Indipendente, selvaggio, libero. Un altro cinema italiano è possibile
di Paola JacobbiI gemelli D’Innocenzo sono tornati. Li avevamo lasciati due anni fa, con la miniserie televisiva Dostoevskij. Ora figurano come sceneggiatori di un film che racconta di un delitto in cerca di castigo. Si intitola Serpenti, è diretto da Roberto De Paolis Maino ed è la storia di un uomo che si presenta in commissariato per costituirsi. Afferma di avere ucciso sua moglie. Non sappiamo se sia vero o meno. Non sappiamo nemmeno se abbia una moglie. Ma lui vuole essere arrestato, vuole pagare, redimersi. Prova a farsi ascoltare, ma senza successo, in una stazione di polizia vuota e angosciante come un quadro di De Chirico.
Sarà presentato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione “Spotlight” ed esce in sala il 10 settembre. È un film che non rientra in nessuna categoria comune. Non è un thriller (ma in parte sì), non è una commedia (ma in parte sì, perché è una commedia dell’assurdo in cui si ride spesso, nervosamente), non è un film sul femminicidio, eppure riesce a scavare con precis…
I gemelli D’Innocenzo sono tornati. Li avevamo lasciati due anni fa, con la miniserie televisiva Dostoevskij. Ora figurano come sceneggiatori di un film che racconta di un delitto in cerca di castigo. Si intitola Serpenti, è diretto da Roberto De Paolis Maino ed è la storia di un uomo che si presenta in commissariato per costituirsi. Afferma di avere ucciso sua moglie. Non sappiamo se sia vero o meno. Non sappiamo nemmeno se abbia una moglie. Ma lui vuole essere arrestato, vuole pagare, redimersi. Prova a farsi ascoltare, ma senza successo, in una stazione di polizia vuota e angosciante come un quadro di De Chirico.
Sarà presentato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione “Spotlight” ed esce in sala il 10 settembre. È un film che non rientra in nessuna categoria comune. Non è un thriller (ma in parte sì), non è una commedia (ma in parte sì, perché è una commedia dell’assurdo in cui si ride spesso, nervosamente), non è un film sul femminicidio, eppure riesce a scavare con precisione e un po’ di provocazione nei temi della violenza di genere più di molti convegni. Fabio D’Innocenzo lo definisce «un’allegoria psichedelica». De Paolis, al suo terzo film, dopo gli ottimi Cuori puri e Princess, ammette di non avere trovato nulla a cui far riferimento se non la creazione dei gemelli. «Loro hanno scritto un film selvaggio e io così ho cercato di mantenerlo, per non ridurlo a un racconto esemplare, teorico, ideologico».
Ma in Italia è ancora possibile fare un cinema “selvaggio”? In un box office dominato da fenomeni popolari, trasversali, stranieri (Odissea) e italiani (Checco Zalone) che spazio resta al cinema indipendente? E che cos’è il cinema indipendente oggi?
Ne abbiamo parlato con i gemelli e con De Paolis. Dice Damiano: «Premetto che non ho visto l’Odissea perché quando scrivo cerco di non vedere niente e in questo periodo sto scrivendo. Quanto a Zalone, per me è bravissimo. Ma il cinema indipendente italiano esiste. Esiste perché la misura dell’indipendenza è l’indipendenza di pensiero. E penso a tanti colleghi che ce l’hanno. Faccio un paio di nomi: Laura Samani e Francesco Sossai. Ma ce sono anche molti altri».
In effetti, nella scorsa stagione proprio Le città di pianura di Sossai ha trovato il suo pubblico e anche numerosi premi. Aggiunge Damiano: «In quel film c’erano tre ottimi attori che pochi conoscevano, quindi anche il mito del nome importante in cartellone come condizione di successo è stato un po’ sfatato».
In Serpenti, nel ruolo dell’assassino che si autoaccusa c’è un attore e regista teatrale, Leonardo Lidi. Inizialmente lo doveva interpretare Lino Musella ma, come può capitare, i tempi non coincidevano. Allora i D’Innocenzo hanno suggerito Lidi, che aveva già lavorato con loro in Dostoevskij. Qui è protagonista assoluto. Ma le tre figure chiave che incontrerà durante il suo viaggio metafisico nella colpa, vera o presunta, sono interpretate da tre star del cinema italiano: Alessandro Borghi, Pietro Castellitto e Valeria Golino. «Trovo sia un bel paradosso che proprio questi attori così affermati e radicati nel nostro immaginario siano qui, in un film totalmente alieno. Serpenti potrebbe benissimo collocarsi nella cinematografia cilena o belga», spiega Fabio, «ed è alieno perché narra in una maniera laterale e, dal mio punto di vista, fortemente eccitante. Servono questi paradossi, queste anomalie per uscire dal cinema con un punto interrogativo. Un film non deve necessariamente corrispondermi o darmi ragione».
