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Ha senso studiare nell’era dell’Ia?

«Più che mai», spiegano gli svedesi Torkel Klingberg e Åsa Wikforss, neuroscienziato lui e filosofa lei, membri degli istituti che assegnano diversi Nobel
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Belli i muscoli. Ma una cosa è averli come risultato di tanto allenamento, che fa bene al fisico nel suo complesso. Tutt’altra è gonfiarli con gli anabolizzanti. Un discorso simile vale per la conoscenza. Una cosa è conquistarla con lo studio e qualsiasi altra fatica intellettuale. Tutt’altra è conquistarla attraverso la seducente scorciatoia dell’intelligenza artificiale. Arrivi prima a destinazione ma ti perdi tutto il viaggio. Che, lo sanno ormai anche le pietre, nella vita è l’essenziale. Perciò, sostengono il neuroscienziato Torkel Klingberg e la filosofa Åsa Wikforss in Perché imparare se le macchine sanno già tutto? (Feltrinelli), non è mai stato così importante studiare. Sì, proprio nel momento storico in cui i frutti del sapere sono più a portata di mano, a un clic di distanza, bisogna evitare la pigrizia e riscoprire quella che Hegel aveva battezzato “fatica del concetto”. Pena l’inflaccidimento terminale di quello che resta dei nostri cervelli già messi a dura prova dai social.

Con gli autori, rispettivamente membri del Karolinska Institutet e dell’Accademia Svedese che assegnano vari premi Nobel, ho parlato via Zoom. Confessando subito, un po’ provocatoriamente, di aver fatto prima leggere il loro libro dall’intelligenza artificiale, in pochi secondi, per poi leggerlo io in tre-quattr’ore e formulare infine le domande, secondo un’interazione uomo-macchina che diventerà sempre più ordinaria.

Conosco una ragazza, piuttosto sveglia, che ha appena passato un test di ammissione all’università facendosi aiutare da ChatGpt: cosa rischia lei e la società nel suo complesso se sempre più ragazzi faranno lo stesso?

Klingberg: «Che la plasticità cognitiva e la memoria di lavoro peggiorino. È dimostrato che ogni anno scolastico aumenta in media il quoziente intellettivo di due punti. Per quale motivo? Perché il cervello viene sfidato e sviluppa muscoli cognitivi. Se cominciamo a esternalizzare ogni tipo di attività, dal riassunto alla scrittura, è come se smettessimo di guidare e ci mettessimo nel posto del passeggero e, come succede ai tassisti che fanno troppo affidamento alle mappe digitali, peggioreremmo le nostre performance piuttosto alla svelta». Wikforss: «Ovviamente quello dell’esternalizzazione è un fenomeno vecchio come le calcolatrici elettroniche, ma lì si trattava solo di una funzione mentre oggi sono praticamente tutte: un vero salto di qualità!».

Quanto tempo ci vorrà per quantificare l’istupidimento portato da questa delega così generalizzata alle macchine? Klingberg: «L’Effetto Flynn, dall’omonimo psicologo neozelandese che lo teorizzò, dice che i punteggi medi nel QI della popolazione sono aumentati costantemente di circa 3 punti all’anno nel corso del XX secolo. La tendenza ha invertito il segno a partire dall’uso di internet. Una cosa sono i videogiochi che costituiscono una sfida cognitiva. Tutt’altra i social media, che sono passivi e ci ottundono. L’Ia rischia di fare anche peggio. Quanto ai tempi, gli effetti si vedono già ma serviranno anni per documentarli con studi scientifici».

Contromisure per contrastare l’atrofia che ci stiamo provocando? Wikforss: «In uno slogan? Brain first, usare sempre prima il cervello ed eventualmente ingaggiare l’Ia per affinare ciò che avete pensato voi. Oppure, detta altrimenti, qualsiasi attivazione della memoria di lavoro fa bene, insieme con lo sviluppo delle competenze fondamentali tipo lettura e scrittura. E quando dico lettura, intendendo “lettura profonda”, di testi lunghi e complessi, non didascalie di TikTok». Klingberg: «I social media hanno già abbondantemente dimostrato che cosa possono fare alla nostra attenzione. Uno studio recente segnala come la vera svolta sarebbe toglierli… ai genitori, prima ancora che ai figli. Consiglio di smettere o minimizzarne l’uso a non più di mezz’ora al giorno».

Fatico a immaginare un futuro dove l’Ia non entri profondamente in classe. Il ruolo degli insegnanti, a quel punto, quale sarà? Klingberg: «Sono convinto che l’Ia possa avere un ruolo nell’istruzione. Non tanto i bot attuali che ci danno la pappa pronta ma altri addestrati a sviluppare una specie di dialogo socratico con gli studenti. L’importante è non replicare l’errore fatto con i social, il cui scopo non è mai stato contribuire alla fioritura psicologica dell’individuo, quanto piuttosto a un furto su larga scala della sua attenzione».

