Ho visto a Venezia un film iraniano che è un capolavoro di grazia e coraggio. Non so che distribuzione troverà in Italia, spero però che lo vedano in tanti. Si intitola Moragheb (Falling House) ed è il racconto di come la vita di tre donne iraniane – una madre e due figlie di età differenti – possa diventare un incubo nelle mani di un padre che da amorevole si fa, letteralmente, carceriere. In una casa che le ruspe stanno per buttare giù perché lì deve passare un’autostrada. Ed è chiaro che la casa è l’Iran, il padre il governo, le figlie la resistenza che non si adatterà, come ha fatto la madre. Non si farà fermare da nulla.
Ma questo è solo quello che possiamo leggere dentro una storia che è fatta di immagini quotidiane, confidenze, risate, sogni, paura. Piccoli particolari tutti densi di significato. Con un cast di attori straordinari e una regia struggente. Quello che mi ha colpita, però, non è solo questo. A farlo sono state le cose dette dal regista Mohsen Gharaei subito dopo il…
Ho visto a Venezia un film iraniano che è un capolavoro di grazia e coraggio. Non so che distribuzione troverà in Italia, spero però che lo vedano in tanti. Si intitola Moragheb (Falling House) ed è il racconto di come la vita di tre donne iraniane – una madre e due figlie di età differenti – possa diventare un incubo nelle mani di un padre che da amorevole si fa, letteralmente, carceriere. In una casa che le ruspe stanno per buttare giù perché lì deve passare un’autostrada. Ed è chiaro che la casa è l’Iran, il padre il governo, le figlie la resistenza che non si adatterà, come ha fatto la madre. Non si farà fermare da nulla.
Ma questo è solo quello che possiamo leggere dentro una storia che è fatta di immagini quotidiane, confidenze, risate, sogni, paura. Piccoli particolari tutti densi di significato. Con un cast di attori straordinari e una regia struggente. Quello che mi ha colpita, però, non è solo questo. A farlo sono state le cose dette dal regista Mohsen Gharaei subito dopo il film, in una sala piena di iraniane esuli in Italia e non di addetti ai lavori. Ha detto che sì, è vero, dopo questo film la sua vita non sarà più la stessa. Non nel senso in cui potrebbe dirlo qualsiasi persona in Italia o in Francia o perfino negli Stati Uniti di Trump. Ma nel senso di chi – in Iran – è da oggi un perseguitato. Lo è lui, lo è il suo cosceneggiatore, lo sono gli interpreti.
Mentre la guardo, mi chiedo se lo sia anche la ragazzina che ha accanto – Elena Khakbazan – che nel film interpreta la figlia più giovane ed è qui, incantevole, tutta vestita di bianco. Soprattutto mi chiedo se siamo in grado di capire – ora che sono sempre meno coloro che possono ricordarlo – cosa significhi vivere sotto un regime totalitario. Siamo così impegnati a vedere i difetti delle nostre democrazie da permettere che rivisitazioni, rielaborazioni e relativizzazioni di quel che sono stati il fascismo, il nazismo, il comunismo in Unione sovietica, o di quel che significhi vivere nella Russia di Putin o nella Cina di Xi Jinping, si fanno strada senza trovare gli anticorpi necessari. Continuo a chiedermi come sia possibile che nel nostro Paese ci sia chi sostiene chi ha aggredito l’Ucraina e sta dalla parte dei fondamentalisti di Teheran. Com’è possibile che permettiamo alle idee di un ex generale apertamente nostalgico del fascismo di circolare liberamente, tanto da aprirgli le porte di Cernobbio, il think tank dell’industria e della finanza italiane. Come fosse normale, come fosse accettabile. La presidente del Consiglio ha detto al New York Times qualche settimana fa che il fascismo visto oggi è una cosa brutta, certo, ma bisogna capire il contesto, magari se fossimo vissuti allora il nostro giudizio sarebbe stato diverso. E nessuno le ha chiesto: in che senso, diverso? C’è un contesto per cui la privazione della libertà è accettabile? Io dico di no. Vorrei lo dicessimo tutti.
Sul Venerdì dell’11 settembre 2026