Cesare Cremonini: “Che liberazione ripartire da zero”
di Paolo Di PaoloQuante volte si può esordire in una vita? È possibile debuttare di nuovo? Se non ricominciare da zero, cambiare strada, reinventarsi, rinnovarsi, o meglio: ritrovarsi. C’è un azzardo non da poco nel nuovo stupefacente disco di Cesare Cremonini, Amateur. Sonorità diverse e spiazzanti: gli strumenti si prendono lo spazio quasi con prepotenza. Registrato a Londra, nello Studio 13 di Damon Albarn, mescola rock, pop, elettronica, sontuosi arrangiamenti orchestrali.
I testi, ispiratissimi, passano dal grottesco all’elegia, dal divertissement con punte di arguzia sociologica alla foto di gruppo dell’epoca in corso, dall’intimo intimista struggente al corale giocoso. Ma se è un gioco, è un gioco serissimo. Nel brano che dà il titolo all’album, Sigmund Freud ha qualcosa da confessare a Nietzsche. È un Freud disperato che ha bisogno di sedersi su una chaise longue per farsi psicoanalizzare. In un altro pezzo – il primo singolo, Paparazzi – la verità è solo “una bugia più grossa”. E c’è qualcuno…
Quante volte si può esordire in una vita? È possibile debuttare di nuovo? Se non ricominciare da zero, cambiare strada, reinventarsi, rinnovarsi, o meglio: ritrovarsi. C’è un azzardo non da poco nel nuovo stupefacente disco di Cesare Cremonini, Amateur. Sonorità diverse e spiazzanti: gli strumenti si prendono lo spazio quasi con prepotenza. Registrato a Londra, nello Studio 13 di Damon Albarn, mescola rock, pop, elettronica, sontuosi arrangiamenti orchestrali.
I testi, ispiratissimi, passano dal grottesco all’elegia, dal divertissement con punte di arguzia sociologica alla foto di gruppo dell’epoca in corso, dall’intimo intimista struggente al corale giocoso. Ma se è un gioco, è un gioco serissimo. Nel brano che dà il titolo all’album, Sigmund Freud ha qualcosa da confessare a Nietzsche. È un Freud disperato che ha bisogno di sedersi su una chaise longue per farsi psicoanalizzare. In un altro pezzo – il primo singolo, Paparazzi – la verità è solo “una bugia più grossa”. E c’è qualcuno che dice: “Tu credi ai paparazzi ma a me non parli più”. Fa sorridere, e allo stesso tempo stringe un nodo in gola.
In un angolo del suo studio sui proverbiali colli bolognesi, Cremonini spiega il lemma amateur che ha scelto come titolo del disco. Lo fa usando una citazione da Roland Barthes dei Frammenti di un discorso amoroso: il vero amateur – dice Barthes – si rivela quando si può compiere un gesto artistico, dipingere, suonare, senza preoccuparsi «per l’immagine di sé che si proietterà attraverso il fatto di esprimersi. È dunque una liberazione».
Cremonini conferma: una liberazione, forse anche una fuga, di sicuro un gesto forte. Magari, a suo modo, politico. Accanto a un leggio su cui è aperto uno spartito (ed è esposta una fotografia dei Beatles come un talismano), il cantautore approfondisce il concetto chiave di questa nuova avventura usando diverse immagini. E sono belle, come versi potenziali di canzoni potenziali. O di romanzi, perché per lui le canzoni vanno sfogliate come si sfoglia un romanzo, o un libro di racconti.
In uno dei capitoli potrebbe esserci un ragazzino che studia musica, conosce lo spartito, fa esercizi rigorosi sul repertorio classico. Suo padre, medico, torna dal lavoro alle otto di sera, stanco morto. La madre, prof di lettere, è di là che corregge i compiti o sistema la cucina. Il fratello è chiuso in camera. «E io chi potevo essere? Qual era il mio ruolo?» si domanda retroattivamente Cremonini. «Mio padre mi chiedeva di suonare per lui, come dovessi sollevarlo dalle fatiche della giornata. Lo facevo e imparavo a fare il mio mestiere quasi senza accorgermene. Cercavo di rendermi utile e di farmi amare. Ero a ogni modo un amateur, un dilettante appassionato. Uno che scopriva una verità fondamentale: per amore si può imparare. È più facile imparare qualunque cosa, se c’è di mezzo l’amore».
Non è diventato un concertista da salotto borghese, ma una star del pop. Come nel vecchio videoclip di PadreMadre: da una parte c’è il ragazzino composto, dall’altra la versione scatenata e intemperante in sala da biliardo.
