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Il #MeToo delle donne scaricate dalle auto

(Getty images) 
Dopo una lite o per nessun motivo. In campagna, nei boschi, lungo i tornanti. Ma anche in città. Vi è mai capitato di essere piantate in asso per strada? Con questa domanda su Instagram, il Venerdì ha scoperchiato un fenomeno pauroso e diffuso. Un altro segnale dell’escalation di violenza sulle donne
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«Mi abbandonò come un cane, sulla tangenziale. Non avevo il telefono, ero giovane. Lontana da casa. Ho pianto cercando aiuto. Alla fine stremata mi rifugiai a notte fonda in un benzinaio e lì chiamarono la polizia. Non ho parlato per quattro giorni, ero scioccata. Da allora non esco più se non con la mia auto...». Così scrive sul web, anzi su Instagram, una donna che ha scelto lo pseudonimo di Antoamatore. Una fra tante. Perché sono state decine di migliaia le visualizzazioni, e le interazioni e le risposte alla domanda lanciata da un video del Venerdì, in agosto: vi è mai capitato di essere piantate in asso per strada? Il post prendeva le mosse da un episodio registrato dalle cronache estive a Budoni, in Sardegna: un tale aveva fatto scendere dall’auto la moglie, per ripartire con il figlio di nove anni. Pochi chilometri, e si era schiantato su un muro. Lui morto all’istante; il bambino, illeso: l’urto lo aveva sbalzato fuori dall’abitacolo. La madre,intanto, era arrivata a Olbia in …

«Mi abbandonò come un cane, sulla tangenziale. Non avevo il telefono, ero giovane. Lontana da casa. Ho pianto cercando aiuto. Alla fine stremata mi rifugiai a notte fonda in un benzinaio e lì chiamarono la polizia. Non ho parlato per quattro giorni, ero scioccata. Da allora non esco più se non con la mia auto...». Così scrive sul web, anzi su Instagram, una donna che ha scelto lo pseudonimo di Antoamatore. Una fra tante. Perché sono state decine di migliaia le visualizzazioni, e le interazioni e le risposte alla domanda lanciata da un video del Venerdì, in agosto: vi è mai capitato di essere piantate in asso per strada? Il post prendeva le mosse da un episodio registrato dalle cronache estive a Budoni, in Sardegna: un tale aveva fatto scendere dall’auto la moglie, per ripartire con il figlio di nove anni. Pochi chilometri, e si era schiantato su un muro. Lui morto all’istante; il bambino, illeso: l’urto lo aveva sbalzato fuori dall’abitacolo. La madre,intanto, era arrivata a Olbia in autostop. Se ne sarà mai parlato in qualche convegno, in qualche saggio? Sembra di no. Ma un sondaggio casalingo tra amiche e conoscenti e la pioggia di commenti seguiti al video confermano: è successo a una mia amica, è successo a mia sorella, è successo a me quando ero bambina.

Ecco Rosann1973: «Un fidanzato mi ha fatto scendere dalla macchina e io ho chiamato mia madre che è venuta a riprendermi, questo post ha fatto riaffiorare un triste ricordo, ma soprattutto ho capito che è una triste prassi maschile».

Superpam83: «Mi capitava più di quanto avrei voluto. Mi mollava per strada ogni volta che c’era una discussione. Avevo neanche 18 anni». (Sale dallo sprofondo di decenni un ricordo personale: lui che riparte rabbioso per il rifiuto di un rapporto sessuale, scaricando la preda ‒ diciassettenne ‒ su una piazzola autostradale vicino a Firenze; poi il ritorno in autostop, con lo zaino sulle spalle e l’ansia nel cuore). Queste testimonianze ‒ alcune brevi come lampi, senza punteggiatura ‒ trasportano chi legge in una sorta di #MeToo mai indagato, una forma di violenza psicologica e anche fisica, un’umiliazione che, come dice la psicologa e criminologa della Sapienza, Anna Maria Giannini, non fa solo inorridire: «Bisognerà pensarci, c’è materia per una ricerca scientifica».

L’abitacolo-inferno

Uno studio del 2023 su uomini (fra 14 e 74 anni), condotto dall’University College London (Ucl), ha mostrato che esiste una correlazione tra il desiderio di possedere un’auto sportiva e la percezione di avere un pene di ridotte dimensioni, ma lo studio non va oltre, e certamente non è detto che si giunga fatalmente alla violenza, anzi. In tutti i racconti, però, l’auto non sembra uno sfondo, bensì un habitat: Giannini parla di esercizio del possesso e del controllo, con l’abitacolo che si trasforma in un micro mondo in cui il piede sull’acceleratore trasmette una sensazione di potenza e di potere: la macchina è un’estensione di sé. E se quel sé è incapace di regolarsi, può succedere di tutto.

Tanti commenti vanno in questa direzione. Scrive Lady_darlin92: «Sono minuscoli, per sentirsi potenti rimarcano il fatto di guidare e avere potere economico. Cacciare una donna dall’auto è questo, “io guido, io faccio le regole”. Quindi ripetiamo: lavoro-indipendenza-auto propria, al primo segnale di squilibrio via».

