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Norman Foster trova la luce a Venezia

Sir Norman Foster ha firmato con la vetreria Salviati il progetto Venetian Chandelier, parte del percorso espositivo Murano illumina il Mondo della Venice Glass Week 

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Con i suoi edifici ha ridisegnato lo skyline delle città. Ora il vincitore del Pritzker Prize racconta perché ha raccolto la nuova sfida: un lampadario realizzato insieme a una storica vetreria di Murano. Intervista
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Ccurioso che uno degli uomini che hanno cambiato lo skyline del pianeta oggi abbia deciso di misurarsi con un lampadario. Non un grattacielo, non un museo, non un aeroporto, ma un oggetto destinato a entrare nella dimensione più intima dell’architettura: quella di una stanza. Eppure, per Sir Norman Foster, originario di Manchester, classe 1935, insignito del titolo di Lord dalla Corona britannica e del Pritzker Prize, il riconoscimento più prestigioso dell’architettura mondiale, il cambio di scala non rappresenta una deviazione. Da oltre sessant’anni la sua ricerca ruota attorno alla stessa domanda: come può la tecnologia migliorare il modo in cui abitiamo lo spazio? È il principio che attraversa opere diventate simbolo dell’architettura contemporanea: dal Reichstag di Berlino, dove la trasparenza diventa linguaggio democratico, fino alla Great Court del British Museum, restituita alla città come una grande piazza pubblica coperta.

Per questo Venetian Chandelier, il progetto realizzat…

Ccurioso che uno degli uomini che hanno cambiato lo skyline del pianeta oggi abbia deciso di misurarsi con un lampadario. Non un grattacielo, non un museo, non un aeroporto, ma un oggetto destinato a entrare nella dimensione più intima dell’architettura: quella di una stanza. Eppure, per Sir Norman Foster, originario di Manchester, classe 1935, insignito del titolo di Lord dalla Corona britannica e del Pritzker Prize, il riconoscimento più prestigioso dell’architettura mondiale, il cambio di scala non rappresenta una deviazione. Da oltre sessant’anni la sua ricerca ruota attorno alla stessa domanda: come può la tecnologia migliorare il modo in cui abitiamo lo spazio? È il principio che attraversa opere diventate simbolo dell’architettura contemporanea: dal Reichstag di Berlino, dove la trasparenza diventa linguaggio democratico, fino alla Great Court del British Museum, restituita alla città come una grande piazza pubblica coperta.

Per questo Venetian Chandelier, il progetto realizzato con la storica vetreria Salviati nell’ambito di Murano illumina il Mondo – il percorso espositivo che, dal 13 settembre al 1° novembre, costituisce il cuore della decima edizione di The Venice Glass Week – non è una semplice incursione nel design, ma la naturale evoluzione del suo pensiero. Sotto gli archi delle Procuratie Vecchie, il vetro di Murano diventa il punto d’incontro tra un sapere artigianale secolare e una visione progettuale capace di guardare lontano. In un tempo che confonde troppo spesso l’innovazione con la rottura, Foster continua a ricordarci che il futuro nasce quando si ha il coraggio di rileggere il passato, non di cancellarlo.

Sir Foster, cosa può insegnare una fornace muranese dell’Ottocento a uno studio di architettura del XXI secolo che lavora con le tecnologie più avanzate?

«Si progetta per il presente, con la consapevolezza del passato, per un futuro che, per sua natura, resta sconosciuto. È il principio che ha guidato la mia carriera e descrive la collaborazione con Salviati. Innovare non significa abbandonare la tradizione, ma comprenderla così a fondo da riuscire a portarla oltre. Lavorare con i maestri vetrai di Murano mi ha ricordato quanto un sapere sedimentato nei secoli sia ancora attuale».

A Venezia la luce non illumina solo l’architettura: la trasforma. Quando progetta qui, pensa prima all’oggetto o alla luce che lo attraverserà?

«La luce è uno dei materiali fondamentali dell’architettura. Ed è uno dei pochi elementi che non possono essere simulati al computer. Possiamo modellare la geometria con precisione, ma la qualità emotiva della luce naturale si comprende soltanto vivendola. Il lampadario non è stato concepito come un oggetto statico, ma come un gioco di luce. La sua identità muta durante il giorno, seguendo il sole, i riflessi sulla laguna e, al tramonto, il passaggio all’illuminazione artificiale. Il progetto parla del dialogo tra vetro e luce. Nessuno dei due esiste senza l’altro».

Ha disegnato alcuni dei luoghi più memorabili del nostro tempo. Oggi è più difficile progettare un edificio o il modo in cui verrà vissuto?

