La mia folle vita con Jimi Hendrix: i ricordi di Eric, tecnico tuttofare
di Simona Orlando«Solo i cowboy restano accordati». Eric Barrett si scervella ancora sulla frase che Jimi Hendrix gli ripeteva in un modo da farla sembrare importante. «Non riesco a decifrarla», ci dice su Zoom. «Eppure ero il suo tecnico». E poi anche road manager, fixer, babysitter, e amico. Anche di altre leggende oltre a Hendrix: «Ho visto farsi la storia del rock». Il suo punto di vista privilegiato ora è nel bel memoir inglese Experienced: On the Road with Jimi Hendrix and Beyond (Sphere). Il 18 settembre saranno 56 anni dalla morte del musicista.
Il libro inizia con il live di Milano, 23 maggio 1968. Fu così bello?
«Per noi fu orribile. Avevo conosciuto la band di Jimi, gli Experience, poche ore prima a Londra. Il loro roadie si era calato un acido ed era scomparso. Chiamarono me. …
«Solo i cowboy restano accordati». Eric Barrett si scervella ancora sulla frase che Jimi Hendrix gli ripeteva in un modo da farla sembrare importante. «Non riesco a decifrarla», ci dice su Zoom. «Eppure ero il suo tecnico». E poi anche road manager, fixer, babysitter, e amico. Anche di altre leggende oltre a Hendrix: «Ho visto farsi la storia del rock». Il suo punto di vista privilegiato ora è nel bel memoir inglese Experienced: On the Road with Jimi Hendrix and Beyond (Sphere). Il 18 settembre saranno 56 anni dalla morte del musicista.
Il libro inizia con il live di Milano, 23 maggio 1968. Fu così bello?
«Per noi fu orribile. Avevo conosciuto la band di Jimi, gli Experience, poche ore prima a Londra. Il loro roadie si era calato un acido ed era scomparso. Chiamarono me. Alla dogana ci sequestrarono l’attrezzatura e la restituirono rotta. Lo show pomeridiano al Piper Club saltò e convogliarono tutti allo show serale. Si scoppiava. La corrente andava e veniva».
Jimi era furioso?
«“Fallo funzionare!” mi urlava frustrato. Non riusciva a distorcere. Mi trattò così male che decisi di licenziarmi. Non lo vidi mai più così. Dal giorno dopo, a Roma, fu l’uomo più dolce del mondo. “Resta” sussurrò. Perché Jimi non parlava, sussurrava. “Resta e diventa parte della famiglia”».
Era una famiglia?
«Sì, non si separava da band e tecnici. Affittava la stessa casa per tutti. Si riteneva un musicista, non una star. Non ci sono artisti così».
Nemmeno Bowie?
«Due geni con l’aura, cordialissimi. Ma Jimi viaggiava con un furgone e David con 17 camion. Con lui conobbi gli spacciatori di coca di ogni Paese».
Anche Jimi usava droghe.
«Mai eroina, nemmeno la citava mai. Il resto lo aiutava a superare una naturale timidezza. Al tempo la droga era frequente come una stretta di mano. Te la versavano nel bicchiere, te la tiravano sul palco. L’alcol invece non lo reggeva. E ci vedeva poco ma era troppo cool per portare gli occhiali».
Era lo stesso sul palco e fuori?
«Selvaggio sul palco, insulare e insicuro giù. Sempre ironico. Non si separava dalla chitarra e non la faceva toccare a nessuno. Solo le ragazze potevano distrarlo».
Non gli dispiaceva spaccare gli strumenti nelle esibizioni?
«Li brutalizzava finché non otteneva il suono che voleva. L’attrezzatura per ciò che aveva in testa non l’hanno ancora inventata. Iniziò “la battaglia degli ampli”: tentava di buttarli dal palco, io cercavo di tenerli su. Sennò mi toccava aggiustarli la notte. Gli segnalavo le chitarre da salvare».
Jimi Hendrix, 70 anni fa nasceva la leggenda
Le dava retta?
«Quasi mai. A Bologna sfasciò una Stratocaster meravigliosa. “Non aveva più niente da darmi”, disse. Non faceva calcoli. Era puro “momento”».
Vi circondavano strani personaggi.
«Forse il suo manager aveva preso soldi dalla mafia. Ci seguivano due italo-americani, molto discreti. Controllavano il loro investimento».
Com’era la vita al Benedict Canyon in California dove si era trasferito?