Partito dal classico, è arrivato al pop. Succede. «Ero in fissa con Beethoven. Quella musica mi permetteva di entrare in un mondo di sentimenti compiuti che non avevo ancora provato in prima persona. E comunque, anche se molti non ci credono, la musica di Beethoven era pop. Fra un allegro e un rondò, c’è un adagio cantabile che è praticamente una specie di ritornello».
Però sul braccio si è tatuato Freddie Mercury. «Il mio primo testo in assoluto l’ho scritto di getto, fermando il walkman con cui ascoltavo A Kind of Magic dei Queen. Ero così giovane che quasi fatico a ricordare chi fosse Mercury per il me di allora. Di sicuro diverso da ciò che è per il me di oggi. Forse era – come dev’essere per ogni ragazzino – l’incarnazione del sogno. Era un poster in camera. Era un’ipotesi di fuga dal perimetro prestabilito dalla mia adolescenza borghese. Era l’immagine irraggiungibile di chi avrei voluto essere».
Lei l’ha avuto chiaro fin dall’inizio. «Ci sono persone che a sei anni o poco più sentono già di avere un destino. Quando mi capita di vedere video dell’infanzia di campioni dello sport – che so, Sinner o Kimi Antonelli – capisco che si può avere un’idea molto precisa di sé e una certa aria professionale con indosso il grembiule. Credo di avere detto a mia madre “Sarò un cantante” prima di avere finito la quinta elementare. Questo attiene alla determinazione e alla programmazione. Poi, per fortuna, c’è l’improvvisazione. E l’imprevisto».
Il successo? «Più che un imprevisto, direi un incidente. All’incrocio fra la volontà, il desiderio, i tentativi da una parte e le occasioni, l’aria del tempo, le mode dall’altra. Nessuno di questi elementi deve fermarsi al primo semaforo rosso perché accada qualcosa. Sono cresciuto con l’idea che il successo sia una rivalsa verso i prepotenti e i disonesti. Ma nessuno sul punto di morte guarda le sue coppe vinte o pensa ai suoi nemici. Diventando adulto ho maturato una nuova idea che mi convince di più: il successo è fare qualcosa di significante, e per farlo occorre dimenticarsi di sé, liberarsi dal cliché dell’accumulo, dei record, dei numeri».
Lei il successo lo ha raggiunto prestissimo, nel 1999, con ...Squérez?, il disco d’esordio dei Lùnapop: oltre un milione e mezzo di copie vendute. «L’ho avuto subito e ho lavorato per riconquistarlo, ma non è stato un percorso lineare. Nel tempo ho detto quasi sempre sì. Sì alla vita, alle richieste degli altri, ma alla lunga può diventare una prigione. Sto entrando in una fase diversa, in cui voglio e devo poter scegliere. Ho sentito la necessità di ritornare alla dimensione dell’amateur, del dilettante. Chiudersi in una stanzetta e ritrovare il gusto di lavorare per rinnovarsi. È la via che ho imboccato per rompere qualche schema, per non farmi condizionare dalle certezze di ciò che ho già fatto».
L’industria discografica impone di ripetersi? «Di sicuro incoraggia a ripetere processi replicabili, finché funzionano. Gli stadi, per esempio. Per il nuovo tour, ho deciso di cambiare spazi, tornare al piccolo, come se dovessi ricominciare da zero. Ho ripensato spesso a un’intervista fatta a Lucio Dalla dopo il leggendario tour di Banana Republic. Alla fine degli anni di piombo, fu fra i primi a rispondere al desiderio del pubblico di ritrovarsi in migliaia e migliaia sotto un palco, ma avvertiva anche il rischio che qualcosa, nel gigantismo dei concerti, potesse perdersi».
Per esempio? «I dettagli. La capacità di ascolto. Il grido di massa attorno a un cantante per la gioia dell’esserci o per una foto ricordo è emozionante e vitale, ma non è tutto».
Cambiando rotta si corre il pericolo di deludere il pubblico? «A vent’anni è un’idea che rifiuti. La cancelli dal tuo orizzonte. Più avanti è un’ipotesi che non deve spaventare. Può essere perfino benefica. Il “de gustibus” non può essere una gabbia».
Per restare nella metafora, il nuovo disco ha “sapori” diversi. E un accento rock. «Sarei più preciso: rock’n’roll. Sembra la stessa cosa, ma c’è una differenza abissale. Per me il rock è un genere musicale nato per dare voce a un disagio enorme, per incanalare una rabbia. Il rock’n’roll è sogno, leggerezza, divertimento».
