlo fare come lavoro (ride). Me lo do sempre, un termine. Per esempio, non vorrei fare concerti mentre il mio corpo cade. Non voglio continuare a cantare a oltranza quando sarò più vecchia, ecco l’ho detta proprio male».
Perché?
«Voglio farlo fino a che la voce regge e mi somiglio, altrimenti no».
Quindi, mettiamo tra 30 anni, non canterà più.
«Se ci dovessi arrivare penso di no. Per esempio, guardavo Ornella Vanoni cantare e la trovavo perfetta anche a 90 anni. Io non credo che sarò così».
Questo lo capisco perché l’idea del canto è sempre accompagnata da una certa idea di bellezza.
«Anche perché ora non ti perdonano niente: se non sei al massimo, te lo fanno notare. Con i social è come fare sempre un esame. E io non posso assimilare il cantare a fare un esame, perché resta un momento di ispirazione».
Nel 1995 ha vinto Sanremo con Come saprei: quanto è stato importante per lei, come persona, non solo come artista?
«Non me ne sono resa conto. Gli ho dato importanza, certo, però non capivo il motivo per cui tutti erano così contenti. Anch’io lo ero, però più per le persone che lavoravano con me e che erano felici. E poi pensavo che non mi cambiasse poi così tanto la vita».
E invece è cambiata?
«Ho smesso di fare l’università. Stavo studiando Lingue, andavo alle prove con i libri. Purtroppo, non mi sono laureata e questo è un mio rimpianto».
In quel Sanremo c’era Pippo Baudo: lei dice spesso che gli deve molto. C’è un’altra persona che ha influito tanto sulla sua vita e che vorrebbe ringraziare ora?
«Pippo ha creduto in me senza riserve e mi ha aiutato anche nei momenti bui. Un’altra persona a cui devo molto è mia zia Diana, la sorella di mia madre, la prima a credere nel mio talento: mi veniva a prendere a scuola con la scusa di fare delle analisi e invece mi portava a fare i provini, mi ha fatto fare il primo servizio fotografico… Adesso non c’è più, ma spero possa vedere che in fondo aveva ragione. Devo molto anche a Pino Daniele: mi ha aiutata a ricordare che c’è un’ispirazione che ci spinge a fare ciò che facciamo e che va sempre protetta e tutelata. Poi mio padre, un esempio di come si possa essere appassionati della musica a prescindere dal successo e dall’età. Anche l’incontro con Dee Dee Bridgewater, anni fa, fu importante: mi disse di proteggere la mia scrittura e che quando sei donna devi lottare un po’ di più per essere credibile. Anche Gino Paoli mi disse una cosa simile. Sono tante le persone a cui sono grata: il mio maestro di canto, la mia famiglia, il mio team attuale che è composto quasi di sole donne».
Comunque, lei adesso va avanti a cantare come se nulla fosse.
«“Come se nulla fosse” diventerà il mio mantra. Comunque, alle donne si perdonano meno le cose, anche l’invecchiare: per noi è vietato».
È vero. Vale anche nella vita normale, vedi un bell’uomo sui 70 anni e dici “Che divino”. Se fai vedere una signora, “Oh madonna!”. La verità è che il corpo cambia ed è inutile voler fare la giovinetta se non lo sei. Lei, come donna, crede che l’intervento chirurgico sia giusto?
«Io non lo farei, ma perché ho paura che possa accadermi qualcosa di terribile. Mi rendo conto, però, che molte vivono il passare del tempo come una fragilità e non mi sento di giudicare. Però io per rincorrere una bellezza e una giovinezza che stanno andando via, non sono disposta a non riconoscermi».
Tanto più che ho notato che, oggi, le ragazze di oltre 50 anni sono bellissime: così, naturali, non truccate. Noi, già a 25, eravamo da buttarci nel cesso perché sembravamo vecchie.
«Adesso c’è molta più cura, e va benissimo. Mi spaventa non essere più se stesse. Che, poi, è sempre qualcosa che si fa per rincorrere un modello esterno. Il messaggio è: se non sei più sessualmente appetibile non vai più bene. È questo che va cambiato».
È dura però.
«Molto dura, sì. Ho 55 anni, quindi devo strutturarmi mentalmente altrimenti si crolla. Però la vita è altrove, è molto di più, deve esserlo».
