Un petroliere si pente per il riscaldamento globale. Ma è solo il nuovo romanzo di George Saunders
dalla nostra inviata Anna Lombardi«Mi ispirano quesiti cui non so dare risposte e mi tengono sveglio la notte. Questa volta mi sono chiesto: “Siamo così radicati nelle nostre convinzioni da non dubitare neanche in punto di morte?”, perché so che nel corso della vita creiamo immagini di noi stessi per tenere a bada l’ansia e affrontare la realtà. Armature di certezze che è difficile smontare anche quando sappiamo che sono palesemente false». George Saunders è lo scrittore americano inserito da Time nella lista dei più influenti al mondo, maestro di satira e letteralmente di gentilezza: la virtù che nel 2013 esaltò in un discorso ai neolaureati della Syracuse University, poi trasformato nel bestseller Congratulations, by the Way (in italiano L’egoismo è inutile, edito da minimum fax). Nel 2017 ha vinto il Booker Prize con Lincoln nel Bardo, dove dava voce a rimpianti e passioni di un gruppo di fantasmi riuniti intorno a Willie, defunto figlio undicenne del presidente. Romanzo ora trasformato in un’opera lirica che debut…
«Mi ispirano quesiti cui non so dare risposte e mi tengono sveglio la notte. Questa volta mi sono chiesto: “Siamo così radicati nelle nostre convinzioni da non dubitare neanche in punto di morte?”, perché so che nel corso della vita creiamo immagini di noi stessi per tenere a bada l’ansia e affrontare la realtà. Armature di certezze che è difficile smontare anche quando sappiamo che sono palesemente false». George Saunders è lo scrittore americano inserito da Time nella lista dei più influenti al mondo, maestro di satira e letteralmente di gentilezza: la virtù che nel 2013 esaltò in un discorso ai neolaureati della Syracuse University, poi trasformato nel bestseller Congratulations, by the Way (in italiano L’egoismo è inutile, edito da minimum fax). Nel 2017 ha vinto il Booker Prize con Lincoln nel Bardo, dove dava voce a rimpianti e passioni di un gruppo di fantasmi riuniti intorno a Willie, defunto figlio undicenne del presidente. Romanzo ora trasformato in un’opera lirica che debutterà al Met il 19 Ottobre, mentre nel 2027 uscirà il film, con Tom Hanks protagonista.
Nel frattempo Saunders è tornato ad affrontare lo stato di coscienza sospeso fra vita e morte in Veglia, dal 15 settembre in libreria per Feltrinelli: racconto dell’ultima notte di KJ Boone, amministratore delegato di una compagnia petrolifera e convinto negazionista climatico, visitato in punto di morte da fantasmi che cercano di mettere in crisi le sue certezze.
Dopo l’estate bollente appena trascorsa, il tema del negazionismo climatico è particolarmente attuale. «L’idea di base per il romanzo mi venne dopo aver letto un saggio dell’ambientalista Bill McKibben, che citava le dichiarazioni del magnate del petrolio Lee Raymond, ceo di Exxon dal 1993 al 2005: per lui il riscaldamento globale era una “teoria non dimostrata” nonostante lo confermassero ricerche della sua stessa azienda. Un discorso irresponsabile, parte di un’elaborata campagna di disinformazione volta a impedire ogni azione. Cominciai a immaginare un suo omologo novantenne e morente, chiedendomi se avesse rimorsi. Giocando con quest’idea mi resi conto che stavo citando altri libri...».
Quali? «La morte di Ivan Ilič di Lev Tolstoj. E Canto di Natale di Charles Dickens: Scrooge vive senza dubbi e si pente solo dopo la visita dei fantasmi del suo passato. Mi sono chiesto: possibile? La maggior parte di noi sostiene le proprie convinzioni tutta la vita».
È un romanzo filosofico? «Čechov diceva che la letteratura non deve risolvere problemi, ma formularli correttamente. I miei personaggi incarnano domande diverse. A visitare Boone ci sono dunque Jill, morta a 22 anni negli anni 70, convinta che non esistano colpe, solo karma. E il Francese: inventore del motore a scoppio, è affranto da come la sua scoperta sia stata usata ed è convinto che bisogna espiare. In un certo senso hanno entrambi ragione: quindi mi sono limitato a esporre i loro punti di vista, cercando di riflettere su quanto siamo consci delle decisioni prese nelle nostre vite».