Voi scrivete che, per sviluppare un pensiero critico, non basta cercare le cose online ma bisogna avere una dotazione di conoscenze pregresse nella propria testa a cui le informazioni nuove potranno agganciarsi… Wikforss: «Certo. Il pensiero critico non è una facoltà universale ma varia da disciplina a disciplina: più si possiede una conoscenza approfondita, più si può sviluppare un pensiero critico. Quelli convinti di averlo ma che ignorano i fatti finiscono dritti nelle teorie della cospirazione, come Covid e crisi climatica hanno ben dimostrato».

Come si può “vendere” a un adolescente la necessità di sapere delle cose? Wikforss e Klingberg: «Per diventare intelligente devi farti dei muscoli cognitivi, devi sapere delle cose. Altrimenti ti fregheranno in tanti modi diversi».

Descrivete bene il flow, quello stato di grazia che si prova mentre si scrive, si suona o si compie un’altra attività intellettuale che ci fa stare bene. Chi l’ha provato sa che l’Ia non può riprodurlo. Temete che, se tutti prendessero la scorciatoia dei bot, avremmo una società di depressi? Wikforss: «Sì. Sta già succedendo con i social, studiati da più tempo. I giovani non temono solo, come in America e Svezia, che l’Ia toglierà loro il lavoro ma dicono anche che li sta rendendo più infelici. Che senso ha faticare se non ci saranno possibilità di impiego?».

Klingberg: «Quando parlano di Ia i guru tecnologici vengono fischiati all’università. Mentre un sondaggio recente tra gli studenti di Stanford dice che l’Ia li ha già resi più stupidi. Una resistenza, la loro, che è solo agli inizi».

Oltre a questi rischi cognitivi immaginate anche rischi per la democrazia: come difendere un sano dibattito pubblico quando l’Ia rinforza i nostri pregiudizi? Wikforss: «Anche qui, la polarizzazione è aumentata molto con i social ma fake news, troll e deepfake alimentati dall’Ia potrebbero peggiorare molto il quadro. Soluzioni? I politici dovrebbero usare argomenti più ragionevoli e meno incendiari. Le piattaforme dovrebbero intervenire di più su quanto si scrive al loro interno, responsabilità del tutto saltata con Trump. E si dovrebbero inventare modalità di partecipazione attiva dei cittadini. Mi rendo conto che è un vasto programma». Klingberg: «L’unica buona notizia è che i contenuti creati dall’Ia potrebbero diventare così pervasivi da far schiantare, sotto il loro peso, i social media. Sarebbe il più grande contributo dell’Ia a ristabilire un paesaggio mediatico sano».

Tuttavia, e lo riconoscete nel libro, per taluni l’Ia generale potrebbe portare un salto in avanti di un secolo nei dieci anni successivi al suo arrivo. Alla fine dobbiamo più temerla o celebrarla? Klingberg: «Eh, domanda difficile. Posso cambiare opinione più volte in un giorno al proposito. Ci sono i rischi di istupidimento di cui parliamo, quelli esistenziali denunciati da altri ma anche il fatto che la ricerca biologica ha fatto passi da gigante grazie a AlphaFold che capisce come si ripiegano le proteine. Nel ruolo di intellettuale c’è però l’essere in grado di far convivere dentro di sé opinioni anche scisse».

Wikforss: «Ogni tanto mi viene da dire che, se potessi schioccare le dita e farla sparire, lo farei. Ma so che non è possibile e, alla fine, resto ottimista».

Obietto che, se potessi far sparire con uno schiocco di dita i social non avrei nessuna remora. Non così per l’Ia perché penso che se Alzheimer e simili saranno un giorno curabili lo dovremo alla ricerca potenziata dall’Ia. Alla fine concordiamo.

Che cosa rispondereste al genitore di qualcuno che si iscrive all’università e vorrebbe identificare una facoltà a prova di Ia? Wikforss: «I filosofi sono piuttosto ricercati. Più in generale qualcosa che insegni competenze legate al giudizio umano. Sapendo che toccherà studiare tutta la vita per non venire sostituiti».

Klingberg: «Ci sono specialisti che fanno questi conti. Ma se anche l’80 per cento degli attuali lavori sarà rimpiazzato significa che nel 20 per cento che sopravviverà ci sarà magari una domanda cinque volte maggiore. Non smetterò di ripeterlo: mai stato così importante studiare. Alla fine, dal momento che non si sa quanto e cosa cambierà, il consiglio più saggio – ma non lo è sempre stato? – è studiare ciò che ci piace, ciò che ci fa felici».

Propongo una distinzione anagrafica. Per persone della mia età, che, bene o male (vedi l’iniziale e banalotta citazione hegeliana in apertura che arriva dritta dal liceo), i muscoli se li sono fatti, l’Ia sembra un formidabile alleato. Mentre per ragazzi che ancora devono farseli è una minaccia molto seria. Siete d’accordo? Klingberg (ridendo): «Non mi arrenderei così presto fossi in lei. Continuare a sfidare il cervello è anche la migliore risposta contro la demenza». Wikforss: «Sono ovviamente anch’io più preoccupata per i ragazzi. Se non costruiscono le loro sinapsi, il loro sviluppo cognitivo è a rischio. Mentre noi possiamo sempre ricominciare a usare i muscoli che, da qualche parte, avevamo».

Sul Venerdì dell’11 settembre 2026

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