Il timbro della sua voce, in alcuni pezzi, ha qualcosa di diverso. Ruvido, graffiato. «Ho registrato alcuni pezzi alle tre del mattino perché la mia voce risultasse meno educata e calda. Anche questo è un gesto da amateur. In fondo, mi dico a volte, non ho ancora capito cosa so fare. Ma non lo vedo come un limite. So che posso imparare ancora, che sono bravo a imparare. Vorrei restare un bravissimo studente che vive di passioni».
Nella sua bisaccia di polistrumentista è entrato il sax, che campeggia anche nella copertina dell’album. «Subisco in maniera quasi patologica il fascino di tutti i più grandi miti dello swing e del jazz prima del be-bop. In questa passione, il sassofono apre porte magiche di conoscenza e di piacere personale. E il tempo che dedico allo studio e all’esercizio disinnesca la mia bomba atomica interiore fatta di paure, di preoccupazioni, di insicurezza bulimica. Se dovessi dare un consiglio non richiesto a chi si guarda intorno per decidere cosa fare, direi: impara a suonare uno strumento! La professione del musicista è maltrattata dall’industria, però è un autentico salvavita. In ogni epoca c’è e ci sarà gente in coda per andare a sentire chi per amore ha appreso i gesti misteriosi ed esatti del fare musica».
Gesti umani. Per questo precisa che nel disco non si fa uso dell’intelligenza artificiale? «In verità si tratta di una cripto-citazione dei Queen che qualche fan ha riconosciuto. Al momento dell’avanzata dei sintetizzatori, loro si mostrarono contrari. In Amateur avrei potuto sfruttare in vari modi le nuove tecnologie, ma avevo l’intenzione di andare in cerca di sonorità precise prodotte da artisti-artigiani. Questo non significa che io guardi con catastrofismo all’avanzata dell’intelligenza artificiale. Leggo solo sentenze apodittiche nel bene e nel male, ma sono convinto che il movimento sarà ciclico. Eccessi e poi fasi di calo in cui si tornerà a sentire la necessità del puro talento umano».
Quello dell’amateur in carne e ossa. «Spesso mi sveglio la mattina all’alba e scrivo per un’ora e mezza. In quel momento, in ogni parola che metto su carta sono ancora il ragazzino pronto al debutto. Sento che il foglio di carta è il mondo in cui posso trasferirmi e sentirmi protetto. Vivo dentro una canzone. Qualche volta penso che il mondo si divida non fra le mille categorie che usiamo per separarci, ma tra chi scrive e chi non scrive. E non penso che chi scrive sia migliore, anzi. Ma non si fa bastare la vita che vive».
A questo punto, se Amateur è l’inizio di una nuova stagione, devo chiederle come si sente. «Come uno che pubblica un disco d’esordio dopo venticinque anni di carriera. Un altro ...Squérez?, ma nato in questa fase della mia vita e del mio percorso».
Com’è organizzato il disco? «Le tracce sono disposte in una sequenza che, ai miei occhi, lo fa somigliare un po’ a un libro di racconti. Ogni storia è a sé, ma nell’insieme compone un disegno unitario, la mappa di un percorso interiore».
Nella canzone che dà il titolo all’album, c’è un verso che dice: “Non cerco me stesso nelle cose smarrite”. Non ha tentazioni nostalgiche. «Trovo emozionante la reunion dei fratelli Gallagher, gli Oasis, ma d’altra parte mi dispiace che non facciano musica nuova. È triste trasformare gli artisti in jukebox a nostra disposizione, costringendoli a confermare eternamente loro stessi e le nostre aspettative. Lo stesso nome stampato su un disco, sulla copertina di un libro, nei titoli di un film non appartiene alla stessa persona: quella persona vive, cambia volto, non può e forse non deve identificarsi per sempre con un fermo immagine».
“E per quanta strada ancora c’è da fare / amerai il finale”. L’ha scritto lei. «Come in un viaggio dantesco, la via è smarrita ma lo stupore è costante. Guardo avanti, esploro, faccio nuovi o vecchi incontri, combatto le paure. E in queste canzoni provo a trasformare il dolore».
In cosa?«In qualcosa che sia anche divertente. Può sembrare un paradosso, ma non lo è. Si può ballare sulle macerie. Quando a Quentin Tarantino chiesero perché nei suoi film ci fosse tanta violenza, rispose così: “Because it’s funny”, è divertente. Ecco, dalla selva oscura si può uscire ridendo».