«Gli edifici, da soli, non risolvono i problemi della società. La responsabilità più grande è creare le condizioni per una migliore vita civica. Significa riunire architetti, ingegneri, amministratori, scienziati, economisti perché riflettano sul futuro delle città. È la convinzione alla base del Master in Sustainable Cities del Norman Foster Institute, dove non formiamo solo architetti, ma futuri leader civici capaci di distinguere i fatti dalle emozioni e di affidarsi ai dati più che alle opinioni».

Ogni suo edificio sembra nascere da un dialogo con la luce. Chi arriva prima: la luce o l’architettura?

«La luce naturale plasma l’architettura prima ancora che vengano definiti i muri. Influenza l’orientamento, la struttura, l’atmosfera e, in definitiva, il benessere delle persone. Progettare con la luce richiede ancora una sperimentazione fisica. I modelli digitali sono indispensabili, ma non sostituiscono quelli in scala. Solo osservando come la luce si comporta nello spazio se ne comprende fino in fondo il potenziale».

Quale suo progetto incarna meglio quest’idea?

«L’aeroporto di Stansted. Abbiamo spostato gli impianti sotto il pavimento e trasformato la copertura in una struttura leggera. La luce poteva così penetrare in profondità nel terminal e aiutare i passeggeri a orientarsi intuitivamente. All’epoca fu una soluzione radicale: metteva la luce diurna e l’esperienza umana al centro di tutto».

Per anni abbiamo associato il progresso ad altezza e tecnologia. Oggi, che significa davvero andare avanti?

«Per me il progresso non è mai stato una questione di altezza, ma di qualità della vita. La città percorribile a piedi è più desiderabile e salutare dello sviluppo suburbano fondato sull’auto. Ma densità non significa costruire in altezza. Londra, Parigi o Boston dimostrano che si può ottenere una grande qualità urbana con edifici di media altezza. La tecnologia è fondamentale, ma resta uno strumento, non un fine».

Da anni il baricentro dell’architettura si è spostato fuori dall’Europa. Cosa continua a renderci unici?

«La capacità di conciliare innovazione e continuità culturale. Le nostre città dimostrano che densità urbana, patrimonio storico, qualità dello spazio pubblico e responsabilità ambientale possono convivere. È una lezione preziosa per le società che vivono una rapida urbanizzazione. Lo scambio di conoscenze tra culture e discipline è il contributo più importante che l’Europa possa offrire al futuro delle città».

Perché una cattedrale o una grande piazza continuano a emozionarci più di qualsiasi esperienza digitale?

«Perché viviamo nel mondo reale e l’architettura coinvolge tutti i nostri sensi. Percepiamo la gravità, il suono, la temperatura, le superfici, gli odori e il movimento. Le esperienze digitali possono informarci, ma è l’architettura a farci sentire parte di un luogo. Restiamo esseri fisici. Gli spazi modellano le nostre emozioni in un modo che nessuno schermo potrà sostituire».

…E invece esiste qualcosa che nessun algoritmo riuscirà mai a progettare? L’intelligenza artificiale ridefinirà il ruolo dell’architetto?

«L’intelligenza artificiale è uno strumento potente. Ma resta uno strumento. È innanzitutto un immenso archivio della conoscenza umana. Può analizzare e generare possibilità con una velocità impressionante. Ma la vera innovazione nasce da giudizio e immaginazione umani. L’architettura consiste nell’ideare futuri che ancora non esistono. Richiede empatia, intuizione e capacità di formulare domande nuove».

Che cosa l’annoia nell’architettura di oggi?

«La ripetizione priva di pensiero».

Se le chiedessi di immaginare il mondo fra cinquant’anni, quale sarà, per lei, la sfida più grande?

«La sfida non sarà una singola questione – il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale o le trasformazioni demografiche – ma la capacità di comprendere come tutte queste forze interagiscano. Il futuro appartiene a un pensiero capace di mettere le cose in relazione. L’architettura dovrà diventare una piattaforma che integra tecnologia, ecologia, mobilità, salute, cultura e governance in sistemi coerenti».

Se dovesse lasciare un’eredità ai progettisti di domani, non un edificio ma un’idea, quale sceglierebbe?

«La curiosità. È la qualità più preziosa, perché ci impedisce di credere di avere già tutte le risposte. Ogni progetto nasce da una domanda, non da una certezza. La tecnologia continuerà a evolversi come strumento al servizio della società, ma saranno curiosità, generosità e integrità a distinguere sempre un grande architetto da uno solo talentuoso».

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