✕

Mariarosaria Taddeo: “Alle urne senza fake”

Ascolta l'audio

Sì, ma come? Perché ormai foto fasulle come quella di Schlein e Vannacci insieme inquinano la politica. La ricetta da Oxford di una esperta di etica digitale
3 minuti di lettura

l digitale può rendere il vero indistinguibile dal falso, polarizzare il dibattito, orientare silenziosamente le scelte degli elettori. È un’infrastruttura della democrazia, ma anche una delle sue possibili insidie, avverte Mariarosaria Taddeo, docente di Digital ethics and defence technologies all’Università di Oxford e ospite della tredicesima edizione del Festival della Comunicazione. «Proliferazione di deepfake, vulnerabilità nella cybersecurity e profilazione degli elettori sono elementi problematici».

Il prossimo anno l’appuntamento in Italia è con le elezioni politiche. Sono rischi già concreti? «Molto. Mentre al voto statunitense del 2024 ci si preoccupava che le fake news diventassero mezzo di ingerenza ostile dalla Russia o da Paesi alleati, oggi temo più i cattivi utilizzi …

l digitale può rendere il vero indistinguibile dal falso, polarizzare il dibattito, orientare silenziosamente le scelte degli elettori. È un’infrastruttura della democrazia, ma anche una delle sue possibili insidie, avverte Mariarosaria Taddeo, docente di Digital ethics and defence technologies all’Università di Oxford e ospite della tredicesima edizione del Festival della Comunicazione. «Proliferazione di deepfake, vulnerabilità nella cybersecurity e profilazione degli elettori sono elementi problematici».

Il prossimo anno l’appuntamento in Italia è con le elezioni politiche. Sono rischi già concreti? «Molto. Mentre al voto statunitense del 2024 ci si preoccupava che le fake news diventassero mezzo di ingerenza ostile dalla Russia o da Paesi alleati, oggi temo più i cattivi utilizzi dall’interno».

Quali?

«Inquinare il dibattito politico, creare diversivi, orientare la narrazione, distogliere dalla verità. Una manipolazione digitale a fini propagandistici che trascini il discorso politico verso nuovi picchi in basso».

Esempi?

«Di recente circolava la foto fake di un presunto incontro tra Schlein e Vannacci. L’obiettivo primario non è minare la fiducia nelle istituzioni, ma rendere irriconoscibile il vero dal falso, innestare il dubbio in tutti noi»

E lo scopo di queste operazioni?

«Eliminare il dato di realtà. Pensiamo alla discussione sui vaccini, dirottata da fake news sull’esistenza stessa della pandemia. Lo abbiamo visto anche fuori dai confini nazionali: gli influencer che negavano i bambini morti a Gaza. Questo relativismo estremo della verità ci allontana dal dato di fatto, che è la prima condizione per il confronto».

Schlein ha poi dovuto smentire la veridicità di quella foto.

«Perché era molto credibile, e questo è un problema. Le fake news, come la propaganda, esistono dalla Prima guerra mondiale. Il digitale però le accelera, potenzia e perfeziona: non solo crea contenuti indistinguibili dal vero, ma permette anche di identificare chi sarà più disposto a crederci e a divulgarli. Anche la smentita perde di forza: se vedo cento post che favoriscono un contenuto falso, l’unica goccia contraria si perde in un mare troppo ampio».

Qual è il rischio?

«Polarizzare il dibattito per paralizzarlo. Quando le cose sono solo bianche o nere la discussione politica diventa sterile, una sorta di albero cavo: resta la forma, la burocrazia, ma il processo decisionale si svuota. Lo abbiamo visto con la Brexit, vissuta come un sì o un no, come se il discorso non si potesse articolare».

C’è poi l’uso dell’Ia generativa per contenuti di propaganda evidentemente falsi. È nato un nuovo linguaggio politico?

«Andremo sempre più in questa direzione. I contenuti online devono essere di immediata fruizione, intuitivi. Quando sono usati a fini propagandistici, diventano vignette svilenti. Un video come quello ricondiviso da Vannacci (in cui i leader dell’opposizione vengono giustiziati in un’arena) è un ottimo esempio. Gli oppositori diventano nemici, al confronto con l’altro si sostituisce la pena capitale ed ecco che si è trivializzata l’essenza del dibattito democratico».

Di chi è la responsabilità?

«Bisognerebbe appellarsi alla deontologia professionale dei politici, ma anche al giudizio dei cittadini: tutto questo esiste perché c’è un cliente che compra. Il voto dovrebbe comportare un impegno minimo, non essere a costo zero. La responsabilità maggiore, però, è delle piattaforme: bisogna rendere chiaro quando un contenuto è vero e quando non lo è. Se vogliono essere luoghi di dibattito pubblico, da cui traggono profitto, devono assumersi questa responsabilità civica».

L’Ai Act è sufficiente? «È perfettibile, ma ha chiarito i rischi più gravi e ha definito uno standard europeo. L’approccio è il punto di forza: capire che bisognava regolamentare in funzione del rischio. Ha bloccato l’uso degli algoritmi per il riconoscimento facciale, ad esempio, tema su cui l’Italia ha fatto un tentativo fuori luogo di forzare la mano».

Perfettibile in che modo? «Non ha aperto alla regolamentazione dell’intelligenza artificiale a fini militari e di difesa nazionale. È un vuoto enorme, con ripercussioni sulle nostre democrazie. Non c’è un Paese che non abbia già una voce in bilancio: l’Ucraina usa droni completamente autonomi, Israele si è affidata ad algoritmi per identificare, tracciare e colpire i target a Gaza e in Iran. Secondo il magazine +972, gli ufficiali avevano dieci secondi per validare le indicazioni della macchina. Sono sufficienti? È una domanda etica prima che tecnica, che necessita di risposte normative. Ma la volontà politica si è affermata prima di quella civile».

Scenari auspicabili? «L’Ia è uno strumento nelle nostre mani e ha un grandissimo potenziale. Può essere di supporto per aiutare i cittadini a capire la sostanza di atti complessi, una bolletta, i costi delle accise, a trovare servizi. E può essere usato dai policy maker per analizzare dati e prendere decisioni efficaci per affrontare fenomeni complessi».

Il suo intervento al Festival si intitola Il coraggio di deliberare. Che cosa vuol dire nell’era degli algoritmi?

«Di riprendere il controllo per decidere insieme. Il digitale ci ingabbia tra simili e prospera sulla nostra prevedibilità. Deliberare richiede di uscire dal recinto, di esporsi a chi la pensa diversamente e di ascoltarlo, di correre il rischio di cambiare idea. È un esercizio più lento e più faticoso, ma è così che una somma di individui torna a essere collettivo e a decidere del proprio futuro».

Leggi i commenti