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Meglio restarsene in provincia

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QUESTIONI (NON SOLO) DI CUORE Ogni settimana le risposte alle lettere dei lettori
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Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125, Milano

Cara signora Aspesi, buongiorno! Grazie per la sua risposta alla lettera che, ancora una volta, ha scelto di pubblicare per la sua rubrica sul Venerdì del 28 agosto. Grazie soprattutto per il suo interessamento umano. Mi ha chiesto che cosa faccio in questa provincia meridionale e dunque provo a risponderle nel modo più completo. Figlio di una modesta famiglia di lavoratori, mia madre Eleonora ha sempre alternato due lavori: d’estate operaia per le fabbriche di pomodoro e nel resto dell’anno governante in casa d’altri o, all’occorrenza, signora di servizio; mio padre Mario, originariamente barbiere con il vizio del poker e, poi, portantino in ospedale: il posto fisso, tanto preteso da mia madre, gli impediva di gettare denaro nel gioco perché ovviamente al posto fisso corrispondeva uno stipendio certo. Io non ho vissuto i problemi e i drammi legati a quel periodo perché mio padre,…

Per scrivere a Natalia Aspesi: n.aspesi@repubblica.it o il Venerdì, via Ferrante Aporti 8, 20125, Milano

Cara signora Aspesi, buongiorno! Grazie per la sua risposta alla lettera che, ancora una volta, ha scelto di pubblicare per la sua rubrica sul Venerdì del 28 agosto. Grazie soprattutto per il suo interessamento umano. Mi ha chiesto che cosa faccio in questa provincia meridionale e dunque provo a risponderle nel modo più completo. Figlio di una modesta famiglia di lavoratori, mia madre Eleonora ha sempre alternato due lavori: d’estate operaia per le fabbriche di pomodoro e nel resto dell’anno governante in casa d’altri o, all’occorrenza, signora di servizio; mio padre Mario, originariamente barbiere con il vizio del poker e, poi, portantino in ospedale: il posto fisso, tanto preteso da mia madre, gli impediva di gettare denaro nel gioco perché ovviamente al posto fisso corrispondeva uno stipendio certo. Io non ho vissuto i problemi e i drammi legati a quel periodo perché mio padre, per amore di mia madre, dopo aver chiuso la barberia non ha mai più toccato le carte. Malgrado qualche ristrettezza economica, fortemente combattuta da una madre che sarebbe potuta e potrebbe essere una eccellente ministra delle finanze, non ci è mai mancato nulla: né il necessario né il superfluo. Sono cresciuto onestamente in un contesto sociale agiato: sa, nella provincia vigeva ancora il principio che era doveroso frequentare chi era socialmente più in alto per essere migliori. Ho trascorso l’infanzia con una zia leggendaria che si chiamava Flora… Alessandro Basso

Lei mi ha fatto pensare a quanta gente di valore si nasconde nel nostro Paese. E non ne vuole uscire. Mi scusi se ho di molto tagliato la sua lettera, ma in fondo la seconda parte potrei ritenerla dedicata a me. Anche quando mi spiega perché non abbandona la sua piccola città del Sud: perché lei è “un romantico, un nostalgico, uno attaccato a questa provincia pur odiandola tremendamente”. Poi ci ho molto riflettuto: i piccoli centri hanno una loro grandezza, se lei uscisse dal suo solido nido, allontanandosi dai suoi affetti, che cosa troverebbe? Un governo di destra che sta languendo per Vannacci, una opposizione che probabilmente perderà le elezioni con in mezzo Conte, guerre di scemi che hanno grande potere, la bomba atomica… Già nel suo piccolo, lei mi racconta,ha provato la stupidaggine dei suoi colleghi. Guardi, anche con il mio “permesso”, resti dove è.

