Per istinto, tendo a schermarmi se qualcuno mi transita accanto mentre me ne sto seduto a scrivere. È un movimento del corpo, non veramente preventivato. Sposto di poco il computer, inclino lo schermo di modo che sia impossibile per chiunque leggere le parole che per i fatti loro stanno dicendo qualcosa nel bianco. Se poi quello non basta, allora chiudo proprio il computer, ci metto il gomito sopra e mi volto a parlare, con un po’ di aculei sopra la schiena. Che sia mia moglie mentre sono ingobbito al tavolo della cucina prima dell’alba, o i bambini appena svegliati, o uno studente che si avvicina dopo avermi intercettato nella caffetteria del campus – e pensa che sia il momento buono per la domanda che ha in canna –, tendo a reagire allo stesso modo. Con stizza, e una specie di risentito pudore.
Per istinto, tendo a schermarmi se qualcuno mi transita accanto mentre me ne sto seduto a scrivere. È un movimento del corpo, non veramente preventivato. Sposto di poco il computer, inclino lo schermo di modo che sia impossibile per chiunque leggere le parole che per i fatti loro stanno dicendo qualcosa nel bianco. Se poi quello non basta, allora chiudo proprio il computer, ci metto il gomito sopra e mi volto a parlare, con un po’ di aculei sopra la schiena. Che sia mia moglie mentre sono ingobbito al tavolo della cucina prima dell’alba, o i bambini appena svegliati, o uno studente che si avvicina dopo avermi intercettato nella caffetteria del campus – e pensa che sia il momento buono per la domanda che ha in canna –, tendo a reagire allo stesso modo. Con stizza, e una specie di risentito pudore.
Sul perché mi succeda, tendo a non chiedermi troppo. Mi sono sempre detto, per esempio, che puntavo la sveglia alle quattro per una ragione di stile, se così si può dire: per essere il più vicino possibile alla regione dei sogni, perché tra le visioni rimestate del sonno e quelle delle storie estratte dal bianco ci fosse una piccola passerella. Mi sono sempre detto che sognare e scrivere si davano man forte, che per questo andava incoraggiata quella solitudine estrema del buio fuori e dentro la casa e del ticchettio delle dita su una tastiera a quelle ore molto voraci. Non che non ci sia del vero, in questa versione, ma adesso – lo penso mentre scrivo queste righe alle 5:07 di una mattina di inizio settembre, a ottanta chilometri dal Golfo del Messico, la mia luce che scende sul tavolo l’unica accesa in tutta la casa – credo ci sia di mezzo un altro sentimento, e che quel sentimento sia la vergogna. Se ripenso a quel movimento – mettere la schiena come una barricata tirata su tra le parole e le altre persone – mi è piuttosto evidente che lo faccio come se ci fosse qualcosa di proibito, in quell’azione così ordinaria e in fondo così antica. E al contempo come se stessi mentendo, se abbassassi lo schermo del computer per non far vedere in che cosa mi stavo affaccendando mentre parevo seduto. Come se invece di starmene buono a vivere il momento presente, aprissi la botola per scendere giù a grattare la patina in fondo al barile, le domande che non si devono fare, il rimosso, il lato B della vita, che sarebbe meglio restasse celato. È come se temessi – da parte dei miei figli, di mia moglie, degli studenti – la domanda centrale che muove i polpastrelli sulle parole: perché non ti basta la vita che hai?
Scrivo tutto questo al risveglio di una notte agitata. Sono andato a dormire con il viso dispiaciuto e un po’ scocciato del più grande dei miei bambini. A cui ho detto una cosa minima, di manutenzione ordinaria del quotidiano: che la settimana prossima non potrò portarlo a giocare a pallone, perché non sarò a Houston. E alla domanda sul perché e sul cosa dovrò fare, ho bofonchiato una cosa su una generica presentazione. Perché non potevo dirgli – non a lui, non ad altri – che guiderò per oltre cento chilometri per raggiungere Huntsville, Texas, perché voglio capire come fa una cittadina di cinquantamila abitanti a vivere la sua vita normale (non proibita, di gente che lavora, scuolabus, supermercati) mentre in una stanza di una prigione, rimossa, invisibile a tutti, un uomo di 40 anni (LeJames Norman) legato a un lettino viene ucciso con un’iniezione letale, per decreto e cosiddetta giustizia.