Con il suo post Monicapanatteri va dritta al punto: «La tossicità sembra ulteriormente acuirsi al volante: la macchina diventa una stanza della tortura». E in effetti basta niente, una piccola lite, una parola storta, uno sguardo “sbagliato”, e l’abitacolo si trasforma in un inferno in movimento, finché lui non ordina: scendi. Non importa dove. In autostrada. In un bosco. In aperta campagna. In una zona periferica. A tanti chilometri da casa, spesso.

Devi avere paura

C’è chi, come Belle_starr82, se l’è vista decisamente brutta: «Avevo 20 anni, facevo l’università a Pisa, sono uscita con uno che per il giretto nella macchina figa pensava di essersi assicurato la serata. Quando ha capito che non ne avrebbe ricavato nulla, mi ha portato nella zona di San Rossore dove c’erano solo maneggi e terreni, nemmeno un lampione, e mi ha lasciata lì al buio alle due del mattino. Ho camminato per un po’, sentivo cani abbaiare, animali nel terreno, ho aspettato che facesse mattina e la paura che ho avuto la so solo io. Ah, lui quasi trentenne». Ed ecco Tittiarc: «Sì, è successo anche che corresse in autostrada per farmi avere paura e vendicarsi del fatto che io non volessi guidare perché mi criticava. Ora che l’ho lasciato, faccio viaggi lunghissimi in auto da sola». Romina.davi: «Sapeva che avevo il terrore della velocità e per punirmi accelerava e faceva manovre spericolate. Io a volte piangevo e lui mi guardava con un ghigno diabolico. Gli facevo pena e schifo contemporaneamente e si vedeva proprio che godeva della mia sofferenza. Era un ragazzo profondamente disturbato e oggi è soltanto un ricordo. Questi episodi comunque mi hanno traumatizzata per sempre».Non di rado l’abbandono si accompagna a pugni e schiaffi. Paolanegroni mostra con un flash la sua angoscia: «E quando si viene picchiate con la macchina in corsa sul raccordo anulare?».

Tanti, (ovviamente) non tutti

Si intravedono tragedie che squassano famiglie, case abitate da figli terrorizzati e traumatizzati. Solesereno scrive: «Che dolore al cuore, io fatta scendere dalla macchina, con i miei due bambini rimasti in auto, che piangevano. Lui mi lascia lì e se ne va».

E ms_mindfulness: «Ricordo me bimba, accompagnare mia madre, la portiera dell’auto sbattuta con violenza, prima un po’ di chilometri a piedi, poi in treno e infine in pullman dalla Svizzera a Varese, con le lacrime agli occhi». Donna _cinzia, come molte, teme per il piccolo di Budoni: «Nessuno pensa al suo trauma?». Carla Carla sullo Sciopero delle donne, una delle pagine femministe di Facebook che hanno rilanciato il video: «Spero che il bambino venga sostenuto psicologicamente e affettivamente, un bimbo non dovrebbe vivere queste esperienze».

Not all men, but always men (non tutti gli gli uomini, ma sono sempre gli uomini), scrive Lorena, senza aggiungere altro. Ci si interroga sul perché accada e sui gradi di separazione che intercorrono tra l’abbandono in un bosco, l’aggressione e il femminicidio. Lapandinarossa: «È successo anche a me. E ha un nome: violenza. Non so come abbia fatto a stare con un uomo così per anni. Ma l’importante è uscirne. Magari vive». C’è chi chiama in causa la nostra cultura, certe tradizioni aberranti, come Rosyd80 che accusa: «Occorre essere consapevoli che le madri zerbino riducono le figlie dipendenti da mentecatti e incapaci di stare da sole e maschi prepotenti e rabbiosi». Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna ovvero di una delle associazioni più impegnate “sul terreno”, senza esitare infila l’abbandono nella categoria “maltrattamenti” e tra i segnali della possibile escalation che può portare al peggio, «ma all’esterno non è percepito come violenza e sono tante vittime e le forze dell’ordine, per prime, a non rendersene conto». Minimizzare. Lasciare perdere. Dimenticare. Le fa eco Giannini: «l’obbligare a scendere dalla macchina in un luogo nel quale si troverà in pericolo o in difficoltà corrisponde a un’estrema squalificazione del valore della persona sia sul piano fisico sia psicologico. E il fatto che questa condotta non venga letta come violenza, anzi sia normalizzata, porta le vittime a reiterate esposizioni», ovvero a ritrovarsi, di lì a un po’, nella medesima, terrificante situazione. Al nostro Paese, dice poi Ercoli, serve con urgenza una campagna di sensibilizzazione massiccia, per operatori e vittime, «come fu fatto al tempo del divieto di fumo. Il cambiamento sociale e culturale va accompagnato». Bisognerebbe insegnare ai bambini l’autonomia: un maschio che sappia prendersi cura di sé non andrà facilmente in crisi se lasciato dalla ragazza. Ma certo non sarà questo governo a farsene carico. Lei intanto sottolinea che nessuna delle otto donne uccise ad agosto ‒ nessuna ‒ si era rivolta a un centro antiviolenza, dove le forze dell’ordine hanno l’obbligo di indirizzare chi è in pericolo. Un obbligo, racconta, che a volte si rispetta distrattamente, consegnando un indirizzo su un foglio fotocopiato.

Sul Venerdì del 4 agosto 2026

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