Io, mia moglie, la fede e il ricordo di due sacerdoti

24 ottobre 1981, da Assisi iniziava il nostro breve, ma indimenticabile, viaggio di nozze. Io e mia moglie Francesca arrivammo nel primo pomeriggio e subito ci sentimmo avvolti dalla soavità di quella giornata dedicata a San Francesco. Sono trascorsi quarantacinque anni e insieme condividiamo 169 anni di vita. Giorni fa ho appreso che il rabbino Alon Goshen-Gottstein, instancabile sostenitore della riconciliazione tra i popoli, ha realizzato proprio ad Assisi un luogo dove la preghiera diventa un’esperienza capace di favorire la purificazione, la crescita spirituale, l’ascolto e il rispetto reciproco. Era anche il sogno di padre Luca De Rosa (mio compaesano di Afragola e dal 1995 Postulatore generale delle cause di Beatificazione e Canonizzazione) e di padre Berardo Capezzali, due francescani che abbiamo avuto il privilegio di incontrare e che, per oltre quarant’anni, sono stati per noi un sicuro punto di riferimento. Due sacerdoti indimenticabili, ricchi di umanità, bontà e autentico entusiasmo evangelico. Perché è anche con loro, che, tanti anni fa, ho scoperto la pace. Raffaele e Francesca

Io sono una persona laica, ma sono felice quando una persona rivela il suo essere cattolico. Io vi ammiro, vorrei essere come voi. Io non lo sono e spero mi perdoniate.

Le nostre fotografie non devono appartenere a tutti

Cara Natalia Aspesi, ho letto con interesse la notizia della cameriera licenziata dopo aver pubblicato sui social le fotografie dei festeggiamenti per il proprio compleanno, nel giorno in cui aveva comunicato di essere assente dal lavoro per malattia. Il tribunale di Bologna ha poi ritenuto illegittimo il licenziamento, considerando quelle immagini insufficienti a dimostrare una malattia simulata. Compleanni, cene, vacanze, incontri, regali, sorrisi. Una fotografia racconta un istante, non un’intera giornata. Può immortalare un sorriso senza raccontare il dolore che è venuto prima o quello che arriverà dopo. Può mostrare una persona apparentemente serena senza dirci nulla di ciò che sta realmente vivendo. Forse dovremmo imparare nuovamente a custodire qualcosa per noi. Lo dico anche pensando a quanto è cambiato il modo di vivere i ricordi. Una volta una fotografia rimaneva in un album, veniva riguardata dopo anni e acquistava valore proprio perché apparteneva alla nostra storia personale. Questa vicenda dovrebbe insegnarci una cosa semplice: non tutto ciò che vediamo racconta l’intera verità. Prima di giudicare qualcuno da una fotografia, dovremmo ricordarci che dietro quell’immagine esiste una persona, con la sua vita, le sue fragilità e una storia che noi non conosciamo. I social ci hanno dato la possibilità di mostrare tutto. Ma non ci hanno dato il diritto di sapere tutto. E forse, ogni tanto, sarebbe bello tornare a vivere qualcosa senza fotografarlo, senza pubblicarlo e senza preoccuparci di chi lo vedrà. Francesco Vitale, Catania

Diciamo prima di tutto che la ragazza non doveva ritenersi libera di mostrare le fotografie del suo compleanno, proprio il giorno stesso, rischiando, come è capitato, il licenziamento, che il tribunale di Bologna ha poi ritenuto illegittimo. Oggi, soprattutto le signore hanno trovato il modo di farsi fotografare irragionevolmente, o anche no, in uno specchio d’acqua, nella tempesta, con i cani ecc. Lei ha ragione, se si tratta di pubblicità, cose loro, va bene. Ma una fotografia quasi sempre, se tenuta in un album, dopo anni acquistava valore perché apparteneva alla nostra storia personale. Adesso le fotografie sono un diluvio e ci si chiede quando diventeranno obsolete. Forse nel momento stesso in cui saranno pubblicate, scomparendo agli occhi abituati tra mille fotografie.

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