Al lettore il compito di trovare risposte? «Non è nelle mie intenzioni. Spero che i lettori abbiano un’esperienza insolita e intensa, tutto qui. Io stesso, scrivendo, facevo il tifo per certe cose che nel romanzo non accadono: il bello del processo creativo sta proprio nel confondersi e trovarsi in contraddizione. Diciamo che ogni personaggio apre a certe prospettive: ma non ci sono risposte certe».
Barack Obama ha inserito Veglia tra le raccomandazioni di lettura per l’estate 2026. «E questo mi ha reso irrazionalmente felice. Nutro immenso rispetto per lui. La sua presidenza, per me, ha rappresentato l’America funzionale e dalle intenzioni costruttive e positive, cui spero potremo un giorno tornare».
Se al posto di Boone ci fosse Donald Trump, quali fantasmi lo visiterebbero? «Chissà: il procuratore Robert Mueller, lo stratega Steve Bannon, il pedofilo Jeffrey Epstein... Per fortuna ho iniziato a scrivere il libro nell’era Biden e dopo l’ho tenuto separato dagli avvenimenti politici, altrimenti sarebbe stato un’altra cosa. Ma la domanda vale per tutti: come si possono fare cose terribili convinti di essere eroi?».
Sulla storia aleggia un’idea del peccato profondamente cattolica. «È l’educazione che ho avuto. Sono nato in Texas ma cresciuto a Chicago, in quel South Side da cui viene anche papa Leone. La messa è stata la mia prima esperienza meditativa, ero affascinato dalla ritualità cattolica. Poi, da adolescente, ho rifiutato quella cultura e non sono più tornato in chiesa. Ma è un’esperienza che ti forgia».
Come riesce a far coincidere quesiti morali e ironia? «Nel quartiere operaio di Chicago dove sono cresciuto le cose serie si affrontavano scherzando. È in quel contesto che sentii per la prima volta parlare di morte con ironia. Ricordo la nostra vicina rispondere a chi le faceva le condoglianze per la morte della mamma: “Oh, sì, morire è la cosa più grave che le sia mai successa”. Da giovane in realtà ho provato a scrivere storie serissime, alla Hemingway: ma non avevano vita. Solo cedendo al mio lato ironico sono riuscito a scrivere cose più profonde. E quando l’ho capito sono rimasto sorpreso, perfino dispiaciuto. Col tempo ho imparato ad assaporare e affinare il mio stile: l’unico con cui so dar vita alle cose».
In passato ha lavorato in ambito petrolifero. C’è qualcosa di lei nei personaggi di Veglia? «Ho lavorato come geofisico facendo esplorazioni petrolifere in luoghi remoti, come le foreste tropicali dell’Indonesia, e nel libro ho messo molto di quell’esperienza. Ma non scrivo mai in modo autobiografico, semmai uso frammenti di cose che conosco: una sorta di autobiografia indiretta. C’è qualcosa di autentico e personale di me in tutti i personaggi: come autore, li amo allo stesso modo. Ma in questo libro affronto soprattutto un aspetto culturale molto americano, quello delle vite totalmente orientate verso potere e successo. Chissà se poi, vicini alla fine, si chiedono: come siamo andati? Abbiamo contribuito a qualcosa? Forse me lo chiederò anch’io dopo una vita passata a cercare di realizzare qualcosa con la scrittura: tanto più in un mondo sempre più dominato dall’intelligenza artificiale».
Che lei disapprova… «In certi ambiti, come quello medico, è utile. Ma proprio non comprendo chi la usa per scrivere romanzi. La forza della letteratura sta nella connessione impalpabile che si crea fra autore e lettore. Che fascino c’è a leggere una cosa generata da un software che non conosce odori, sapori, sentimenti? Io non ho avuto una formazione letteraria: me la sono fatta da solo, leggendo soprattutto autori russi. Erano difficili ma proprio quello mi spronava a perseverare. Volevo comprendere altri mondi e culture. Le cose facili, invece, ci fanno pensare poco e capire meno: se ci si abitua alla spazzatura un giorno non si riuscirà più a distinguere tra cose buone e cattive, e perfino tra bene e male».
Dunque che cosa consiglia ai giovani aspiranti scrittori? «Difendete la vostra umanità. Scrivete di quello. Se iniziamo a pensare in termini di efficienza, abbiamo già perso. La scrittura è l’espressione più alta della mente umana. Non bisogna cedere all’artificio di una macchina che pensa per noi, né ai ricconi che vogliono accaparrarsi acqua ed energia per i data center che alimentano l’Ia. Altro che intelligenza, quella è deficienza: un’illusione da ricchi».
Sul Venerdì dell’11 settembre 2026