«A fine 1968 in villa veniva chiunque, ma quei quattro ragazzini al cancello che insistevano per incontrare Jimi non mi convinsero. Poi li riconobbi al tg: erano seguaci di Charles Manson. Per anni ci chiedemmo cosa sarebbe successo se li avessi fatti entrare».
Monterey Pop 1967, la chitarra bruciata di Jimi Hendrix
Hendrix soffriva di non avere un pubblico afroamericano?
«Il successo era arrivato grazie ai bianchi inglesi. Non sopportava le distinzioni, per lui tutta la musica era universale, ma gli bruciava: “Perché i fratelli non vengono a vedermi?”».
Visse episodi di razzismo?
«Era vessato dalla polizia. La sicurezza in hotel lo fermava sempre, alle sue ospiti non permetteva di salire in camera. In Texas lo chiamarono “negro”. E i neri lo criticavano perché suonava coi bianchi. Odiava le pressioni della fama. Un giorno crollò: cercava di buttare l’armadio da una finestra minuscola. Metafora di una battaglia persa».
«Non direi. Affittammo una proprietà lì vicino. Arrivarono gli hippie, pieni di erba e cristalli. Pensavano che Jimi fosse roba loro. Credeva nei loro ideali, ma era l’unico a condividere davvero con gli altri tutto quello che aveva. Arrivarono pure le Black Panthers che volevano convincerlo a separarsi dal “diavolo bianco”. In tutto quel caos alla fine non riuscì a provare con la sua nuova Band of Gypsys».
Eppure fu un’esibizione spaziale.
«Meno di altre. L’organizzazione fu un incubo. Certo, improvvisò The Star-Spangled Banner, l’inno nazionale americano. Come l’anno dopo, all’Isola di Wight. Chiese: “Come fa l’inno inglese?”. E lo suonò subito».
Jimi Hendrix improvvisa a Woodstock
Retroscena di quell’evento?
«“Cancella il volo”, mi ordinò. Voleva restare a New York nei suoi studi Electric Lady, ci aveva investito tutto. E temeva un po’: “In Europa mi avranno dimenticato”. Ma non poteva deludere 600 mila persone».
E lei lì suonò su Foxy Lady...
«Jimi venne a bordo palco: “Rimedia una spilla. Mi si sono rotti i pantaloni e sotto non ho le mutande”. Mentre si aggiustava nascosto dietro l’ampli, mi prese la mano e mi fece suonare. La mia vita è un regalo».
Poi il declino.
«A settembre riuscii a stento a imbarcarlo per la Germania. Era spremuto dai tour, insoddisfatto perché gli chiedevano i vecchi brani e non i nuovi, doveva pietire i soldi al manager per ogni cosa come un bimbo con la paghetta. Ebbe un delirio cosmico: “Sono stanco. Le stelle non si allineano. Tutti manichini. Mi sento una marionetta. I migliori suonano scordati. Ma solo i migliori, Eric”. Ecco ancora la storia dei cowboy».
Fu il suo ultimo live.
«Open Air Love and Peace Festival si chiamava. Una violenza inaudita: gente picchiata e derubata, spari. Gli Hells Angels volevano prendersi Jimi e la band».
Il 18 settembre fu trovato morto in una stanza di Londra.
«Per asfissia. La causa fu un conato di vomito dopo aver preso sonniferi. Non fu suicidio né overdose, solo un tragico incidente. Ci sentivamo indistruttibili».
Fu lei a ripulire il suo appartamento di New York.
«Devastante. Ogni oggetto un ricordo: la giacca indossata al Whisky a Go Go con Jim Morrison, le piume indiane, i diari. Una vita dentro lo scatolone e mille progetti all’aria».
Quali rimasero irrealizzati?
«Voleva passare un anno in studio per fare il disco del secolo. Gli Experience si sarebbero allargati: fiati, percussioni, archi. Un sound da big band. Poi un tour con tendone da Circo Barnum, per portare il live nelle periferie. La sicurezza scelta da lui, prezzi bassi, un set intimo da salotto con amici a sorpresa. Odierebbe gli show grandi e costosi di oggi».
Come va ricordato?
«Nel 1967 Pete Townshend vide Hendrix e disse: “Col cazzo che salgo sul palco dopo di lui”. Ecco chi era Jimi. Colui al quale nessuno può dare seguito».
Sul Venerdì dell’11 settembre 2026