Scuola, il referendum del Partito Gay a quota 500 mila firme. “Grazie anche alla Cgil”
di Federica VenniA scuole chiuse, con i cortili deserti battuti dal sole d’agosto, era scattata una scommessa tanto pugnace quanto di testimonianza. E ad altissimo rischio boomerang. “Sì Educazione Affettiva nelle scuole” è il referendum promosso dall’omonimo comitato che ha come portavoce Fabrizio Marrazzo e Marina Zela, fondatori del Partito Gay LGBT+, un microcosmo politico della complessa galassia arcobaleno che ha alcuni eletti nei consigli comunali. La battaglia in poche settimane ha raccolto le 500 mila firme online necessarie, con un unico obiettivo: abrogare la legge Valditara che, in vigore da luglio, vieta nelle scuole dell’infanzia e primarie le attività riguardanti temi attinenti alla sessualità e impone, alle medie e alle superiori, il consenso preventivo delle famiglie.
A scuole chiuse, con i cortili deserti battuti dal sole d’agosto, era scattata una scommessa tanto pugnace quanto di testimonianza. E ad altissimo rischio boomerang. “Sì Educazione Affettiva nelle scuole” è il referendum promosso dall’omonimo comitato che ha come portavoce Fabrizio Marrazzo e Marina Zela, fondatori del Partito Gay LGBT+, un microcosmo politico della complessa galassia arcobaleno che ha alcuni eletti nei consigli comunali. La battaglia in poche settimane ha raccolto le 500 mila firme online necessarie, con un unico obiettivo: abrogare la legge Valditara che, in vigore da luglio, vieta nelle scuole dell’infanzia e primarie le attività riguardanti temi attinenti alla sessualità e impone, alle medie e alle superiori, il consenso preventivo delle famiglie.
Il referendum potrebbe tenersi nel 2028, a nuovo governo – di vecchio o mutato colore – insediato da mesi. Una battaglia contro regole dal retrogusto medievale, ma che rischia di schiantarsi contro la vetrina elettorale. Cammin facendo, si sono fatti avanti per sostenerla anche Arcigay e Verdi, e ieri Marrazzo ha raccontato di essere stato contatto dal Pd e dal Movimento 5 Stelle: ora deve muoversi la politica, ha detto. Ad appoggiare e a rilanciare la campagna, dal primo giorno, pur senza far parte del comitato promotore, è stata invece nientemeno che la Flc Cgil. Mica un sindacato qualunque. Sotto la guida (prima volta per una donna), di Gianna Fracassi, già vice di Maurizio Landini. Un sostegno-non sostegno, convinto nel merito ma timido sul metodo, che, ammette lei stessa, rivela le fragilità della proposta.
Fracassi, perché avete deciso di rilanciare questa campagna?
«Ci tengo a precisare che non siamo tra i promotori del referendum. Abbiamo appreso dell’iniziativa in agosto e ricevuto molte sollecitazioni dalle nostre Rsu e dagli iscritti perché la sostenessimo. Non facciamo parte del comitato, non abbiamo mai parlato con i suoi membri e non ne siamo i portavoce, ma condividiamo la proposta e la diffondiamo attraverso i nostri canali. È coerente con quanto abbiamo detto anche in audizione parlamentare: per noi la legge Valditara è una pessima norma e va cancellata».
Bene. Ma promuovere, a un anno dalle elezioni, un referendum che si farebbe nel 2028 che senso ha? Se il governo cambia colore, il centrosinistra farà della Valditara carta straccia. Se resta Meloni si rischia, su un tema così divisivo, di lanciarle un assist non da poco. Perché la Cgil si espone a un probabile autogoal?
«Se avessimo deciso autonomamente, probabilmente non avremmo scelto questa strada, per noi occorre una legge sull’educazione sessuo-affettiva. Ma l’iniziativa esiste e ne condividiamo l’obiettivo. Ci auguriamo soprattutto che riapra il dibattito su una legge sbagliata e arretrata rispetto ai bisogni della scuola e della società».
Quindi sostenete un referendum sulla cui efficacia avete dubbi.
«Sosteniamo l’abrogazione. Il referendum può spingere la politica a misurarsi con un tema troppo importante per essere affrontato con un approccio ideologico e di parte. In questi anni sono state presentate diverse proposte sull’educazione sessuo-affettiva, ma nessuna è arrivata in fondo. L’unica norma approvata va nella direzione opposta».
Ma cancellare la legge Valditara non introdurrebbe automaticamente l’educazione sessuo-affettiva. E in questo il titolo del referendum è un po’ ingannevole.
«Sì, l’abrogazione non basta. Come dicevo, occorre una legge della quale il Paese è privo. Molte scuole hanno già fatto tanto, ma serve una proposta organica. Il referendum può contribuire a crearne le condizioni politiche».
Ne è sicura? Gli ultimi referendum della Cgil, meno divisivi di questo, si sono fermati intorno al 30 per cento. Pensa davvero che questo possa raggiungere il quorum?
“Sul quorum premetto che la domanda andrebbe fatta ai promotori. Detto ciò, so che il tema è divisivo e la consultazione presenta rischi. Ma nel dibattito si sono diffuse molte falsità, a cominciare dalla cosiddetta “teoria gender”, evocata come minaccia senza che nessuno sappia davvero che cosa sia».
Se prevalesse l’astensione, però, la sconfitta non finirebbe per rafforzare proprio Valditara e la sua impostazione?
«Questa è sempre una valutazione che compete ai promotori. Noi non ci sottraiamo ai dubbi, ma la scuola deve avere strumenti per evitare che ragazze e ragazzi siano lasciati soli. C’è una responsabilità delle famiglie, ma anche della scuola. Non si tratta di insegnare “cose strane”, bensì di accompagnare i giovani nelle relazioni e contrastare disparità e violenza sulle donne. Oggi le prime conoscenze dei ragazzi passano spesso dai social e dalla rete. Non possiamo abbandonare un tema così delicato al caos: serve un processo educativo intenzionale».
Cosa sta succedendo nelle scuole? Avete già riscontrato conseguenze della nuova legge?
«È presto. Le scuole stanno costruendo i piani dell’offerta formativa. Se prevederanno attività di questo tipo, dovranno chiedere il consenso alle famiglie. Ma oggi gli istituti sono assorbiti anche da precariato, carenza di insegnanti, salari e condizioni di lavoro. Emergenze fondamentali. Per dirne una, il 70 per cento degli edifici non è climatizzato. Ma la scuola non può ritirarsi sui temi della sessualità. Da tempo vediamo un arretramento culturale, un orientamento regressivo che va fermato».
Sul Venerdì dell’11 settembre 2026