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Non liberate il pesce rosso: fa male all’ambiente

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Dalla boccia di vetro alla distruttiva colonizzazione dei corsi d’acqua: così ilCarassius auratus sta eguagliando la fama (negativa) del granchio blu
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La minaccia squamosa si aggira silenziosa, fissando con freddi occhi senza palpebre chi gli sta intorno. Sembra innocua, con quel suo modo placido di muoversi, sventolando indolente le pinne, ma certo sta pensando a come evadere dalla sua boccia, e portare morte e distruzione là dove arriverà. A queste idee paranoiche porta la lettura di una ricerca diretta da William Hintz, ecologo dell’università di Toledo, che mostra come i pesci rossi domestici, Carassius auratus, originari delle acque dolci del Sud della Cina, possono diventare una seria minaccia ecologica se trovano la strada per raggiungere i nostri laghi, i fiumi o gli stagni.

«Abbiamo simulato vari tipi di ecosistemi lacustri, ricostruiti con sedimenti, piante, invertebrati e pesci, in grandi vasche sperimentali», ha spiegato Hintz sul Journal of Animal Ecology. «Alcuni di questi ecosistemi erano ricchi in nutrienti, altri avevano acque più povere». In parte di questi ecosistemi artificiali sono stati introdotti pesci rossi, …

La minaccia squamosa si aggira silenziosa, fissando con freddi occhi senza palpebre chi gli sta intorno. Sembra innocua, con quel suo modo placido di muoversi, sventolando indolente le pinne, ma certo sta pensando a come evadere dalla sua boccia, e portare morte e distruzione là dove arriverà. A queste idee paranoiche porta la lettura di una ricerca diretta da William Hintz, ecologo dell’università di Toledo, che mostra come i pesci rossi domestici, Carassius auratus, originari delle acque dolci del Sud della Cina, possono diventare una seria minaccia ecologica se trovano la strada per raggiungere i nostri laghi, i fiumi o gli stagni.

«Abbiamo simulato vari tipi di ecosistemi lacustri, ricostruiti con sedimenti, piante, invertebrati e pesci, in grandi vasche sperimentali», ha spiegato Hintz sul Journal of Animal Ecology. «Alcuni di questi ecosistemi erano ricchi in nutrienti, altri avevano acque più povere». In parte di questi ecosistemi artificiali sono stati introdotti pesci rossi, per vedere che cosa accadesse.

«L’effetto più evidente è stato il rapido peggioramento della qualità dell’acqua, soprattutto nei sistemi ricchi di nutrienti la trasparenza è diminuita drasticamente, per l’aumento delle particelle in sospensione. Questo accade perché i pesci rossi smuovono continuamente i sedimenti sul fondo, alla ricerca di cibo. È diventato poi sempre più evidente e rilevante l’impatto dei Carassius auratus sulla fauna: le popolazioni di lumache, anfipodi e zooplancton, fondamentali per il mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi, si sono ridotte sensibilmente, sia per la predazione diretta che per la minore trasparenza dell’acqua, che ha inibito la crescita dei vegetali». Infine è toccato agli altri pesci. «Le peggiori condizioni ambientali hanno avuto un impatto sulla loro abbondanza e forma fisica, anche perché i pesci rossi divoravano gran parte delle risorse alimentari disponibili, comprese le loro uova. In conclusione, tutti gli ambienti sono stati danneggiati, alcuni sono entrati in uno stato di collasso permanente, da cui tornare indietro è molto difficile», ha concluso Hintz.

Il monito lanciato dai ricercatori dell’ateneo spagnolo è rivolto soprattutto ai tanti che hanno la pessima abitudine di disfarsi dei pesci rossi, quando non se ne vogliono più occupare, gettandoli nel primo specchio d’acqua che trovano. «Sembra un gesto “animalista”, ma in realtà è un attacco a quell’ecosistema e a tutti i suoi abitanti», avverte Ester Cecere, biologa marina del Cnr. «Fuori dal loro habitat originario, e quindi in assenza dei predatori, parassiti e competitor che li tengono sotto controllo, i pesci rossi possono crescere per decenni, fino a pesare anche vari chili e diventare di fatto immuni ai nostri predatori, mentre con la loro voracità, prolificità e abitudine di scavare nel fondo, provocano i danni osservati dai colleghi dell’università di Toledo».

Lo sanno bene nella regione dei Grandi Laghi fra Canada e Usa, dove centinaia di specchi d’acqua sono ormai invasi da immensi banchi, tanto estesi che, nonostante si rimuovano ogni anno milioni di esemplari, in poco tempo tornano all’abbondanza originale. Il pesce rosso rappresenta anche la più grave emergenza nei corsi d’acqua in Australia occidentale: introdotti come pesci ornamentali, Carassius auratus giganti ora hanno colonizzato fiumi e paludi, spostandosi dai luoghi di rilascio anche per centinaia di chilometri per deporre le uova, decimando lungo il loro percorso le popolazioni di pesci e gamberi d’acqua dolce locali.

Le armi del Trentino

Anche in Italia i laghetti dei parchi cittadini e i fiumi a lento decorso ospitano già grandi popolazioni, che spazzano via pesci, anfibi e piante acquatiche autoctone, mentre in Trentino Alto Adige i laghi di Terlago e Loppio sono talmente invasi da questa specie da costringere le autorità a tentarne la rimozione tramite stordimento elettrico.

Ma perché simili pesci sono così invasivi? «Prima di tutto risultano molto adattabili: possono vivere in acque calde o fresche, limpide o torbide, ossigenate o quasi anossiche. Mangiano poi tutto ciò che trovano: alghe, crostacei, plancton, piante, molluschi, uova e larve di altri pesci o di anfibi. Inoltre sono estremamente prolifici, deponendo fino a 200 mila uova l’anno. Infine sono gregari, formando grandi banchi che scacciano aggressivamente la concorrenza dai loro territori».

Per questo eliminarli una volta insediati è quasi impossibile, nonostante i metodi ingegnosi ideati per provarci. Per esempio quello di dotare un pesce rosso di un trasmettitore, attendere che si unisca ad altri, così da individuare il banco ed eliminarlo tutto con reti o scariche elettriche. Oppure si tenta di tenerne sotto controllo il numero introducendo grossi pesci persico o pesci gatto, che puntano i Carassius auratus da allevamento proprio per il vistoso colore rosso, così diverso dal verde mimetico della varietà selvatica. Anche loro, però sono inefficaci contro gli esemplari più grandi, come quello di 30 chili pescato in un lago francese. Nei casi peggiori, quando possibile, le autorità arrivano persino a svuotare lo specchio d’acqua o ad avvelenare tutti i pesci al suo interno, pur di liberarsi del “mostro”.

«Ma in realtà il caso ricorda quello di tante altre specie trovate dove non sarebbero dovute finire. Le caratteristiche di versatilità, resistenza e voracità dei pesci rossi sono simili a quelle dei famigerati granchi blu, che stanno sterminando le vongole in Adriatico, dei gamberi d’acqua dolce della Louisiana che, scappati da allevamenti, hanno decimato quelli autoctoni italiani, fino alle tartarughe azzannatrici americane, anch’esse predatori rilasciati da acquari, che non hanno competitori nelle nostre acque. Insomma, chi alleva animali acquatici esotici non li rilasci mai in natura: il più delle volte li condanna a morte, ma quando sopravvivono in ambienti a loro del tutto estranei spesso è ancora peggio, possono provocare vere e proprie catastrofi ecologiche», conclude Cecere.

Sul Venerdì dell’11 settembre 2026

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