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Maurizio Lombardi: “Per essere protagonisti basta una scena di un minuto”

Maurizio Lombardi in azione nel film Dio ride (Maria Clara Macrì) 

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«Ho costruito la mia carriera sulle opportunità che i registi o le produzioni mi offrivano», spiega l’attore, che non ha paura a definirsi caratterista. Ora arriva alla Mostra di Venezia con Dio ride e poi sarà nel cast della serie internazionale Blade Runner 2099
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Tra cinema, tv e teatro, Maurizio Lombardi ha attraversato tantissime vite. È stato tonno in Pinocchio di Matteo Garrone, pugile in Fists of Sulfur, presentato all’Edinburgh Festival Fringe, cardinale in The Young Pope e The New Pope di Paolo Sorrentino, ispettore nella serie Ripley di Steven Zaillian, D’Annunzio in Alla festa della rivoluzione di Arnaldo Catinari, giusto per citare una manciata di personaggi. Cinquantadue anni, fiorentino, non ha paura a definirsi attore caratterista. «Il bello è che ti puoi mettere alla prova in tanti modi. Ho scoperto che mi piaceva fare cose diverse. Il brutto è che a volte devi dire di sì anche a progetti che sono uno schifo. Ma se il convento quello passa, lo accetti e cerchi di tirare fuori il massimo da una cosa che magari è inguardabile. Ovvio che se hai la fortuna di avere un ruolo da protagonista fin da giovane sei più agevolato».

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Tra cinema, tv e teatro, Maurizio Lombardi ha attraversato tantissime vite. È stato tonno in Pinocchio di Matteo Garrone, pugile in Fists of Sulfur, presentato all’Edinburgh Festival Fringe, cardinale in The Young Pope e The New Pope di Paolo Sorrentino, ispettore nella serie Ripley di Steven Zaillian, D’Annunzio in Alla festa della rivoluzione di Arnaldo Catinari, giusto per citare una manciata di personaggi. Cinquantadue anni, fiorentino, non ha paura a definirsi attore caratterista. «Il bello è che ti puoi mettere alla prova in tanti modi. Ho scoperto che mi piaceva fare cose diverse. Il brutto è che a volte devi dire di sì anche a progetti che sono uno schifo. Ma se il convento quello passa, lo accetti e cerchi di tirare fuori il massimo da una cosa che magari è inguardabile. Ovvio che se hai la fortuna di avere un ruolo da protagonista fin da giovane sei più agevolato».

"Dio ride", Pierfrancesco Favino è frate Leopoldo, una risata contro l'Inquisizione - trailer

Alla Mostra di Venezia 2026, Lombardi è nel film di chiusura Dio ride di Giovanni Veronesi (nelle sale dal 29 ottobre), con Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando. Ambientato nel Seicento, racconta lo scontro fra una Chiesa capace di parlare alla gente e una che usa l’arma dell’Inquisizione per mantenere il potere e la distanza. Mentre il 25 novembre, su Prime Video, lo vedremo – unico italiano del cast – nella serie tv Blade Runner 2099.

Da cardinale a monaco, che cosa può raccontare del suo Fra Monaldo in Dio ride?

«Abbiamo fatto un grande uso del prostetico perché è un uomo che porta sul proprio corpo il flagello della lebbra e i segni di tutto ciò che ha dovuto sopportare nel nome del Signore. La sua faccia racconta la sofferenza, la fede, ma soprattutto la mostruosità della sopravvivenza».

Che rapporto ha con la Chiesa cattolica? Ha mai fatto il chierichetto?

«No, però da bambino andavo a messa con mia nonna e, senza rendermene conto, mentre facevo tutt’altro, credo di averne assorbito la liturgia. Ricordo che giocavo con i robottini e tornavo in me solo al momento di cantare Laudato si’. Forse, a pensarci oggi, un seme della passione per lo spettacolo arriva da lì. La messa è anche, appunto, una grande messa in scena: con i suoi tempi, costumi, parole. C’è chi conduce e c’è un pubblico».

Dal passato al futuro, sta per arrivare Blade Runner 2099 che ha girato ormai un paio di anni fa.

«Proprio di recente è stato terminato il doppiaggio in italiano. Sembra “la novella dello stento, che dura tanto tempo e non finisce mai” (ride). Che posso dire? Mi sono divertito tantissimo. Abbiamo lavorato a Praga su un set enorme, con un cast eccezionale, a cominciare da Michelle Yeoh e Hunter Schafer, quattro registi… Sono entrato fisicamente dentro un immaginario che ho amato da spettatore. Il primo Blade Runner è uno dei miei film preferiti in assoluto».

Sta lavorando tantissimo.

«Ho fatto tanta roba, è vero, ma lo sa perché? Non avendo mai avuto un ruolo da protagonista ho costruito la mia carriera sulle opportunità che i registi o le produzioni mi offrivano. Se interpreti un grosso personaggio puoi anche permetterti di stare fermo un giro del Monopoly. Ma se le parti sono piccole ne devi mettere insieme tante, un po’ per guadagnarti da vivere, un po’ per crearti un percorso artistico».

Le manca lo status dell’attore protagonista?

«Mi mancano le cose belle. Metti che ti diano un minuto, se riesci a realizzare una grande scena, in quel momento tu sei il protagonista. Poi è chiaro, noi attori siamo bambini e i bambini vogliono l’attenzione: “Mamma mi guardi mentre faccio i tuffi?”».

Roma elastica del francese Bertrand Mandico era al festival di Cannes. Lei che ruolo ha?

«Sa che non le so rispondere? Bertrand mi ha detto: “Devi essere un misto fra Marcello Mastroianni e Vittorio Gassman”. Gli ho risposto: “Ma sei sicuro? Guarda che sono due bestie enormi”. Il film è una specie di happening. Mandico è un regista-artista, per lui gli attori sono un colore, un pezzo di pongo. Gli ho proposto qualche idea, lui era felice, io ero felice. Ho ballato…».

Ha ballato anche in The New Pope e quella scena è finita su uno schermo gigante a Los Angeles dopo l’elezione di Leone XIV. Danza anche nella vita?

«Sì. Lo uso come training in casa, perché sono un gran vagabondo e fare sport, tennis a parte, mi fa fatica. Ma per recitare il corpo deve rimanere allenato e così ballo 40-50 minuti, faccio una gran sudata e poi vado in doccia. Metto su un po’ di tutto, da David Bowie a Kanye West, Bruno Mars, Michael Jackson, la colonna sonora di Dirty Dancing e mi scateno, possibilmente in mutande».

Della sua vita privata non si sa praticamente nulla. Le piace essere misterioso?

«Trova? Ci tengo molto alla mia privacy. Ho una passione per questo mestiere, ma non ho il carattere giusto per farlo. Cerco di tenermi lontano dagli altri attori non perché non mi piacciano, ma perché amo troppo la recitazione. Per me è un atto puro che spesso non coincide o cozza con il nostro ambiente che è fatto di troppi lustrini che per lo più non servono a niente».

Un genere o un film che proprio non le vanno?

«Parasite di Bong Joon-ho (Palma d’oro e quattro Oscar, ndr) l’ho trovato odioso, una roba vista e stravista. E non sopporto le storie melense senza epica».

Tipo?

«Eh, qui se parlo rischio di non lavorare più in Italia».

Sul Venerdì del 4 settembre 2026

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