Lei è bellissima.
«Adesso le dirò una cosa: questo lo dobbiamo anche a lei».
Aiuto, perché?
«È vero, è quello che lei ci ha insegnato: devi essere te stessa».
Lei ha un compagno da tanti anni, il coreografo Emanuel Lo.
«Il padre di mio figlio Samuel, sì. Vivo con tutti maschi, per fortuna ho delle gatte femmine, parlo con loro (ride)».
Com’è il suo ragazzo?
«Ha 16 anni. È intelligente, ha molto senso dell’umorismo e quella è una salvezza. Noi litighiamo moltissimo, però grazie all’umorismo ne usciamo sempre. Adesso è in questa fase in cui afferma la sua personalità».
È nella fase critica?
«A tre anni mi disse: “I baci sono vietati”, la fase critica l’ha sempre avuta, non abbiamo notato molta differenza».
E lei che madre è? Severa, apprensiva, indulgente?
«Sono severa, ma la cosa più bella che suo padre e io facciamo è lasciarlo libero di scegliere chi essere. Poi, ovviamente, gli stiamo accanto, parliamo. Ma non gli abbiamo mai imposto lo sport da fare, quale musica ascoltare. Penso che i figli siano delle persone già fatte. Non sono tuoi. Tu li accompagni, impari con loro. Le faccio un esempio: Samuel ha sempre avuto i capelli lunghi, li ha appena tagliati. Ha deciso lui, ha aspettato il suo momento. Poi, certo, sono una che rompe sui compiti, gli orari... Anche il padre lo è, ma io di più. All’inizio, studiavamo insieme e una volta mi disse: “Piuttosto che fare i compiti con te esco alle 8 di sera da scuola”. Quest’anno è stato molto bravo, ha fatto la terza del liceo scientifico statale, è abituato a essere responsabile».
Ma perché non ha sposato il suo compagno?
«Allora, è andata così: lui me l’ha chiesto, io ho detto sì. Poi nessuno ha organizzato, quindi non è successo. Forse lui si aspettava che organizzassi io, ma io avevo da fare altre cose, non potevo stare a fare anche il matrimonio».
Un po’ ci tiene, però.
«Ma certo, e tanto. Però, ecco: io sono cresciuta in una famiglia di donne forti, sono abituata a essere indipendente. So che non bisogna mai mettere la propria vita nelle mani di nessuno, tantomeno di un uomo».
Non dipende da un uomo, sicura?
«Questa domanda è tremenda. Oddio emotivamente forse un pochino però ci lavoro tutti i giorni».
Glielo chiedo perché io so che alla fine, per le donne, è ancora bello aiutare gli uomini.
«Ma si aiutassero da soli (ride)».
Lei pretende troppo!
«E comunque, devo dirglielo: io sono cresciuta anche con le sue parole, con modelli come il suo. Prima di venire qui stamattina ho chiamato mia madre, le ho detto: “Vedi che qualcosa di buono nella vita l’ho fatto perché sto andando a incontrare la signora Aspesi”. E mia madre: “Finalmente figlia mia qualcosa di bello che ti succede”. Quindi non posso parlare con lei e dirle che dipendo da un uomo: mamma mi mena, non posso fare questa brutta figura (ride)».
Nella musica trova che ci sia solidarietà tra colleghe? Adesso, per esempio, c’è più rivalità o sorellanza?
«Assolutamente più sorellanza, ce la siamo guadagnata. Secondo me c’era anche prima, ma non se ne parlava, la donna che fa musica, che suona, che produce, che scrive, ha fatto fatica a uscire fuori. Trent’anni fa se entravo in uno studio di registrazione e volevo le mie cose, dovevo quasi chiedere il permesso, sebbene il disco fosse il mio, ci fosse la mia faccia, il mio nome».
E invece dopo...
«Noi ragazze abbiamo imparato che più siamo unite meglio lavoriamo».
Mi ha colpito una cosa che ha detto dopo l’ultimo Sanremo: che c’è qualcosa di antico, quasi di atavico, nel fatto che le donne non votino le donne. Ci vorrebbero le quote rosa nella musica come nella politica?