Nonostante i tagli
Resta il fatto che, a livello commerciale, fare film così, che non si allineano a paradigmi conosciuti, è sempre una sfida. Non si può sapere se le sale si riempiranno di cinefili (esistono ancora?) o resteranno deserte. «Non ho le idee chiare, sono molto confuso su questo tema», confessa De Paolis. «Mio padre distribuiva cinema di qualità (Valerio De Paolis, fondatore della BIM, ndr) e ricordo film difficilissimi che incassavano molto bene in Italia. Forse allora c’era un pubblico più attento anche alle cinematografie estere più marginali e disposto a scoprire opere che nascono senza soldi ma con le idee. I miei primi due film li ho fatti anche un po’ sull’onda di un ricordo romantico di quel mondo. Poi ammetto di aver visto questo mondo sgretolarsi pian piano. C’è chi dice che fra cinque anni il cinema sarà roba da museo. Ma una sceneggiatura come quella di Fabio e Damiano, questo nostro progetto, a me fa ben sperare. Siamo così assuefatti da narrazioni sempre più uguali a loro stesse che trovare qualcuno che sa scardinare i luoghi comuni come fanno loro sbalordisce e personalmente mi entusiasma. Poi vedremo se, come si dice, il pubblico se l’accolla. Sono curioso».
Al di là dei risultati in sala e dell’incerto futuro della sala in generale, se guardiamo alla produzione e al sistema di finanziamenti pubblici su cui il cinema d’autore ha sempre contato, questa non è certo l’epoca migliore per decidere di lanciare piccoli film originali di giovani registi. Nell’ultimo anno ci sono stati i tagli al Fondo Cinema e Audiovisivo (dai 696 milioni di euro a 600) e sono diminuite le risorse che arrivavano attraverso il tax credit. «Paradossalmente, oggi in Italia provare a fare un film con un budget sotto il milione di euro è più difficile che farne uno da tre!», esclama Fabio. «Chi investe sa che con i piccoli film c’è un margine di guadagno minore. Quindi molti registi sono parcheggiati. Temo che perderemo un’intera generazione di filmmaker, quelli che adesso hanno trent’anni e che potrebbero raccontarci il loro punto di vista ma che per almeno altri quattro anni saranno bloccati. Quando il tax credit ripartirà, verrà data priorità ai film fermi di autori più conosciuti e quindi resterà un vuoto. Damiano ed io, in questo momento, stiamo scrivendo per registi giovani, sperando di aiutare a lanciarli».
De Paolis, che oggi ha 45 anni, presentò la sua opera prima Cuori puri nel 2017 alla Quinzaine des Cinéastes a Cannes. I D’Innocenzo, 38 anni, arrivarono al festival di Berlino nel 2018 con La terra dell’abbastanza. Insomma è passato quasi un decennio dai loro debutti. In mezzo c’è stata una pandemia e tutto quel che sappiamo. Però sono arrivate anche le piattaforme, un nuovo assetto sia per gli spettatori che per chi i film li fa. «Le piattaforme generaliste danneggiano il cinema indipendente», afferma De Paolis. «Un film che inizia con un momento di lentezza, che chiede allo spettatore una riflessione in più, che ti invita su un piano simbolico non può funzionare in un algoritmo dove si punta al pirotecnico, al ritmo indiavolato, alle botte di adrenalina».
L’importanza della nicchia
Il cinema indipendente resta quindi nella sua nicchia, è quella la sua natura. E forse va anche bene così. «Nicchia significa raggiungere un pubblico numericamente più piccolo, ma anche molto più appassionato, più feticista e dunque più interessante», commenta Fabio. «Ci sono le piattaforme anche per questo pubblico, come Mubi, per esempio, o il canale di Rarovideo. Certo, sono realtà che devi avere voglia di andarti a cercare. Un po’ come procacciarsi il cibo piuttosto che farselo arrivare con un room service».
Damiano interviene per dire della nicchia che aveva la loro nonna in una casa sulle colline bolognesi. «Ci andavano a pregare lei e due altre zie», racconta, «quindi a me questo concetto della nicchia fa pensare a un luogo di culto dove ci si mette in relazione in una maniera anche un po’ mistica con il cinema».
Non è esattamente di nicchia partecipare alla Mostra di Venezia. O forse è proprio ai grandi festival che si realizza magicamente l’equilibrio perfetto tra visibilità allargata e rispettabilità intellettuale. Anche se, come racconta De Paolis, pare che certi distributori americani, quando comprano i film europei, scelgano di togliere il logo di Venezia o Cannes. Perché, per un pubblico più largo e globalizzato, quello che noi europei consideriamo un bollino di qualità, diventa un deterrente.
Insomma, se siete di nicchia, meglio non farlo sapere troppo in giro.
Sul Venerdì del 4 settembre 2026