«Sono un po’ diffidente rispetto alle quote rosa, nel senso che anche quando si va a sottolineare il primato di una donna, la trovo un’ulteriore forma di limitazione. Non dobbiamo stupirci se c’è una donna al governo: c’è una persona che è anche una donna. È sulle nuove generazioni che dobbiamo lavorare. Quando mio figlio era piccolo gli spiegavo che le streghe erano un’invenzione e che quelle donne, probabilmente, erano dottori ma davano fastidio. Bisogna dare modelli diversi».
Per la mia generazione, purtroppo, era impossibile la complicità femminile. C’era così tanta gelosia. Perché comunque avere un uomo, magari anche completamente scemo, sembrava importante. Noi siamo state allevate veramente molto male. Se adesso le donne davvero si ribellano…
«Mia mamma si ricorda benissimo di quante volte lei, Natalia, ha scritto che non aveva bisogno di un uomo o di fare figli per essere una donna. Ecco, queste parole hanno fatto la differenza. Per più di una generazione il suo esempio è stato fondamentale».
Si sente un modello per le giovani?
«Un modello non penso. Spero di aver dato un buon esempio, quello sì».
Guardi, voglio darle un mio libro, Lui! Visto da lei. È degli anni 70, ma l’ho riletto e l’ho trovato ancora giusto così l’ho voluto ripubblicare.
«Ma come fa a pensare che io non lo conosca?».
Perché è troppo giovane.
«A parte che non sono così giovane... È un regalo stupendo, grazie».
Racconta di quando “Lui”, appunto, per noi era il massimo. Ma, poi, nel racconto c’è tutto l’orrore di questi maschi. Che oggi trovo siano un po’ dei pirla…
«Qualcuno è migliorato, per esempio nell’essere padre».
Il suo compagno è un uomo evoluto da questo punto di vista?
«Sì, alle volte notano in lui una parte femminile perché è un brav’uomo: è capace di stare accanto a una donna, non vuole stare davanti. E comunque non è facile stare con una che canta. I cantanti sono per la maggior parte degli psicopatici: hanno tremila fisime, problemi, paure, c’è questo ego che bisogna tenere a bada, con un equilibrio molto precario. Lui è l’unico che ha resistito (ride)».
Però anche lui è un artista, fa il ballerino e il coreografo.
«Adesso si lamenta che gli fa male tutto, però è bravo, molto bravo. Ha lavorato tanto con artisti internazionali poi a un certo punto ha detto basta, non ballo più perché sono vecchio. Aveva 23 anni. Sa fare tante cose, ha ricominciato».
Voi due ballate mai insieme?
«Abbiamo provato, ma lui dice che non lo seguo. Non possiamo ballare perché io non mi faccio portare».
Lei sembra sempre così sorridente, posata, non c’è mai un gossip. Che noia: possibile?
«In realtà quando entro in casa, mi dicono che sono insopportabile. Ho la mania del controllo, le cose le devo mettere a posto io, sono esigente. Tutto questo sorriso poi non è che ci sia sempre. Anche perché tendo… alla tragedia, a pensare che accadrà qualcosa di terribile. Per me arriva il meteorite fra cinque minuti e ci fa fuori tutti».
Adesso è diventata anche presentatrice: la terza stagione di X Factor sta per iniziare.
«Sono molto felice, mi piace fare una cosa che non sia cantare».
Prima mi stava raccontando di non voler fare concerti per tutta la vita, mi è venuta in mente Mina. Ricordo di averla intervistata prima del suo ultimo concerto alla Bussola. Ha mai pensato di fare come lei a un certo punto? Cantare senza più farsi vedere?
«Non lo so se lo farei, sinceramente. Però lei è stata una grande. Mina non ha solo una voce immensa, ma anche un cervello superiore. Comunque io ho duettato con Mina. Lei ha accettato di cantare con me una canzone che ho scritto, Poche parole, in cui io dico di somigliare a lei e lei lo dice a me. Quando è accaduto non ci potevo credere».
Beh allora è davvero molto brava!
«Per questo volevo che lo sapesse. Potrò dire che nella mia vita c’è un duetto con Mina e poi c’è questa chiacchierata con lei. Adesso, però, vorrei una dedica sul libro, un ricordo di questo incontro indimenticabile».
Alla fine, le ho scritto: “A lei, che per ora non intende farsi bella con la chirurgia perché lei è molto bella sempre”.